|
Venerdì
8 febbraio 2007, nell'Auditorium del
Palazzo della Gran Guardia di Verona, un folto numero di giornalisti ed
operatori di settore ha partecipato al convegno dal titolo "Modello
Valpolicella: sostenibilità e sviluppo di un terroir" e,
il giorno successivo nelle sale del Palazzo Verità Poeta, alla degustazione degli Amarone della Valpolicella 2003. Il Veneto è una regione di
importanza fondamentale e strategica per quanto riguarda l'economia del
comparto agricolo e, in particolare, vinicolo (il fatturato del vino
esportato nel 2005 ammonta a 520 milioni di euro), una specie di isola
felice, che sembra non risentire in alcun modo delle difficoltà che
altre regioni hanno attraversato negli ultimi anni. E il veronese appare
l'area trainante del settore vinicolo, grazie anche alla presenza del
Vinitaly come indiscussa e irrinunciabile fiera per tutti coloro che in
qualche modo necessitano di mantenere o incrementare le occasioni per
scambi commerciali. Il territorio intorno a Verona ospita numerose
denominazioni: le tre Docg Bardolino Superiore, Recioto di Soave e Soave
Superiore, le Doc Arcole, Bardolino, Custoza, Garda, Lugana, Merlara,
San Martino della Battaglia, Soave, Valdadige e Valpolicella-Valpantena
in cui si produce l'Amarone.
L'andamento climatico nella stagione vegetativa del 2003
In Valpolicella il caldo non si è risparmiato come per il
resto dello stivale, dando vita a periodi di forte siccità, soprattutto
nel mese di giugno, che ha provocato problemi di stress idrico nei
vigneti collocati su terreni ghiaiosi o nelle aree collinari maggiormente
esposte al sole. In un'annata di questo tipo la composizione del terreno
e l'esposizione sono determinanti, infatti hanno indubbiamente sofferto
meno quelle zone dove l'argilla è il costituente principale. Ad agosto
il caldo è stato meno assillante, ma nei primi giorni si è assistito ad
un aumento della temperatura che in alcune zone ha superato i 39° C. Il
gran caldo ha portato però qualche vantaggio alle uve destinate alla
produzione di Amarone e Recioto: la formazione di grappoli spargoli (per
aborto fiorale) e l'assenza di peronospora e in gran parte di oidio.
Dalla fine di agosto a buona parte di settembre, periodo fondamentale
per la maturazione fenolica delle uve Valpolicella, le temperature sono
tornate ai valori stagionali favorendo buone escursioni termiche, mentre
si è assistito a qualche sporadico piovasco che ha ridato un po' di
vigore ai vigneti più sofferenti. La produzione è stata, quindi, mediamente inferiore ma le uve sono state raccolte totalmente integre e
perfettamente sane. Questo è quanto espresso in sintesi dall'agronomo Paolo
Fiorini, mentre l'enologo Daniele Accordini afferma che
"gli Amaroni della vendemmia 2003 si caratterizzano analiticamente
per l'elevata alcolicità, la bassa acidità totale, il pH
leggermente elevato e un buon estratto secco netto. Si tratta
perciò di vini di grande concentrazione, polposi, con tannini che in
alcuni casi devono essere domati dal tempo e dal legno".
Opinioni che
sembrano contraddire i fatti A dare ulteriore conforto ad un quadro che
sembrerebbe piuttosto positivo, è intervenuto durante il convegno l'enologo
Emilio Pedron, presidente del Consorzio
Tutela Vino Valpolicella e amministratore delegato del Gruppo
Italiano Vini e della Bertani,
il quale con molta convinzione ha parlato di "grande annata 2003",
sottolineando come le caratteristiche di questi vini prodotti siano
rappresentate da eleganza e piacevolezza, tratti che "tornano ad
essere di attualità dopo anni di dominio da parte di vini pesanti".
Con tutta la buona volontà, degustare vini la cui gradazione in molti
casi viaggia tra i 16 e i 17° C, il cui residuo zuccherino è così
evidente da farli sembrare dei Recioto o dei vini liquorosi, i cui
tannini appaiono in molti casi verdi, estremamente astringenti, la cui
freschezza non sembra farsi sentire neanche un po', non è che dia
proprio l'impressione di "eleganza e piacevolezza". Semmai è
la dimostrazione evidente degli effetti di un'annata siccitosa e della
forse non oculata scelta di destinare all'appassimento per l'Amarone (i
cui prezzi non sono equilibrati, come afferma Pedron) e il
Recioto ben 162 mila quintali d'uva, il valore più alto raggiunto
rispetto alle annate precedenti, valore che con l'ultima vendemmia
(2006) ha toccato la bellezza di 236 mila quintali, circa il 38%
dell'intera produzione (626 mila quintali), da cui sono state ricavate
ben 8,2 milioni di bottiglie! Valore che ha messo in allerta anche Carlo
Petrini, presidente di Slow Food, che alla fine della sua
"appassionata arringa" sugli aspetti positivi ma anche
contraddittori del mondo Valpolicella, ha affermato scherzosamente (ma
non troppo) "non vorrete produrre più Amarone che Barolo?!".
Caro Carlin, direi che il pericolo non c'è, visto che anche in Langhe
si è perso il senso della misura da tempo; ricordo infatti che siamo già oltre i 10,5 milioni
di bottiglie di Barolo prodotte nel 2005... e l'ago punta ai 15 milioni!
La degustazione Lasciando
da parte un problema spinoso che affligge ormai gran parte delle regioni
italiane, ovvero la gestione e la delimitazione dei territori destinati
a vigneto nelle aree a denominazione di origine, che sembrano allargarsi
a macchia d'olio secondo un processo inarrestabile e, certamente non
lungimirante, che inneggia all'aumento della produttività
indipendentemente dalla qualità dei vini prodotti e dalla possibilità
che questi vengano venduti, lo spazio già occupato in questo articolo
mi obbliga a puntare dritto alla meta: com'è andata la degustazione dei
62 Amarone 2003, effettuata in una saletta del Palazzo Verità Poeta la
mattina di sabato 10 febbraio? Non bene. Ribadisco quanto già espresso
prima sinteticamente, è stata un'esperienza faticosa, buona parte dei
vini era di struttura massiccia, spesso senza slancio, ho molto sentito
l'alcool, note vegetali e scomposte, tannini verdi che il tempo non
credo renderà maturi, poca freschezza, gli effetti del caldo e
dell'appassimento hanno prodotto eccessi di note marmellatose e
dolciastre, stancanti, senza che di contro apparisse una spinta acida e
una variabilità espressiva che pure dovrebbe caratterizzare questi
vini. La differenza l'hanno fatta (o avrebbero potuto farla) i vini con
terreni più argillosi, situati in zone collinari e ventilate, una
oculata gestione della copertura fogliare, i vigneti che non sono stati
abituati a produrre eccessivamente poca uva per pianta, consentendo una maggiore
distribuzione delle risorse. Fra i vini assaggiati voglio ricordare,
seguendo l'ordine alfabetico in cui mi sono stati portati:
- l'Acinatico di Stefano
Accordini, che pur non rispecchiando nello stile la mia idea di
Amarone, è riuscito, come sempre del resto, a produrre un vino
equilibrato, complesso (gran bella speziatura) e dal frutto maturo ma
non marmellatoso, solo nel finale ho colto un cedimento, ma da una
simile annata non si poteva pretendere di più. - Ho apprezzato
ancora una volta l'Amarone di Pier Paolo e Stefano Antolini, dal
colore rubino senza eccessi di concentrazione, cosa che gli dona una
particolare luminosità, sapido, largo e con quel guizzo di acidità che
stimola la beva, fruttato senza essere dolce e smielato, piacevolissimo
e con un finale molto pulito e delicatamente minerale. - Molto valido
il Valpolicella-Valpantena Villa Arvedi di Bertani, dai toni di
fiori rossi appassiti e frutti di bosco maturi, seguiti da belle nuances
speziate. Palato appena sofferente per un tannino che si fa ancora
sentire e finale forse leggermente corto, ma complessivamente un vino
dignitosissimo. - Il San Giorgio (perché non completare il
nome di quel simpatico e grazioso comune che si chiama Ingannapoltron?)
di Carlo e Mario Boscaini, conferma il suo stile un po'
"forte", ricordo i suoi Valpolicella Superiore, sempre
piuttosto potenti, ma qui è stato molto abile nel contenere la
generosità di un sole da temperature desertiche, tanto da risultare
addirittura fresco e pimpante, merito forse anche di quel saggio
contributo del corvinone? - Anche Ca' Rugate se l'è cavata
abbastanza bene, già nel colore molto corretto, senza eccessi,
penalizzato solo da una spinta eterea che imprime al frutto quelle
classiche sfumature "sotto spirito". - Non ho disprezzato
neanche il Campo Casalin I Castei di Sergio Castellani,
rubino di buona concentrazione, alcolicità ben nascosta dal frutto
maturo, ciliegia e amarena in particolare, si coglie anche una bella
nota floreale, mentre al palato ha attacco fitto e si percepisce la
struttura, la trama tannica è fine, solo il finale risulta un po'
corto, ma è un male quasi incurabile per questa annata. - Ne Il
Bosco di Cesari i profumi sono ancora stentorei ma comunque
fini, in bocca è ben delineato nel frutto e mostra un tannino corposo
ma fine; sebbene lo stile non mi travolga dal punto di vista emozionale
il vino si lascia bere con piacere. - Un tantino penalizzato dal
legno il Crosara delle Strie di Corte Rugolin, ma la trama
è ricca di frutto, in confettura, ampia e di buona persistenza, mentre
il tannino non sembra affatto aggressivo. - Pur essendo un campione
di botte il Villa Rizzardi di Guerrieri Rizzardi è
l'ottima testimonianza del vantaggio di un terreno fortemente
argilloso-calcareo in un'annata come questa. Qui le note non sono
affatto surmature e dolciastre ma ben misurate, il frutto è copioso ma
maturo quanto serve, ricordandoci che comunque si tratta di uve
appassite. Il finale è uno dei più lunghi di tutta la sessione
degustativa. - L'Amarone di Roccolo Grassi rientra nella
categoria dei vini possenti e di stampo moderno, ma ha dalla sua una
precisione esecutiva ammirevole e un bouquet per nulla banale, dove
affiorano anche belle note di erbe aromatiche a corredo di un frutto
copioso. In bocca l'alcool si fa sentire rendendo la beva non proprio
scorrevole. - Un altro vino certamente potente (dichiara 16% di
alcool, ma secondo me è arrotondato per difetto) è il Campo dei
Gigli della Tenuta Sant'Antonio, ma ciononostante si fa
apprezzare molto bene grazie ad una ricchezza di frutto e ad una
rotondità che lo rendono particolarmente godibile. - Ancora
piuttosto acerbo nel tannino l'Amarone di Santa Sofia, sebbene
abbia complessivamente già un buon equilibrio e una struttura non
banale, con buone prospettive evolutive. - Il Reius di Sartori
non mi è dispiaciuto affatto, se da una parte trovo qualche limite
nella personalità e complessità, dall'altra è uno di quei prodotti
che si bevono davvero con piacere senza percepire sensazioni di
stanchezza né stucchevolezza. - Dei tre vini presentati da Tedeschi,
spicca inevitabilmente il Capitel Monte Olmi (c'era anche il
Classico e La Fabriseria), che mostra un carattere deciso, molto
terragno, profondo e complesso, pur peccando a mio avviso di una dose
eccessiva di legno e dolcezza. Sarà il tempo a trovare il giusto
equilibrio? - qualche tratto vegetale ma una buona prestazione
complessiva arriva dall'Amarone di Trabucchi, affidabile e già
abbastanza equilibrato.
- non male l'Amarone di Viviani, dai bei profumi di fiori
selvatici, ma pecca di uno squilibrio alcolico che si sente sia al naso
che in bocca.
Roberto Giuliani
|