Doc, Docg, Igt, Dop, Igp, ma servono veramente?

Si, servirebbero se fossero fatte con un criterio che intende realmente salvaguardare il destinatario finale, cioè chi ne usufruisce convinto di essere maggiormente tutelato. Ma qual'è il senso di un disciplinare vinicolo che consente di imbottigliare i vini al di fuori della zona di produzione, senza porre alcuna limitazione? E' risaputo che molte aziende del nord Italia fanno imbottigliare addirittura all'estero. E come si fa a garantire in questo modo la veridicità del contenuto?
Stanno proliferando con velocità quasi settimanale i prodotti alimentari italiani che hanno ricevuto un riconoscimento europeo per le loro caratteristiche di tipicità e di tradizione. Ma allora che senso ha produrre un disciplinare che consente di utilizzare materie prime provenienti da zone diverse? Pensiamo al famoso speck altoatesino, alla bresaola della Valtellina, al prossimo prosciutto di Sauris. Quest'ultimo, tanto per dare un'idea dell'assurdità di certi regolamenti, prevede l'utilizzo di cosce di maiali nati, allevati e macellati nei territori di ben 11 regioni italiane! Quindi materie prime profondamente diverse, che non possono avere le stesse caratteristiche e garantire, quindi, una tipicità territoriale di quel prosciutto. E' facile comprendere il perché di una possibilità di materia prima così "allargata": garantire una quantità di prodotto sufficiente a soddisfare le richieste di un vasto numero di consumatori, non solo italiani. Ma non è ingannevole chiamare "prosciutto di Sauris", un prodotto solamente affumicato in quel comune?
Quante volte vi è capitato di mangiare il lardo di Colonnata (Igp)? Bene anche il lardo di Colonnata, pur essendo lavorato nella località omonima, in provincia di Carrara, viene ottenuto da carni di suino nato, allevato e macellato in Toscana, Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Umbria, Marche, Lazio e Molise.
E la Dop "Mozzarella di bufala campana"? Se io la compro, mi aspetto di mangiare un prodotto tipico di quella regione, invece non è affatto detto, perché le bufale possono provenire anche dal Lazio o dalla Puglia, senza che venga specificato in etichetta.








10 Comments:
Farò il disfattista pessimista e dirò; al 90% dei consumatori italiani, della territorialità, della certificazione dell'origine, del gusto legato ad un genius loci, della biodiversità..non frega una beata mazza.
Per far sì che quei meri acronimi si riempano di contenuti dovrebbe accadere che:
- la maggior parte dei consumatori italiani realmente mi ri alla qualità e non alla quantità
- realmente ci sia interesse per, a parità di qualità voluta e percepita, le differenziazione tra terroir diversi.
Siamo molto lontani dal verificarsi di questi due fattori. Il 90% di chi compra vino e cibo in Italia non compra un vino di un deterinato territorio, fatto con un determinato vitigno, prodotto da un determinato produttore che ha una determinata filosofia produttiva etc....ma compra un marchio, stop. Non gli interessa cosa ci sia dentro, da dove arrivi, come lo ha fatto e perchè il produttore...queste, allo stato attuale, sono pippe mentali di noi enostrippati che al vino, così come al cibo, danno un significato non solo calorico e nutritivo, ma anche cultural-sociale, che si informano e addirittura perdono del tempo a leggere blog e forum tematici e rappresentano circa il 5%, se va bene, ma forse molto meno, del totale e che non hanno alcun valore commerciale.
La cosa stride ancora di più, volendo, perchè l'Italia è considerata, tra i tanti stereotipi, anche il paese del buon bere e mangiare, ma al contempo è popolata da gente che dona alla qualità di ciò che mangia e beve, per non parlare delle diversità di origine e quindi di sapore, nessuna importanza.
Caro Roberto,ormai non si può credere davvero più a nulla...
Io ho la fissa, e ogni volta che compro un prodotto "tipico" controllo etichetta e tutto ciò che è legato alla produzione dello stesso..Ma come dice Alececco, la maggior parte delle persone nn è come noi... Che ci si informa, e scrive e vuol fare conoscere i prodotti tipici regionali...A volte mi sento dire: ma chi te lo fa fare, si tratta "solo" di mangiare, no??
Orrore....;-)
P.s. Quando vuoi venire a Torino, e nella fattispecie al Birichin, fammi un "fischio"!!:-).. Sarei felice di conoscervi in un occasione "gourmand"!!
Caro Alececco,
se quel 5% non facesse assolutamente nulla, se ne fregasse di far riflettere le persone o di denunciare cose poco pulite, forse la situazione sarebbe ancora più devastante.
Credo che essere informati sia sempre meglio che non esserlo, poi, ovviamente, ognuno è libero di nutrirsi nei fast food o di cibi con oli raffinati, ma almeno lo sa.
Caro LaVINIum,
nessuno ha detto che quel 5% debba star zitto. Ho solo detto che purtroppo quel 5% che parla non influisce più di tanto, anche se fa bene ovviamente a far sentire la propria voce. Il problema è strutturale, di cultura, applicabile a tante cose e non solo al cibo, questo fa si che quelle sigle siano solo sigle e basta putroppo.
La nostra informazione e quella di tutti quelli che si occupano di questo mondo portando avanti certe idee, io, ho la vaga impressione che non interessi. E' giusto che ci sia ma a volte mi sembra un po' autoreferenziale, nel senso che incide su persone che già sanno, il problema è colpire quel 90% che non tanto "non sa", magari qualcosa sa già, ma non gliene frega niente si sapere perchè non reputa la cosa importante.
Non c'è dubbio Ale,
l'informazione, le denunce di frodi ecc. servono proprio a sensibilizzare la gente in qualunque campo. Poi sta a ciascun individuo scegliere se fare tesoro di ciò che ha saputo o fregarsene e tirare a campare.
Ciao
ciao Roberto!
Sai dirmi qualcosa sui vini di Michele Alois, caserta?
Grazie
ciao
adele
Michele Alois, ovvero la fattoria Ponte Pellegrino. Non ho avuto occasione di bere i suoi vini, ma so che ultimamente ci ha messo le mani l'enologo Riccardo Cotarella (sic!), quindi il risultato potrebbe anche non essere di mio gusto. In ogni caso mi risulta che faccia un rosso di buona qualità ad un prezzo onesto, il Trebulanum, da uve casavecchia.
Ciao
Rob
si si è vero ci ha messo le mani Riccardo Cotarella!
E' uno di quelli che ha rivalutato i vitigni autoctoni della zona, pallagrello e casavecchia, purtroppo non ho assaggiato finora i suoi vini. Devo andare ad una degustazione prossimamente, magari ti faccio sapere..
un saluto
adele
Se vuoi saperne di più, rivolgiti a Fabio Cimmino (scimmi@tin.it), digli che ti mando io.
Lui è davvero un esperto di vini campani.
Ciao
Roberto
Ti ringrazio Roberto, ho sentito parlare di fabio Cimmino, grazie per la sua mail.Se ti fa piacere,sei invitato alla cena degustazione dei vini Michele Alois, a Paestum il 1 marzo.
Se ti interessa puoi contattarmi qui:adelech@tin.it e ti do tutte le informazioni.
ciao
adele
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