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Bene, quanto
espresso martedì 20 febbraio mattina alla
Stazione Leopolda di Firenze da Marco Pallanti, che dal 17
luglio 2006 è presidente del
Consorzio Vino Chianti Classico, è rincuorante, e conoscendo come lavora
e qual è la sua filosofia c'è da sperare che non rimanga un discorso
senza seguito. Il grande vignaiolo ed enologo del Castello di Ama ha sottolineato
che i supertuscan sono l'orgoglio del vino Toscano ma che la sua
speranza è che siano i vini appartenenti alle denominazioni storiche a
diventare il punto di riferimento, quei vini che vengono da una
tradizione, radicati nel territorio, che hanno qualcosa da raccontare e,
soprattutto nascono dal sangiovese. Ma Marco Pallanti ci ha sempre
creduto, ne è la prova la sua disapprovazione quando la nota guida di
Gambero Rosso/Slow Food, alla fine degli anni '90, ebbe ripetutamente a
preferire L'Apparita, il
supertuscan merlot di casa Ama ai Chianti Classico, sui quali Marco e
Lorenza Sebasti puntavano con convinzione. In realtà erano i tempi in cui molti vedevano nel vino
di gran corpo, colorato e sontuoso, la corrispondenza con un gusto e
un'idea di opulenza di matrice americana, dimenticando quanto fosse invece
importante difendere le ragioni di un territorio e di uno stile
espressivo tutto chiantigiano. Nell'edizione '98 di Vini d'Italia si
legge nella scheda dedicata a Castello di Ama: "...purtroppo, non
siamo molto corrisposti dai due responsabili del Castello di Ama. Questo
perché ci capita di non avere le stesse idee sul valore dei loro vini.
Marco e Lorenza puntano molto sui Chianti Classico e sulle selezioni La
Casuccia e Bellavista. Noi, negli ultimi tempi, abbiamo preferito il
Vigna L'Apparita, grande rosso da uve merlot, che, a loro dire, non
rappresenta adeguatamente l'immagine e la realtà produttiva
dell'azienda." e ancora "...dal canto nostro riteniamo che
non possano essere i produttori a scegliere su quale dei loro vini
debbano essere assegnati i Tre Bicchieri. E' solo in base a nostre
degustazioni comparative e a bottiglie mascherate. E' l'unica regola per
garantire sia noi sia i produttori stessi. La "rappresaglia"
da parte del Castello di Ama è consistita nel negarci i campioni per la
degustazione". Nelle edizioni successive, leggendo le degustazioni
dei vini di Ama, era evidente la predilezione dei valutatori verso
l'Apparita, in quanto vino di maggior corpo e potenza, mentre le
selezioni di Chianti Classico Bellavista e La Casuccia risultavano
"più piccole". D'altronde è più che comprensibile
che un vino di classe come L'Apparita, certamente uno dei merlot più
buoni d'Italia, possa spiazzare vini meno travolgenti, che si
manifestano con meno enfasi.
Aspettarsi a Gaiole in Chianti vini di
grande struttura, però, mi sembra leggermente anacronistico. Tutto si può fare, per
carità, ma il vero Chianti Classico, che sia di Gaiole o di Castenuovo
Berardenga, di Panzano o di Greve, non nasce per essere espressione di
potenza, ma di eleganza e finezza. Certo, se si cominciano ad usare i
concentratori, a praticare l'osmosi inversa, se si aggiungono altre uve
"migliorative" e si fa uso smodato di barriques nuove e ben
tostate, il vino cambia completamente fisionomia, diventa più
concentrato ma anche pesante, privo di slancio e, soprattutto, anonimo.
E tutto questo per rincorrere una moda proveniente da un altro
continente, che delle terre del Chianti non sa quasi nulla? Di fatto
questo mito del vino opulento che sa di confettura di frutta e spremuta
di legno, che ti riempie la bocca per poi stancarti al secondo sorso,
senza che mostri né carattere né personalità, è un problema che
affligge da oltre quindici anni il vino italiano che misconosce la sua
natura e le sue peculiarità e differenze. Ma, fra esagerati ricarichi
sui prezzi e sovrabbondanza di produzione di vinoni massicci, non in
grado di competere con le recenti realtà che hanno il grande vantaggio
di poter fare gli stessi vini senza limitazioni di disciplinari e a
costi molto più contenuti, ecco che molte aziende si sono ritrovate le
cantine piene di bottiglie invendute. E' lo scotto che si deve pagare
quando si fa una politica dissennata e priva di lungimiranza. Ed ecco
perché credo che Marco Pallanti sia al posto giusto nel momento giusto.
Ma in Chianti Classico sembra che, al contrario di altre zone toscane
dove ancora non ho avuto l'impressione di sensibili mutamenti di rotta,
con gli assaggi effettuati dell'annata 2005 (ho preferito non assaggiare
la 2006, che è ancora in piena fase di affinamento) qualcosa si stia
già muovendo a favore di un prodotto più vero, meno pretestuoso,
finalmente di territorio. E' questa l'impressione che ho avuto
degustando i quasi 70 campioni presenti all'Anteprima. Già con
l'annata 2004 avevo notato una diminuzione di vini iperconcentrati,
coloratissimi e stramaturi, ma la 2005 mi è sembrata rappresentare (non
credo dipenda solo dalle caratteristiche dell'annata) una vera svolta
verso la bevibilità e la piacevolezza. Qualcuno (credo assai pochi)
avrà anche storto il naso dicendo che questi vini sono un po' semplici
e leggerini, ma in realtà, proprio per questo, ritornano i profumi di
viola mammola, le note fruttate fresche e croccanti (ciliegia, lampone,
fragolina di bosco, piuttosto che mora e prugna), la mineralità, in
alcuni casi anche richiami di macchia mediterranea e salmastri, tutte
note che in un vino appesantito e concentrato vanno inesorabilmente
perdute.
Molti i vini che ho apprezzato, fra questi voglio segnalarvi i
Chianti Classico 2005 di San Giusto a Rentennano (uno dei migliori),
Tenuta di Bibbiano, Castellinuzza e Piuca (una rivelazione, un vino
certamente non impegnativo ma di quelli che si bevono con grande
piacere), Felsina (sempre buono e affidabile), Fontodi, Isole e Olena (fine, bel
frutto, in bocca ha uno slancio inimitabile, grande carattere, si
distende benissimo ed incita alla beva), Lornano, San Fabiano
Calcinaia, Villa del Cigliano (dimostrazione che quando si sa dosare
bene il piccolo legno non si perde il carattere del sangiovese), Badia a
Coltibuono (giocato su profumi di viole, erbe fini, ciliegia e marasca). Ma ce ne sono molti altri, che magari non rispecchiano
completamente la mia visione del Chianti Classico ma che riconosco
assolutamente ben fatti, come quelli di Castelli del Grevepesa
(Clemente VII), Castellare di Castellina,
Borgo
Scopeto, Castello della Paneretta, Fattoria di Montemaggio,
Poggiopiano,
Querciabella,
Castello di Querceto,
Castello di Uzzano, Le Fonti. Insomma un'annata che rappresenta in qualche modo una
svolta verso vini che tornano a proporre la verve espressiva del miglior
sangiovese, le qualità di un territorio che, seppur fin troppo vasto,
riprende ad esprimere le differenze da zona a zona, ed un carattere più
definito e riconoscibile. Ora rimane da verificare quale sarà il prezzo
medio sugli scaffali delle enoteche...
Roberto Giuliani
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