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Dopo la risoluzione della controversia che vedeva l'azienda vinicola Masi
unica proprietaria dei marchi "Ripasso" e "Vini di Ripasso"
(vedi articolo), sabato 11 febbraio, nel
Palazzo della Gran Guardia a Verona, si respirava un'aria di grande
attesa, non tanto per la presentazione degli Amarone 2002, annata fra le più
difficili degli ultimi dieci anni, quanto per i risultati di tre importanti
ricerche effettuate nell'area del Valpolicella e commissionate dal Consorzio di
Tutela Vino Valpolicella. La prima, presentata dal prof. Eugenio Pomarici dell'Università di Napoli e intitolata "Analisi della
filiera vitivinicola della DOC Valpolicella", è la più approfondita
ricerca mai effettuata sull'intero processo produttivo dei vini dell'area
veronese (Valpolicella, Valpolicella "Ripasso", Recioto e Amarone); la
seconda, presentata dal prof. Pietro Berni dell'Università di Verona, si
intitola "Elementi di valutazione economica della DOC Valpolicella" e
prende in considerazione il passaggio dal modello di sviluppo delle
"Denominazioni di origine" a quello del "Paniere di beni e
servizi territoriali"; la terza ed ultima relazione, presentata dal prof.
Enrico Finzi presidente dell'Istituto di ricerche Astra di Milano, si intitola semplicemente "Valpolicella" ed è un'analisi
effettuata su un campione di 957 interviste telefoniche su tematiche inerenti la conoscenza
e il consumo del vino, con un occhio di riguardo al Valpolicella.
Indubbiamente
la presentazione di tre relazioni, gli interventi del presidente del Consorzio e
amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini (GIV) Emilio Pedron,
dell'impeccabile coordinatore e giornalista veronese Fabio Piccoli, del
Presidente della Camera di Commercio di Verona Fabio Bortolazzi, del Presidente
di Verona Fiere Luigi Castelletti, del Presidente del Banco Popolare di Verona e
Novara Carlo Fratta Pasini, del presidente dell'Unione Italiana Vini
(UIV) Andrea Sartori, l'apparizione infine del ministro Alemanno con i suoi supporters, hanno spinto la
mattinata di sabato ben oltre l'orario prefissato, mettendo a dura prova
l'attenzione del numeroso pubblico; ma c'è da dire che Enrico Finzi, che ha
dato il suo contributo proprio nella fase finale, ha saputo risvegliare molto
bene l'interesse dei partecipanti con il suo linguaggio colorito e trasmettere
un'energia che si è manifestata con chiarezza nel lungo applauso finale.
Dalla
ricerca di Astra, emergono dati per certi versi confortanti, proprio per quanto
riguarda i vini del veronese: risulta infatti che agli italiani piace molto il
vino rosso, e una percentuale maggioritaria predilige i vini morbidi, abbastanza
leggeri, digeribili, gradevoli da bere, qualitativamente sani (sono cioè
preferiti i vini garantiti da un disciplinare, che ne attesta la qualità e la
territorialità), facilmente abbinabili, a prezzi onesti e contenuti e, incredibile ma vero, negli
ultimi anni sono in netto aumento le preferenze per i vini legati alla
tradizione. In pratica interessano sempre meno le bombe enologiche, i cult wine,
i vini concepiti per sbancare ai concorsi e nelle guide. Tutto questo sembra
andare magnificamente incontro alle caratteristiche del Valpolicella, un vino
che, nella versione normale (cioè senza l'utilizzo della pratica di ripasso),
ci offre proprio requisiti di piacevolezza, bevibilità, alcolicità contenuta e
rapporto qualità/prezzo davvero esemplare. E se i consumatori nazionali
sembrano essersene accorti da tempo, Enrico Finzi mette in evidenza l'anomalia
di un radicato disinteresse in tutto il Triveneto proprio per questa tipologia
di vino. Insomma, paradossalmente dove viene prodotto, il Valpolicella sembra
non essere sufficientemente sostenuto. Il relatore evidenzia l'importanza di una
strategia di marketing capillare, di un recupero dell'orgoglio da parte dei
produttori e della popolazione della zona verso i vini veronesi, recupero
indispensabile in un momento assai favorevole come questo, che vede una vera e
propria riscossa su tutto il territorio nazionale di vini sostenibili e di
qualità, peculiarità che certo non mancano al Valpolicella. Non è infatti un
caso se oltre 3,6 milioni di italiani bevono questo vino (su 6,3 milioni che
bevono vino dell'area veronese), la cui Doc occupa una superficie di quasi 5.000
ettari e coinvolge circa 130 aziende vinicole fra privati e cooperative, oltre
1.500 produttori di uva conferita (di cui 1.350 soci di cooperative), garantendo
una capillare distribuzione su tutto il territorio e una vasta possibilità di
scelta. Ma dalla ricerca di Finzi emerge anche che la qualità del vino veronese
non è più sufficiente a garantirne il successo, è invece fondamentale investire
in un rapporto più diretto fra il produttore e il consumatore, stimolandone la
fildelizzazione attraverso un dialogo più diretto e operando uno snellimento di
tutto il processo di distribuzione e vendita (il vecchio detto "dal produttore
al consumatore" è sempre valido).
La ricerca sulla filiera del Valpolicella
effettuata dal prof. Pomarici evidenzia alcuni aspetti critici del sistema e del
disciplinare (ma qui apriamo una ferita profonda su tutta la normativa enologica
nazionale). Il fatto, ad esempio, che ben 225 imbottigliatori operano al di
fuori della zona di produzione (ovvero il 46% dell'intera produzione nel 2004),
di cui 116 nel Veneto, 72 in altre regioni italiane e ben 37 all'estero, non
pone a favore di una tracciabilità e garanzia dell'integrità del prodotto. Un
altro elemento che fa riflettere è l'ancora scarso interesse per la visibilità
sul web: il 31% delle aziende vinicole non ha il sito e solo il 4% effettua
il commercio elettronico (aggiungerei che molte aziende, pur avendo il sito, non
lo tengono aggiornato e non si curano di verificare con puntualità la presenza
di e-mail, nda). Un discorso a parte merita la questione del prezzo dei vini:
attualmente, proprio perché il prodotto passa per troppe mani prima di arrivare
al consumatore, è molto difficile controllarne gli eccessi di ricarico, con la
conseguenza che il processo di riduzione dei prezzi finisce per operare
all'inverso, colpendo proprio il primo anello della catena, quello dei
produttori d'uva, che si trovano a non poter più garantire una qualità elevata
della materia prima a causa di un margine di guadagno sempre più basso. Tutto
questo mentre aumenta la concorrenza di altre regioni italiane come la Puglia e
la Sicilia, per non parlare di quella estera proveniente dal Nuovo Mondo. E'
quindi bene prendere in considerazione nuove strategie, orientandosi alla
realizzazione, attraverso la sinergia fra le diverse realtà territoriali, di un
modello economico che preveda un'offerta composita di beni e servizi
strattamente legati al territorio e qualitativamente equivalenti, come propone
Pietro Berni nella sua relazione, mediante il cosiddetto "Paniere di beni e
servizi territoriali", un modello nuovo, ancora in fase di ricerca, che potrebbe
offrire al consumatore un più generale livello di soddisfazione, attraverso un
insieme di opportunità qualitativamente appetibili nell'ambito di una stessa
zona, il tutto sotto un unico marchio: "Valpolicella".
Nel
pomeriggio, attorno alle 15,30 è iniziata la degustazione libera dei vini di
Valpolicella: a disposizione dei giornalisti 23 Amarone 2002 e 32 Valpolicella
delle annate 2003, 2002, 2001, di cui vi darò maggiori ragguagli nel prossimo
articolo. Ci tengo però a dire sin da ora che mi auguro fortemente che il
Valpolicella, soprattutto nella versione "Ripasso", non commetta più l'errore in
futuro di emulare il fratello maggiore (l'Amarone), che mantenga una personalità
distinta e miri a conservare ed esaltare quelle caratteristiche di eleganza,
serbevolezza e piacevolezza che gli hanno permesso di essere apprezzato da
milioni di consumatori. La chiave per il futuro del vino è questa, non serve più
produrre vini opulenti, pesanti, inabbinabili, costosissimi e, soprattutto,
omologati e privi di quella fondamentale ricchezza data dall'armonia fra il
territorio e l'uomo.
Roberto Giuliani
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