Brigitte e Bruno Widmer gestiscono dal 1981 questa pluripremiata azienda, situata in Chianti Classico. Sin dall'inizio la loro idea era quella di fare vini dalla spiccata impronta moderna, in un momento in cui si intravedeva già con chiarezza quale sarebbe potuta essere la direzione, forte dei risultati ottenuti con il Sassicaia, il Tignanello, il Vigorello e l'Ornellaia, per citare i più noti apripista, di una Toscana più moderna, fuori dalle allora traballanti denominazioni di origine. Era per molti un passo necessario per uscire da una situazione tutt'altro che rosea, successivamente dimostratosi indispensabile per riconquistare credibilità dopo l'increscioso scandalo del metanolo del 1986. Il progressivo interessamento della stampa estera, in particolare dell'americano Robert Parker, divenuto ben presto una specie di guru, il cui giudizio era in grado di influenzare il mercato internazionale in modo impressionante, fece allargare a macchia d'olio il numero di aziende toscane (ma poi anche piemontesi, fino a coinvolgere quasi l'intero territorio italiano) vecchie e nuove che cercarono di produrre una tipologia di vino, poi battezzato "super tuscan", estremamente morbido, pieno, ricco di frutto dolce, con una grassezza fino a pochi anni prima del tutto sconosciuta. Certamente il Sassicaia aveva dato un segnale di ciò che si poteva fare con vitigni internazionali come cabernet e merlot, assai più addomesticabili rispetto al difficile e sensibile (ma proprio per questo nobile) sangiovese. Ma il vino del marchese Incisa della Rocchetta aveva una caratteristica del tutto diversa: da sempre era stato concepito per emulare l'eleganza e la classe dei vini bordolesi, non solo quindi nella scelta dei vitigni ma nel modo di concepire la vigna, il terroir. Anche se oggi questo grande vino appare meno grande, in parte perché la produzione è molto maggiore e i vigneti storici sono stati via via reimpiantati, in parte perché negli ultimi vent'anni è fortemente migliorata la qualità generale, ha sempre mantenuto questa filosofia, mentre i super tuscan proponevano nella maggioranza dei casi uno stile opulento, con gradazioni alcoliche ben più elevate (13,5-14 gradi contro i 12,5 del Sassicaia) e una fruttosità spiccata e dolce come elemento principale, arricchita dalle sensazioni vanigliate e tostate portate dalle famose barrique. Oggi nessuno si stupisce più se un vino sa di cioccolato e caffé a prescindere dal luogo dove viene prodotto. Il culmine di questo successo è stato raggiunto, molto probabilmente, con la vendemmia 1997, letteralmente enfatizzata dai media come annata del secolo, e rivelatasi successivamente assai meno straordinaria, ma che ha consentito un rialzo dei prezzi dei vini incredibile e assolutamente ingiustificato dal punto di vista della loro reale qualità. Ricordo ancora in molte enoteche (per non parlare dei ristoranti!), a distanza di un anno dalla loro uscita, vini il cui prezzo era addirittura quadruplicato, sopravanzando in molti casi i più costosi Barolo e Brunello di Montalcino. Il Brancaia 1997, che con l'annata 2000 è stato ribattezzato "Il Blu", si colloca in una fascia meno esasperata, anche dal punto di vista concettuale. Il colore è ancora rubino intenso, con un'unghia che tiene perfettamente nonostante i dieci anni sulle spalle; il bouquet non presenta cadute o cedimenti particolari, giocato ancora molto bene su note balsamiche e fruttate rotonde ma non marmellatose. Debbo dire che la cantina climatizzata in cui conservo i miei vini, fino ad ora non mi ha dato brutte sorprese; la temperatura si aggira intorno ai 14 gradi e l'umidità è tale da produrre leggere goccioline sulle pareti delle bottiglie, mentre i vetri sulle ante sono oscurati e trattati per non far passare i raggi ultravioletti. Questo favorisce sicuramente un processo evolutivo ideale, anche se a mio avviso più lento di quanto ci si potrebbe aspettare. Sarebbe interessante confrontare questo Brancaia 1997 con altri conservati in condizioni diverse. In ogni caso il vino che ho aperto è perfetto, il tappo ha tenuto magnificamente e non ha rilasciato odori sgradevoli. Tornando al bouquet, il frutto è l'elemento più marcato, di mora, prugna, ribes nero, mirtillo, poi si percepiscono note di tabacco e spezie dolci, cannella, cardamomo, sottobosco. Al palato si sente la struttura, il calore dell'annata, ma l'alcol non se ne va per conto suo e il frutto è sotto spirito in minima parte, mentre il tannino ha prevedibile misura e assenza di asperità. Nel complesso, pur non stimolando in me particolari emozioni, dimostra di avere una base interessante e un certo carattere, sebbene la presenza del merlot a mio gusto è un po' troppo marcata, il sangiovese (che dovrebbe essere in maggioranza) si esprime con una certa difficoltà, soprattutto nella persistenza, dove il vino sembra chiudere senza quella spinta di freschezza che lo renderebbe meno statico.
Roberto Giuliani Voto: @@@@ (degustazione in data: 06/2007) |