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L'attesissima manifestazione "Benvenuto Brunello 2006", che si è svolta nella
Fortezza di Montalcino il 24 e 25 febbraio e che ha visto schierati in
degustazione oltre 150 Brunello di Montalcino 2001 e un numero assai più
contenuto di Riserve 2000, Rosso di Montalcino 2004, Moscadello di Montalcino e
Sant'Antimo, era gremita di giornalisti, oltre cento provenienti da ogni parte
del globo. Le degustazioni sono iniziate puntuali alle 10 di venerdì 24, in una
giornata piuttosto fredda e ventosa, con pioggia che sembrava sempre sull'orlo
di trasformarsi in neve. Gli occhi erano puntati sull'annata 2001 di Brunello di
Montalcino, frutto di una vendemmia che in quest'area ha dato ottimi risultati,
anche se non è arrivata a meritarsi l'appellativo di "annata
storica". Ma quattro stelle sono una garanzia di qualità elevata del
prodotto che nascerà da quei grappoli di sangiovese grosso che sono stati
selezionati con cura da ogni pianta e vinificati con altrettanta, meticolosa,
attenzione nelle cantine aziendali. E oggi, nel 2006, il Brunello di Montalcino
2001 è pronto per andare in commercio, quindi è stato degustato dopo un seppur
breve periodo di affinamento in bottiglia.
Nei due
giorni previsti, ho esaminato tutti i campioni 2001 presenti, rigorosamente alla
cieca, per avere la visione più ampia possibile dell'annata. L'impressione
avuta non è stata delle migliori, con le dovute eccezioni, ma il quadro
generale è risultato decisamente inferiore alle aspettative. Ho cercato di dare
più respiro, allungando i tempi di degustazione, a quei vini (non pochi a dire
il vero) che presentavano problemi olfattivi, cosa che, ovviamente, in alcuni
casi ha giovato. Nonostante queste attenzioni, molti prodotti sono risultati
squilibrati, con tannini duri e verdi, poca polpa, profumi piuttosto monolitici
e privi di eleganza. In alcuni casi ho rilevato dei colori davvero estremi, sia
per concentrazione che per intensità, sinceramente difficili da attribuire ad
un sangiovese in purezza, per quanto esistano oggi cloni selezionati in grado di
dare tinte più accese; ma stranamente, o forse no, a quei colori estremi
corrispondevano profumi e sapori molto lontani da quelli che da sempre hanno
caratterizzato questa varietà, soprattutto nenll'area di Montalcino.
Sulla base di queste constatazioni
mi viene naturale esprimere alcune ipotesi sulle possibili cause di un
risultato generale così modesto, rispetto alle aspettative. Il fatto che negli
ultimi anni, ad esempio, siano aumentati considerevolmente il numero dei
produttori di Brunello di Montalcino, e conseguentemente il numero di ettari,
non pone certamente a favore di una qualità media elevata. Oggi abbiamo 2.000
ettari vitati a Brunello iscritti all'albo, su un totale di 3.000, e ben 250
produttori (di cui 200 anche imbottigliatori). Questo significa che i confini
della Docg si sono piuttosto allargati e che numerose aziende nuove hanno
iniziato da poco la produzione di Brunello. E' evidente che le varie zone vitate
hanno età e possibilità diverse e ho qualche perplessità che possano avere
tutte le caratteristiche di vocazione necessaria ad ottenere un vino così
complesso e unico come il Brunello di Montalcino, perché sappiamo bene che il
sangiovese è un'uva che concede poco o nulla se non è allevata in condizioni
di terreno e di clima ottimali. Inoltre, questo incremento di produttori è
figlio del precedente decennio, quando il boom del vino aveva dato una forte
spinta al settore stimolando nuovi investimenti, mentre oggi, che si è giunti
ad una più che naturale fase di stabilità, la produzione è diventata
sovrabbondante rispetto alla richiesta di mercato, e si sostiene solo grazie
all'export americano, l'unico che consente ancora dei buoni margini commerciali,
ma che non può rappresentare la giustificazione ad una politica troppo
"larga", che ha portato ad un abbassamento della qualità di un vino
simbolo, in un momento in cui sarebbe invece auspicabile una maggiore attenzione
e oculatezza nell'annettere alla più prestigiosa Docg toscana, zone che
probabilmente non ne hanno i meriti.
I vini che ho trovato più interessanti provengono in gran parte da aziende
affermate, ma ci sono anche piacevoli sorprese. Fra le aziende che mi hanno più
convinto c'è Salicutti, che ha offerto una splendida prova sia con il Brunello
2001 che con il Rosso di Montalcino 2004; sullo stesso piano Le Potazzine di
Giuseppe Gorelli, un Brunello di classe, molto ben delineato e di bella
complessità, ed un Rosso 2004 che si fa bere che è un piacere; sempre ottimo
il Brunello di Siro Pacenti, forse un po' più semplice del solito; sebbene di
concezione indubbiamente più moderna, si conferma vino di notevole struttura e
complessità il Brunello La Casa 2001 della Tenuta Caparzo, con note di frutta sotto
spirito, ciliegia e prugna, speziatura di ginepro e pepe, venature
balsamiche e un tocco minerale; dagli accenti terrosi e speziati l'ottimo
Brunello di Tenuta di Sesta, ancora giovane nel tannino ma con una progressione
espressiva non comune; già apprezzato in passato, si conferma una sicurezza il
Brunello 2001 de l'Uccelliera; riusciti sia il base che la selezione Manachiara
di Silvio Nardi, quest'ultima più intensa e coinvolgente; validissimo anche il
Brunello di Col d'Orcia, da sempre una delle aziende che preferisco, quest'anno
è davvero eccellente anche il Rosso 2004; costanti e affidabili da sempre il
Brunello e il Rosso de Il Poggione; uno dei migliori in assoluto il Brunello de
Il Colle, che figura benissimo anche con il Rosso; naso interessante e variegato
per il Brunello di Gianni Brunelli (Le Chiuse di Sotto), che ha invece bisogno
di tempo per smussare certe asperità al palato; infine, meritano di essere
ricordati Il Marroneto, Fuligni, Capanna, Sesta di Sopra, Tiezzi, Il Poggiolo,
La Palazzetta, Le Macioche (anche se quest'ultimo presenta un tannino ancora troppo teso che
ne frena l'espressività al gusto).
Per quanto riguarda le Riserve 2000, erano presenti solo 6 vini,
insufficienti per dare una valutazione generale dell'annata. Fra questi sono
degni di nota il Vigna Spuntali dei Tenimenti Angelini (anche se non è lo stile
di vino che preferisco), il Cerretalto di Casanova di Neri (stesso discorso, ma
ne riconosco la pulizia di esecuzione) e l'Ugolaia di Lisini.
Roberto Giuliani
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