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Leggo: "Paglierino carico e luminoso. Al naso si
presenta fine con marcata alcolicità, offrendo sentori di agrumi, frutta
esotica, papaia e mango seguiti da pesca matura e accompagnati da netta
tostatura. In bocca è morbido, con alcol bilanciato da spiccata freschezza,
chiude con buona intensità e persistenza su toni leggermente ammandorlati". Il Voto è alto, non altissimo, ma siamo
quasi a livelli di eccellenza.
Non è importante sapere quale sia
il vino in questione e neanche da quale guida di settore sia tratto questo
commento. Penso che descrizioni del genere se ne trovino a iosa in giro,
riferite a vini bianchi italiani o stranieri, ottenuti dalla vinificazione di
qualsivoglia vitigno: chardonnay, pinot bianco, inzolia o catarratto che
sia. Ieri sera, dopo aver bevuto, anzi, sorseggiato due volte, il vino a cui
si riferisce il commento poco sopra, riflettendo per un attimo, tra me e me,
cercando di non tediare chi mi sopporta tutti giorni e che non ha nessuna colpa
di subire questi ed altri pensieri che a volte affollano la mia confusa materia
grigia, mi chiedevo: "Abbiamo perso?". Oggi, cercando, tra le pagine di una
guida, il cui commento è sopra riportato, e dopo averlo finito di leggere, mi
sono dato la risposta: "Io, sicuramente si". Non che abbia intrapreso qualche
battaglia particolare, lungi da me, ma spesso mi chiedo se sia più giusto bearsi
di far parte di una nicchia di pensiero che reputa il vino come espressione, se
non proprio, come sarebbe auspicabile, di un luogo, di persone, di una cultura,
quanto meno dell'uva di provenienza o se bisogna considerare questo
atteggiamento, questa constatazione, come una sconfitta su tutta la linea, che
porta a ben pochi risultati pratici. Meglio essere dei simpatici e sempre
sorridenti utopisti che continuano a credere di poter cambiare un certo stato di
cose, o pessimisti disillusi per i quali...meglio lasciar
perdere?
Roberto Giuliani, il direttore editoriale di LaVINIum,
chiacchierando su quanto sto cercando di raccontare, mi scriveva: "Ale, non se
ne parla mai abbastanza! Il tema è sempre attuale", rispondendo ad una mia mail
nella quale mi dichiaravo quasi stufo con me stesso di riflettere su questi
argomenti e come non ne valesse la pena di esternarli, perché in fondo, si è già
detto e scritto sin troppo, forse.
Ieri sera in un
affollato e simpatico bistrot, chiamiamolo così, ho cenato: un primo a base di
pesce ed un bicchiere di bollicine. Prima di uscire, il proprietario, che
conosco, ha insistito affinché assaggiassi i due vini bianchi che in questo
momento stanno maggiormente furoreggiando nel suo locale, tanto da dirmi.
"Guarda, ne girano talmente tante di queste due tipologie, sia al bicchiere che
in bottiglia al tavolo, che quasi non riescono a star dietro ai miei ordini!
Anzi, se mi trovi qualcosa di simile in alternativa, te ne sarei grato". Bene,
asssaggiamoli questi benedetti campioni di incasso, quanto meno in questo
locale. Il primo è il vino sopra descritto dalla guida: sul colore ci siamo,
in effetti è un paglierino talmente carico e luminoso che potremmo anche
definire dorato. Il naso è di una violenza non indifferente, incentrata su toni
di lacca, vernice e tostatura impressionante. Mi verrebbe da definire il tutto
in qualsiasi modo tranne che con "fine". In bocca affermare che sia morbido è
poco: è una melassa con retrogusto dolce, sì, dolce, quasi stucchevole e
stancante dopo mezzo sorso. Il secondo vino è invece un'esplosione di mela
verde, quasi avessi sotto il naso un succo di frutta o un detersivo all'aroma di
questo frutto, stop: corto e slegato in bocca con un fastidioso ritorno
amarognolo. Non so cosa ne dicano le guide e non intendo fare ulteriori
ricerche.
"Cosa ne pensi?" mi chiede fiducioso e trionfante il
proprietario. "Cosa vuoi che ti dica!" - gli rispondo - "Facciamo che ti dico
che non sono i vini per me, sarà un mio gusto personale: se alla gente piacciono
fai bene a tenerli. Si vendono alla grande? Continua allora! Ci mancherebbe
altro, il locale è tuo e l'importante è, soprattutto ora che hai appena aperto e
visti i "chiari di luna" che ci sono in giro, che il vino giri, si venda e non
prenda polvere sugli scaffali". Che diplomazia! Che saggezza commerciale! Mi
faccio i complimenti da solo e mi tiro anche una bella pacca sulla
spalla.
Mi ricordo un bel film di Gabriele Salvatores, forse il
più bello tra quelli che ho visto di questo regista, dal titolo "Turné": in una
delle scene finali, lo scapigliato ed un po' anarchico Bentivoglio cede alle
lusinghe di un agente che gli propone la parte per un film americano dalla
dubbia trama e, all'ex amico, Abatantuono, che lo guarda stranito dopo che si
è tagliato i suoi lunghi e disordinati capelli, risponde: "L'americano li
vuole corti? Tac! Corti".
Il consumatore continua a volerli
legnosi, morbidosi, con profumi e sapori da bevanda più che da vino? Tac!
Eccoteli. A dir la verità pensavo che stesse cambiando qualcosa: pur non
cercando di equiparare la domanda di un singolo locale alle porte di Milano a
quella nazionale, un certo sconforto mi è sorto, ma forse non dovrei stupirmi
più di tanto, anzi, per nulla.
Leggere su una guida che chiari
sentori di lacca e vernice si trasformano in "alcolicità marcata", che la
debordante e dolcissima frutta tropicale al naso diventa "frutta esotica,
papaia e mango seguiti da pesca matura", che un odore nauseabondo di legno,
praticamente predominante sia, quasi in secondo piano, descritto alla fine del
commento, in souplesse con: "accompagnati da netta tostatura", perché mai
dovrebbe farmi indignare? E soprattutto, ancora? Nel 2006? Probabilmente,
anzi, ne sono certo, questo è quello che sente ed apprezza la maggior parte di
chi consuma questo vino, anche se non è in grado di utilizzare le stesse parole
della guida per descriverlo e mi pare che i fatti diano ragione a chi lo
produce, a chi lo vende e a chi ne scrive in quel modo. Ci si accapiglia, me
compreso, sul tema, per adesso attuale, della legalizzazione dell'utilizzo dei
trucioli nel vino; ma se questo è il vino che la gente desidera bere, in
effetti, mi chiedo che senso abbia spendere soldi ed energie nello studio ed
utilizzo di piccole botti di legno, quando, lo stesso e identico risultato
verrebbe percepito come tale sia dalla maggior parte dei consumatori di vino
che, penso, anche da molti dei cosiddetti esperti del settore, con i magici
chips, risparmiando tempo e denaro.
Ritorno nella mia nicchia di
vini, probabilmente considerati dai più, aciduli, piatti, vecchi e
scontrosi. Sono uno snob? Non credo, semplicemente un
perdente.
Alessandro Franceschini
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