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Piccole vigne del Vulture, ma solo nelle dimensioni

Roma, 28/05/2010

Logo Piccole vigne del VultureA volte penso che certi prodotti, certe realtà, certi uomini sarebbe meglio non menzionarli, fare finta che non esistano, mi viene in mente il lardo di Colonnata e la sua improbabile diffusione, il tonno rosso in via d'estinzione, certi formaggi d'alpeggio riproposti in alcuni supermercati, penso ai quasi 12 milioni di bottiglie di Barolo, ai 2.000 ettari di Brunello, alla spropositata quantità di uve destinate all'Amarone, un vino che dovrebbe rappresentare una chicca, una rarità, penso ai vini naturali di cui tanto si discute e di cui si teme la stessa, assurda, speculazione. Se solo le cose restassero lì dove sono e mantenessero il giusto equilibrio, senza espandersi, dilagare, diffondersi smisuratamente fino a perdere identità, qualità, inimitabilità, se solo non scattasse quella molla dello sfruttamento commerciale, dell'investimento per fini di lucro, dove inevitabilmente si finisce per degenerare, se ci riappropriassimo delle nostre gambe, del gusto del viaggio e dell'esperienza senza esaltazioni ma nel rispetto di luoghi e persone, senza pretendere di avere tutto sotto casa, se l'uomo diventasse finalmente adulto senza essere vecchio, invece di diventare vecchio senza riuscire ad essere adulto...
Un piccolo paese, non lontano dalla provincia dove sono nato, poche migliaia di abitanti, negozi di abbigliamento che mostrano vestiti certamente non all'ultima moda, un cinema, niente teatro, pochi servizi, poco rumore, la sera il canto degli uccelli e la vista della Via Lattea perché c'è poco inquinamento luminoso. C'è tanto verde, aria buona, la gente ti saluta per strada, ti sembra di vivere in un altro pianeta, tutto segue un ritmo tranquillo. Qualcuno sparge la voce e dopo pochi anni la popolazione triplica, sembra una specie di invasione, la speculazione edilizia porta via fette sempre più grandi di prati e boschi, i servizi diventano insufficienti, l'aria non è più pulita, l'acqua scarseggia, le strade diventano pericolose, il silenzio notturno è un ricordo lontano, si vede ancora la luna e a volte Giove, ma della Via Lattea nessuna traccia, eppure è sempre lì...

Vigneto azienda CarboneFacevo il turno pomeridiano quel 23 novembre del 1980 in cui il terremoto sconvolse l'Irpinia e la Basilicata, si sentì perfettamente anche a Roma, era quasi ora di cena, un vero disastro di cui ancora oggi si possono vedere le conseguenze. Trent'anni dopo mi ritrovo nel Vulture, a Melfi, con Adele Chiagano, Mauro Erro, Luciano Pignataro, Paolo De Cristofaro, Enzo Scivetti, Antonio Tomacelli, Sergio Pappalardo, Giovanni Gagliardi e altri per una ragione fortunatamente ben diversa, incontrare i protagonisti di alcune piccole aziende che dànno lustro a questa importante area vitivinicola del sud italiano: Carbone, Camerlengo, Eleano, Grifalco, Eubea, Colli Cerentino, Musto Carmelitano, Michele Laluce e Macarico. Mancano all'appello Elena Fucci e Michele Cutolo (azienda Basilisco, che è però presente la prima sera alla cena nel ristorante La Grotta Azzurra), coinvolti in altre avventure.
Il tempo è tiranno, tra il 7 e l'8 maggio meno di 24 ore per capire qualcosa, i vini, il territorio, le persone. Decido di partire la mattina presto per arrivare prima, mi fermo a pranzo dalla famiglia Carbone, Sara mi presenta i genitori, Eleonora e Vittorio, atmosfera serena, ospitale, senza formalità, mamma ha preparato dei piatti strepitosi della tradizione locale e papà mi racconta storie di vita, poi arriva Luca, il fratello, colui che fa realmente il vino con la preziosa consulenza di Sergio Paternoster. Dopo l'indispensabile caffè, Sara mi porta a vedere le vigne, prima quelle storiche, impiantate negli anni '70, 10 ettari e mezzo situati a oltre 500 metri di altitudine tra gli altipiani di Montelapis e Piani dell'Incoronata, composti da aglianico e in percentuale minore fiano. Poi ci spostiamo verso la nuova cantina di vinificazione in località Braide, dove sono stati recentemente impiantati altri 8 ettari di aglianico e moscato. La bottaia, dove andremo il giorno dopo per la degustazione dei vini di tutte le aziende, si trova nel centro storico di Melfi. Strano. Uno si immagina che le vigne siano intorno all'azienda, ma le cose non stanno sempre così. Buono l'ultimo nato, il Fiano 2009, anzi, molto buono, totalmente diverso da quello di Avellino, come del resto l'Aglianico non ha nulla a che vedere con quello di Taurasi o del Taburno, altre terre, altro clima, altri metodi. Il Fiano dei Carbone è ovviamente Igt Basilicata, perché non c'è una Doc che ne preveda l'uso, ma questo non gli sottrae nulla, è un signor Fiano, di quelli profondi, minerali, che non passano inosservati, la terra vulcanica lascia su di esso una traccia evidente e suggestiva. Lo Stupor Mundi, il vino di punta al quale tiene molto Sara, è un aglianico in crescita, l'annata 2006 si è rivelata più precisa e in grado di fondersi meglio con il piccolo legno, tirando fuori una materia ricca di energia e carica aromatica. Sul Terra dei Fuochi, quest'anno millesimo 2007, posso solo dire che è uno di quei vini che a tavola rendono felici i fortunati commensali, perché ha la capacità di rendere tutto migliore, i piatti, le persone, la giornata. Del 400 Some 2007 nulla posso dire al momento, non avendolo ancora degustato, ma avrò occasione di parlarvene in seguito.

Michelangelo, la nostra guidaSempre nel pomeriggio del 7 maggio, dopo la piacevole mezza giornata passata in compagnia di Sara Carbone, ho ancora abbastanza tempo per fare un'altra visita, questa volta all'azienda Grifalco, Fabrizio Piccin e Cecilia Naldoni. Il nome Grifalco è di pura fantasia, deriva dalla fusione fra il mitologico grifone e il falco, abbondantemente presente nella zona del Vulture. "Abbiamo deciso di venire al Sud, in una terra che avevo già conosciuto e apprezzato, dopo esserci resi conto che in Toscana il vino non si fa più come lo intendiamo noi, non condividiamo la direzione che ha preso, abbiamo un modo di vedere le cose completamente diverso. Prima di decidere di cedere la nostra quota dell'azienda Salcheto, a Montepulciano, mi sono divertito a fare un po' di allenamento con l'aglianico portato dal Vulture, non sono arrivato qui del tutto impreparato, avevo già fatto un po' di prove di vinificazione e affinamento, per vedere in cosa differisce dal sangiovese, e ho scoperto che per alcuni aspetti non sono poi così diversi ma per altri in modo piuttosto netto. Queste terre e questi vigneti li conoscevo già, sono andato a colpo sicuro".
Non è un fatto negativo, ma la mano "toscana" si sente nei vini di Grifalco, ottima tecnica e pulizia e uno stile forse un po' troppo razionale, non c'è un vino che non mi sia piaciuto, anzi, il Bosco del Falco 2008, assaggiato dalla botte, il Gricos 2007  e il Grifalco della stessa annata sono molto convincenti, ciascuno con un proprio linguaggio espressivo: la prugna e l'amarena, cannella, vaniglia e altre spezie fini marcano il Gricos, mentre ciliegia, cacao, menta e rintocchi minerali, un tannino fitto e dolce sono gli elementi che caratterizzano il Grifalco. Il Damaschito 2007 sembra avere dalla sua un'eleganza e una finezza superiori, vino che esce solo nelle annate migliori, e la 2007 qui è stata sicuramente eccellente. Ma vi parlerò più approfonditamente di questa azienda e dei vini in un prossimo articolo.

Melfi: Castello di Federico II di SveviaIl giorno dopo ci attende una visita alla città di Melfi, come guida abbiamo il bravissimo Michelangelo, un ragazzo che trasuda passione e straordinaria dimestichezza con l'arte, ci racconta tutto del bellissimo Castello di Federico II di Svevia, delle sale e dei numerosi oggetti e reperti archeologici, senza mai scadere in atteggiamenti accademici ma con una scioltezza e una conoscenza dei dettagli davvero invidiabile. Al termine del breve ma intenso giro per il centro storico, i produttori ci attendono nella cantina dei Carbone, dove sono stati predisposti i banchi d'assaggio con le varie tipologie di aglianico presentate.
Man mano che respiro l'aria di queste zone e mi faccio una panoramica di assaggi, ripetuti anche a pranzo (presso l'ex ospedale adiacente la cattedrale di Melfi, una bella esperienza grazie al bravo chef Francesco Rizzuti dell'Osteria Marconi di Potenza) comincio a rendermi conto del perché l'Aglianico del Vulture non ha un'identità così netta, inequivocabile. C'è una bella differenza fra Venosa e Rionero, come c'è fra Maschito e Rapolla o Barile, basta farsi un giro per rendersene conto. Sull'argomento il bravo Mauro Erro (organizzatore con Luciano Pignataro dell'evento) ha scritto un interessante articolo che chiarisce molto bene le differenze sul territorio: "si va dai Tufi chiari subaerei - le formazioni piroclastiche più antiche - generalmente non stratificati, colore da grigio chiaro a giallo bruno chiaro, a materiali coerenti caratterizzati da pomici in quantità variabile, frammenti di minerali di rocce ignee e sedimentarie, riferibili alle manifestazioni iniziali (Pleistocene Inferiore), alle rocce di colore variabile dal grigio scuro al nero, compatte di Rapolla, ai tufi scuri a Rionero e Barile, fino alle sabbie grigie, gialle e rossastre, con incrostazioni e livelli travertinosi con presenza di lapilli grossolani di Venosa di epoca più recente), i dati non trascurabili in relazione ai terreni sono la granulometria, per capire il rapporto tra acqua e pianta, la pendenza, le altimetrie e soprattutto il ph dei terreni per un corretto assorbimento dei nutrienti e perché non si verifichino carenze. In questa zona si tratta di un ph da mediamente ad altamente alcalino". La denominazione, quindi, racchiude in sé una moltitudine di comuni le cui caratteristiche sono piuttosto eterogenee, aggiungiamo che alcuni produttori dispongono di vigne di 40 anni e altri no, che c'è chi lavora con metodo biologico, chi usa lieviti selezionati e chi indigeni, chi botte grande e chi piccola, chi filtra e chi no; da un certo punto di vista tutte queste differenze rappresentano una fortuna, almeno si evita il rischio di certe omologazioni e appiattimenti che purtroppo caratterizzano altre aree dello Stivale.
Le degustazioni? No, non entro nel merito, non ora, ogni cosa a suo tempo, vi dico però che per le ragioni appena espresse, vale la pena conoscere questo manipolo di piccole realtà, ciascuna ha qualcosa da dire, questo posso garantirlo senza esitazioni!