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Ricordate Massimo Troisi quando, nel suo straordinario film d'esordio come regista "Ricomincio da tre", descrive all'amico prete Frank la tremenda sfortuna di avere nella stessa classe elementare un "bambino mostro" di nome Angelo? Angelo era un bimbo di 7-8 anni che, in qualche modo, è stata la causa di tutte le insicurezze di Gaetano (Troisi), perché
era bravo in tutto, conosceva a memoria le tabelline, sapeva fare perfettamente le quattro operazioni, era in grado di elencare le capitali di tutto il mondo e sapeva suonare il pianoforte. Un incubo per Gaetano, che si sentiva sempre giudicato dal padre come una nullità.
Perché sto raccontandovi questo episodio? Senza arrivare ad un simile
estremismo, è però un fatto che avere accanto un vino di fama mondiale come il
Barolo, ottenuto dallo stesso nobile vitigno, il nebbiolo, rende dura la vita a
chiunque. Già il Barbaresco, per molto tempo ha sofferto di essere considerato
una specie di fratello minore, tanto da spingere alcuni produttori a tentare la
strada di imitarne struttura e potenza; c'è voluto molto lavoro, studio,
riflessione, per capire e soprattutto far comprendere a chi il vino lo beve, che
il Barbaresco non va confrontato con il Barolo perché ha caratteristiche diverse
e non è qualitativamente inferiore bensì si afferma attraverso un'eleganza e un
fascino che sono il marchio del suo territorio.
Il Roero si trova più a nord e, soprattutto,
guarda l'altra sponda del Tanaro, ha origine alluvionale geologicamente più giovane delle Langhe,
il terreno è formato mediamente da sabbia, calcare, arenaria e argilla, con un
suolo più morbido rispetto a quello di Langa, ricco di microelementi, fosforo,
calcio, potassio, tutte componenti fondamentali per la vite. Le sue origini sono
però di tipo marino, infatti l'altitudine inferiore fece sì che un tempo il
Roero rimanesse coperto dalle acque più a lungo, e questo spiega la forte
presenza di fossili marini. Il paesaggio è di straordinaria bellezza, un succedersi di colline e vallate, dirupi, forre, pareti scoscese,
il cui confine orientale è determinato proprio dal Tanaro, questo fiume che dalle Alpi ha portato sabbia, argilla
e limo. Il Roero è fatto di vigne, boschi e frutteti, che contribuiscono a renderlo un "canto di colori", un'area di poco più di 370 km quadrati, con una propria cultura e proprie tradizioni, al cui interno convivono 24 comuni e circa 75 mila abitanti. Qui c'è il tartufo bianco, ci sono i noccioli, i peschi, gli albicocchi e i pruni, si produce il miele, si coltivano eccellenti ortaggi e si fa vino, rosso e bianco. E poi ci sono i castelli, a San Martino Alfieri, a Govone, a Guarene, a Magliano Alfieri, c'è la gastronomia, che tocca punte altissime con chef del calibro del giovane e già straordinario
Davide Palluda all'Enoteca Regionale di Canale, c'è Pier Bussetti al castello di Govone,
Fulvio Siccardi a Monticello d'Alba; all'Osteria La Madernassa a Guarene c'è il giapponese
Ishikawa Atsumiro, allievo di Palluda, che sta facendo parlare di sé,
ma anche Davide Odore (Io e Luna) promette molto; a Pollenzo, frazione di Bra, ci sono
due figli del grande Guido Alciati, Ugo in cucina e Piero in sala;
a Santo Stefano Belbo presso il Relais San Maurizio, all'interno di un
bellissimo monastero seicentesco, c'è "Guido da Costigliole", un altro ristorante
di casa Alciati che vale la pena conoscere, condotto dall'altro figlio Andrea e
da mamma Lidia; a Priocca c'è "Il centro", da oltre cinquant'anni saldamente nelle
mani della famiglia Cordero; a Vezza d'Alba "La Pergola", condotta sempre con
grande maestria da Maria Occhetti, anche se la cucina in questo caso è forse più
di matrice langarola che roerina. Insomma un territorio tutto da scoprire,
approfondire, amare, solo in questo modo si può arrivare a capire i suoi vini,
la loro eleganza che sa di fiori, frutta e di tannini gentili ma senza perdere
una buona capacità di invecchiamento.
In quella che, tuttora, resta la manifestazione di riferimento per qualità e professionalità, ovvero Nebbiolo Prima, la nuova versione di
Alba Wines Exhibition svoltasi ad Alba da lunedì 17 a giovedì 20 maggio 2010,
organizzata dall'Albeisa e
curata dall'agenzia Artevino
in collaborazione con
Gheusis, quest'ultimo in qualità di ufficio stampa, il Roero Docg
ha sfilato con 16 campioni nella versione 2007 e 14 Riserva 2006.
Ci tengo a evidenziare subito che è stata una degustazione molto piacevole e
gratificante, per quanto mi riguarda fra le migliori effettuate negli ultimi
anni, soprattutto per quanto riguarda le Riserve, figlie di un eccellente
millesimo che gli consentirà sicuramente di evolvere a lungo. Partendo dai Roero
annata, i vini che più mi hanno convinto sono stati quello dei F.lli Rabino,
molto preciso al naso nei tratti floreali, di tabacco e liquirizia, arricchito
da buone venature fruttate, bocca fresca, con un frutto ben espresso e una
struttura di tutto rispetto; il Bricco Medica di Cascina Val del Prete
colpisce per le note balsamiche e speziate, inframmezzate da nuances floreali e
di resina, l'assaggio rivela un tannino misurato e ben amalgamato con la polpa,
buona persistenza; non male il Montespinato di Cascina Chicco, con
bello slancio fruttato e note di erbe aromatiche, mentre al gusto denuncia un
tannino piuttosto esuberante, che avrà bisogno di tempo per ingentilirsi; buono
il Roero di Cornarea, dapprima floreale di viola, poi proiettato verso
caffè, tabacco e accenti ferrosi e minerali, con chiusura appena balsamica, al
palato ha un buon equilibrio e tannino fine, manca appena di energia a centro
bocca; Marco Porello con il suo Torretta ci offre sensazioni di
rosa rossa, ciliegia, tabacco e liquirizia, bocca di buona struttura e trama
tannica adeguata, manca forse un maggiore slancio acido a mitigare una dolcezza
appena fuori misura; parte bene il Monvijè di Bel Colle,
riccamente floreale e minerale, condizione invece più difficile all'assaggio,
dove al momento appare un po' sbilanciato, alla ricerca di equilibrio e
precisione, con un finale dai riverberi amari; niente male il Manfrini di
Maurizio Ponchione, dai toni di rosa appassita e fiori secchi, leggera
ciliegia e rintocchi di tabacco, discreto equilibrio al palato e buon sviluppo
aromatico con finale appena magro; si fa trovare un po' indietro il
Prachiosso di Angelo Negro, appena vegetale ma con buone
nuances terrose e minerali, fiori, tabacco, vaniglia e ciliegia, mentre al gusto
denota un tannino giovane e asciugante, con qualche scivolo amaro.
Passando al Roero Riserva 2006, spiccano il Monpissano di Cascina Ca'
Rossa, forse mai così convincente, molto bello al naso, trova una
rotondità e un'armonia espressiva fra frutto e spezie, con ricordi floreali di
petali appassiti, glicine, viola, poi marasca, susina, lampone, rintocchi
minerali e di tabacco, ritroviamo in bocca un ottimo equilibrio,
è succoso, fine, elegante, carnoso, rotondo, ben definito e
persistente; gran bella prova del Roche dra Bossora di Michele Taliano,
ciclamino e piccoli frutti di bosco appena maturi, bocca con tannino non del
tutto integrato ma di buona fattura, struttura salda e freschezza gli donano già
ora piacevolezza di beva; quasi ineccepibile il Roche d'Ampsej di
Matteo Correggia, intenso e ricco come sempre in ogni suo aspetto ma forse
con una misura che gli dà maggior respiro ed equilibrio, sempre eccellente la
trama tannica; notevole il Printi di Monchiero Carbone, nei toni
di cipria, rosa macerata, muschio, frutta in confettura, tratti balsamici e di
liquirizia, bella grassezza al palato e tannino diritto, preciso e setoso,
equilibrio e persistenza ne allietano la beva; riuscito il Valmaggiore di
Cascina Chicco, grande frutto, soprattutto fragola, poi ciliegia sotto
spirito, lavanda, tamarindo, mentre al gusto lo avrei preferito appena meno
carico, concentrato, la materia è però convincente, il tannino deciso ma fine,
c'è un'ottima corrispondenza aromatica e persistenza decisamente prolungata; la
struttura del Sudisfà di Angelo Negro lo rende sempre vino da
attendere, anche se lo stile non mi ha mai convinto del tutto, mi sembra che
tanta potenza e intensità finiscano per allontanarlo dai caratteri distintivi
del territorio roerino, in ogni caso è un prodotto ben fatto, dai toni scuri di
mora, liquirizia, tabacco, fiori secchi, anice, tannino denso ma levigato,
sottofondo sapido e finale prolungato; mi è piaciuta la Riserva di Pace,
dai toni austeri di prugna, fiori macerati e spezie su sottofondo balsamico,
bocca carnosa ed espressiva con tannino ben smussato e finale giocato sul
contrasto dolce-ammandorlato; non posso non citare la Riserva Giovanni
Almondo del produttore omonimo, uno dei vini che più mi hanno colpito, dai
tratti fortemente speziati e complessi, non senza l'apporto del frutto, si gioca
fra cardamomo, cannella e toni appena vanigliati, impatto balsamico con tannino
di bella finezza e una sapidità che spalleggia la freschezza, finale lungo e
saporito. Altre Riserve che meritano di essere ricordate sono quella dei
F.lli Casetta, floreale e dal tannino setoso, il Renesio di
Malvirà, che mostra tratti eterei, buona struttura ed equilibrio; il
Braja di Deltetto, ampio e profumato di mora e prugna, cuoio e spunti
pepati e il Castelletto di Malabaila, caratterizzato da ciliegia e
fiori secchi e da un tannino importante che chiede tempo per integrarsi, ottima
vena acida e buona persistenza.
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