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E'
trascorso poco più di un mese da quando ho scritto il mio pensiero incentrato sul tema
delle degustazioni in batteria, mi sono soffermato soprattutto sul ruolo di noi
degustatori, che dobbiamo poi relazionare sui risultati di questa o
quell'annata e giudicare quella infinita serie di assaggi, certamente abituati da anni di esperienza ma,
a mio parere, con queste kermesse dove spesso i campioni in degustazione sono
stati appena imbottigliati o addirittura prelevati dalla botte,
non facciamo un buon servizio al vino, o almeno a quello che crediamo debba
rappresentare il vino per tutti noi, chi ne scrive come chi lo vende o lo
consuma.
Il meccanismo è apparentemente inarrestabile, ci porta a vivere
freneticamente come se fosse l'ultimo giorno della nostra vita, spingendoci ad
una bulimia multiforme, assai meno appagante del soffermarsi, del respirare e
osservare con maggiore attenzione il mondo che ci circonda. Al ritorno da uno di
questi eventi, per la precisione da una settimana di sedute quotidiane suddivise
fra S.Gimignano, Firenze, Montepulciano e Montalcino, ho sentito la necessità di
proseguire il discorso iniziato, questa volta analizzando il contesto specifico
toscano, le sensazioni avute non solo assaggiando ma soprattutto vivendo
l'atmosfera intorno a me, cercando di decodificare quello che, scientemente più
che inconsapevolmente, nessuno vuole mostrare: l'altra faccia della medaglia.
Non vi parlerò, quindi, delle degustazioni entrando nello specifico, cosa che
farò in seguito dedicando apposito spazio alla Vernaccia di S.Gimignano, al
Chianti Classico, al Nobile di Montepulciano e al Brunello e Rosso di
Montalcino. Quello che, invece, mi preme sottoporre alla vostra attenzione sono le
sensazioni che ho raccolto durante questi sette giorni, le perplessità e le
preoccupazioni per il destino di uno dei territori più straordinari ed eletti
per la coltivazione della vite.
Io amo la Toscana, la sua storia, l'arte di cui si circonda, così come adoro i
paesaggi straordinari di cui è davvero ricca. Non a caso è la regione che, forse
meglio di ogni altra, sa promuovere il proprio territorio, con scioltezza, è
ovvio, di motivi di attrazione ce ne sono davvero tanti, forse anche se non
facesse nulla convoglierebbe comunque visitatori da ogni parte del globo. E per
quanto riguarda il vino, non ho dubbi sul fatto che Montalcino sia il centro
assoluto, il punto di riferimento per tutta la regione e non solo. Purtroppo c'è
un problema, certamente comune a molti, non avrebbe senso imputarlo solo a
questa piccola realtà: il denaro fa gola, e lo fa particolarmente da qualche
decennio a questa parte, dal momento in cui concetti come "produttività",
"espansione", "mercato", sono diventati fondamentali nel linguaggio di chiunque
si accosta al vino. Il vino come business, come fonte di grandi guadagni e
successi. E questo fatto, si sa, incide molto su tutta la filiera, come avviene
in qualsiasi altro settore, che si tratti di musica, gastronomia o edilizia, Il
vino è passato da fonte di sostentamento a mezzo di arricchimento. Che c'è di
male, verrebbe da dire. Nulla, se l'arricchimento non fosse il fine, ma solo una
naturale conseguenza di un lavoro gestito con passione, bravura, senza mai
dimenticare che quel liquido dalle variabili espressive infinite, è frutto della
terra e, proprio per questo, chiede una terra giusta e un rispetto di quei
principi fondamentali che la natura ci ha insegnato. Si dice sempre, a parole,
che il vino si fa in vigna e non in cantina, ma a Montalcino le perplessità sono
molte, non solo ogni volta che assaggio le nuove annate, ma da come "funziona la
baracca", a partire dagli atteggiamenti del consorzio, dell'organizzazione, dei
produttori (salvo eccezioni).
Il terremoto che neanche un anno fa è giunto in
terra ilcinese, enfatizzato anche da una parte della stampa che, piuttosto che
fare chiarezza, ha colto l'occasione per trarre i propri vantaggi da uno
scandalo del quale ancora oggi pochi sanno realmente quali siano le esatte
proporzioni, appare come qualcosa di lontano, dimenticato. A Benvenuto Brunello,
salvo la strana, inspiegabile, disorganizzazione gestionale nei confronti dei
giornalisti invitati alla manifestazione, si respirava un'aria assolutamente
tranquilla, come se nulla fosse accaduto. Una tattica? Non direi. Piuttosto un
atteggiamento di difesa, in attesa di vedere, anzi di leggere i commenti della
stampa sull'attesissima annata 2004 di Brunello di Montalcino. Nel frattempo si
è pensato bene, così, a titolo preventivo, di assegnare al 2004 le cinque
stelle, il massimo riconoscimento, tanto per dare l'impressione che, comunque vada, sarà
un successo. Bene, ognuno sceglie la politica commerciale che preferisce, è suo
diritto. Ma io, dopo aver respirato quell'aria festosa, dopo aver degustato
quasi 150 campioni di Brunello, ho avuto un'impressione un po' diversa,
personalissima e non necessariamente condivisibile dai numerosi assaggiatori
presenti all'evento: questi Brunello 2004 mi sono apparsi, mediamente, già maturi,
più che pronti, con colori del tutto normali, spesso più granati che rubini
(come è giusto che sia per un sangiovese che ha già quasi 5 anni sul groppone).
Mi sono chiesto istintivamente: dove sono finite quelle tinte impenetrabili,
inchiostrate, color melanzana, che negli anni passati vedevo regolarmente
presenti in un congruo numero di campioni? E mi sono domandato anche: come è
possibile che il Brunello 2003, che proveniva da un'annata torrida, in molti
casi appariva addirittura più fresco dell'attuale 2004? Tutto merito di quel
"ringiovanimento" consentito dal disciplinare, del quale si è fatto ampio uso
nel 2003, mentre con la 2004, ancora turbati dalle indagini e dai sequestri
effettuati per conto della Procura di Siena, si è forse preferito farne a meno?
Ammesso, e non concesso, che questa sia una possibile ragione, un'altra domanda
mi sorge spontanea: perché questa pantomima su "sangiovese 100% si, sangiovese
100% no, che è divenuto il problema impellente di questo disciplinare, invece di
preoccuparsi di intervenire per modificare l'inspiegabile obbligo di
permanenza del Brunello in cantina 5 anni a prescindere dalla qualità
dell'annata? Che senso ha farlo stare 2 anni in botte e 4 mesi in bottiglia e
poi aspettarne altri 2 e mezzo prima di commercializzarlo? E' ovvio che in
questo modo il vino esce già stanco, oltre a fare inutilmente giacenza, creare
problemi di spazio, favorire pratiche di ringiovanimento ecc. E' un invito
quantomeno a rinfrescarlo ad ogni annata, cosa che finisce
per appiattire le differenze e modificare di fatto i risultati reali di ogni
vendemmia. D'altronde il continuo allargamento della zona vitata, proprio in
virtù dei sempre maggiori successi che il Brunello stava ottenendo, fino ad
arrivare agli oltre 2.000 ettari di oggi, pone un serio problema su come
mantenere alto il livello qualitativo di questa tipologia. I miracoli non si
possono fare, c'è una bella differenza tra un sangiovese impiantato a 350 metri
e ben esposto, ed uno a 200 metri vicino ad un fiume. E ora, che non si può
tornare indietro cancellando centinaia di ettari vitati dalla Docg, visti i
cospicui investimenti di chi ha acquistato quei costosi terreni, come risolvere
il problema? Consentendo l'utilizzo di altre uve "migliorative"? Che strano, incomprensibile
(e irresponsabile), modo di operare...
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