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Provate a immaginare cosa succederebbe e quali reazioni ci sarebbero nella Francia del vino se un giornalista italiano,
in un articolo dedicato ai principali domaines viticoles di Bordeaux o della Bourgogne si permettesse, dall'alto della sua
sconfinata sicurezza di sé, di affermare di essere in grado di giudicare la produzione transalpina basandosi "sulle acquisizioni
del meglio dell'enologia italiana i cui fondamenti estetici si possono applicare, senza alcuno sciovinismo, a tutti i vini esteri",
francesi compresi. Come minimo, a Parigi e dintorni gli darebbero dell'arrogante e del presuntuoso, epiteti che si estenderebbero
a visionario o anche oltre, se il tizio, forte della sua scienza e dei suoi "fondamenti estetici", si azzardasse, dall'alto di
una "visione personale", a stroncare impietosamente, dando loro dei passatisti, dicendo che i loro vini puzzano, che hanno
un'acidità volatile altissima, che rappresentano uno "stile da vecchio saggio, saggio ma vecchio", aziende e vignerons che hanno
fatto la storia e rappresentano la crème di un cotè ben determinato della produzione di una zona classica. Piaccia o meno ai
laudatores della modernità ad ogni costo, secondo i quali chi si sforza di rispettare la tradizione o l'identità, storica, di un
vino, si pone, paradossalmente, al di fuori di una logica del cambiamento che sembra ineluttabile.
In Italia invece, di fronte al recente articolo Icones et contadini che Michel Bettane ha inteso dedicare ai Barolo 2001 e ai
"produttori della denominazione di riferimento del Piemonte", pubblicato in giugno sulla sua newsletter quindicinale Tast
(raggiungibile dal sito Internet
www.bettanedesseauve.com) non solo l'autorevole, si dice così no?, collega francese
non si beccherà le contumelie - meritate - che sarebbero toccate allo Ziliani di turno che avesse avuto l'ardire di massacrare
qualche domaine borgognone o bordolese o della Côte du Rhône che non si fosse ancora conformato ai diktat dell'estetica
parkeriana, ma rischia anche di essere persino elogiato per essersi così acutamente applicato al racconto del Barolo agli
appassionati di lingua francese.
Anche se ha scritto, sfidando il senso del ridicolo, di essere in grado di giudicare il Barolo basandosi "sulle acquisizioni del
meglio dell'enologia francese i cui fondamenti estetici si possono applicare, senza alcuno sciovinismo, a tutti i vini esteri"
(sic!).
Ma poiché chi scrive, e questo giornale che ospita queste riflessioni, non sono cultori del politicamente corretto e del buonismo
e amano dire pane al pane e vino al vino e dire, con tutta franchezza, le cose che pensano, noi non avremo esitazione alcuna
nell'affermare che l'articolo di Bettane non solo c'indigna, ma dimostra che tentare di capire il Barolo senza la necessaria
umiltà e disponibilità a giudicare con la più ampia apertura mentale, è impresa impossibile. Un articolo che ci ricorda, nel caso
fosse necessario, che un conto sono i vini di Bordeaux, che Bettane indubbiamente frequenta e conosce, e un conto, tutt'altro
conto, sono i vini base Nebbiolo come il Barolo, che nascono unicamente nei magnifici terroir del Barolo.
Ci vorrebbero colonne e colonne di testo, la cosa migliore sarebbe addirittura tradurre integralmente dal francese l'articolo,
per dare conto dei vari misunderstanding, delle incomprensioni, degli equivoci in cui Bettane, (che già lo scorso anno aveva dato
prova del suo personalissimo approccio al Piemonte vinicolo curando questa regione per la prima edizione del supplemento Italie
della Revue du Vin de France), è incorso. Mettendo le mani avanti e ammettendo che "alcuni giudizi potranno apparire strani a
coloro che seguono l'attualità di questi vini attraverso le riviste americane o le guide italiane".
Basterebbe, per dare un'idea, citare il piccolo gioiello, la vera chicca, nella quale Bettane, parlando, ça va sans dire,
di Monsieur Angelo Gaja, le roi, sostiene, papale papale, che "i più grandi barolo di oggi non presentano questo nome in
etichetta. Angelo Gaja ha preferito la denominazione Langhe (Nebbiolo) per introdurre, quando necessario, una piccola parte di
barbera, cosa non consentita nella denominazione, anche se numerosi produttori non si fanno problemi nell'aggiungerla senza dire
nulla".
Un capolavoro, un esempio, illuminante, di come l'ex nume tutelare della Revue du vin de France, guardi al Barolo e ai vini di
Langa e come abbia accettato beatamente, senza obiezioni e con scarso senso critico, la vulgata diffusa che spiega la rinuncia di
Monsù Gaja a presentare come Barolo il suo Sperss. Dovuta, come sanno anche i bambini, solo alla necessità di aggiungere un
pizzico di Barbera, of course, al Nebbiolo e non ad altre ragioni...
Si limitassero a questo le clamorose incomprensioni di Bettane, le accetteremmo, se per lui il migliore "Barolo" è il Langhe
Nebbiolo di Gaja, bene, che se lo beva pure, che noi scoleremo, molto più volentieri, i Barolo di
Cappellano, Cavallotto,
Mascarello, Rinaldi. Ma che il professorale degustatore francese da un giudizio soggettivo, legittimo, passi, invece,
ad una stroncatura senza pietà, di figure icona - "i produttori che perpetuano uno stile di vino che giudico superato ma che è
oggetto in loco di un culto quasi religioso. Da questo punto di vista sono in completo disaccordo con alcuni critici piemontesi
e anche americani, anche se rispetto la loro posizione" - come Bruno Giacosa,
Bartolo Mascarello, Giacomo Conterno, Beppe Rinaldi,
questo no, non si può proprio tollerare. Anche per la maniera - e " 'l modo ancor m'offende " direbbe il padre Dante - in cui
questa stroncatura, liquidatoria, viene fatta.
Cosa scrive, difatti, ed è bene tradurlo, metterlo nero su bianco, Monsieur Bettane su queste figure? E' presto detto.
Definisce Bruno Giacosa "una grande figura piemontese idolatrata dai sommelier
locali e da Robert Parker", afferma "che ha sempre
fatto fatica a capire i suoi vini: negli anni Ottanta troppo animali e variabili da bottiglia a bottiglia, oggi notevolmente
affinati, almeno le cuvée haut de gamme composte da Barolo e Barbaresco, e pervenuti ad uno stile delicato, pacificato, ma
curiosamente devitalizzato. Un lungo affinamento spoglia il Nebbiolo delle sue scorie giovanili e da una certa rusticità tannica,
ma gli sottrae la vibrazione del frutto e la tessitura. Uno stile da vecchio saggio, saggio ma vecchio".
Basterebbero queste poche simpatiche righe, per far capire a quale stravagante approccio critico ci si trovi di fronte, ma ecco
Giacomo Conterno ed eredi liquidati con l'affermazione "non ho mai riscontrato eleganza nei loro vini ed in particolare nel
celebre Monfortino. Questo, senza dubbio, a causa del mio palato deformato dall'enologia bordolese classica", e
Beppe "Citrico"
Rinaldi descritto come "uomo ricco di charme e sicuramente difensore di una tradizione rispettabile". Ma i vini, per colui che
giudica il miglior Barolo il Langhe Nebbiolo corretto... Barbera di Gaja, sono purtroppo "irregolari, talora meravigliosamente
complessi, ma molto più spesso condizionati da difetti analitici inammissibili oggi, come un'acidità volatile o aromi selvatico
animali. Le mie ultime degustazioni sono state catastrofiche".
Bene, se siete riusciti a resistere alla tentazione di scrivere a Bettane e mandarlo, simpaticamente, beninteso, a quel paese,
temo che altrettanta pazienza e tolleranza non riuscirete a pescarle, quando leggerete, leggetele e rileggetele sfidando la
rabbia che generano, le bagattelle che l'uomo venuto da Parigi per spiegare il Barolo aux français, dedica, senza vergognarsi di
farlo, a Bartolo Mascarello "il vecchio e malizioso vigneron filosofo", che afferma, senza nemmeno essere ben informato, essere
morto l'anno scorso, mentre invece è scomparso, purtroppo, lasciando un vuoto incolmabile, solo quest'anno, in marzo.
Di Bartolo e dei suoi vini l'esperto, dobbiamo chiamarlo così, no?, francese, scrive che si tratta di "vini di grande finezza e
purezza in origine, spesso compromessi e rovinati da vecchie botti che gli comunicavano gusti animali e selvatici che gli ingenui
appassionati attribuivano al terroir. Mi auguro vivamente, in ricordo dei momenti passati in sua compagnia nel 1988 che sua
figlia abbia posto fine a questi difetti".
Non ci sarebbe nulla da dire di fronte a tanto liquidatorio, superficiale e spocchioso atteggiamento sia nei confronti di Bartolo,
sia dei suoi vini, sia di noi suoi convinti, motivati e tutt'altro che allocchi, sostenitori, un modo che offende, ebbene sì,
offende la memoria di Bartolo e il suo decennale lavoro. Basterebbero queste parole, dal sen fuggite, per capire come Bettane,
come onestamente ha detto, assaggi e giudichi il Barolo con il palato, la mentalità, l'approccio e la filosofia gustativa di chi
degusta e beve Bordeaux. Basta vedere come nella categoria "maestri", ovvero "i produttori che hanno portato la viticoltura e la
vinificazione del Barolo al suo più alto livello" ponga non solo Gaja,
Roberto Voerzio, Altare, Clerico, Sandrone, ma soprattutto
Parusso, giudicato testualmente come "lo stilista più straordinario della denominazione che ha addirittura superato il suo idolo
Altare quanto ad integrazione di forza e finezza" (???).
E quante stravaganze nella categoria speranze (una speranza Enzo Boglietti e
Luigi Pira di Serralunga o piuttosto una certezza?)
mentre nei classici, dai e ridai, finalmente il Bettane qualcosa riesce ad azzeccare, inserendo in questo settore che accoglie i
"valori sicuri della denominazione, quelli che mostrano regolarità e correttezza nello stile", nomi importanti e solidi come
Brovia, Brezza, Aldo Conterno, Vietti, Conterno Fantino, gli
Scavino, Cordero di Montezemolo.
Ma che questi vignerons appaiano a Bettane dei classici e che invece non gli paiano tali capisaldi e veri maestri quali i
Mascarello, i Giacosa, i Rinaldi, confinati tra le icone polverose consegnate ad un passato senza più nulla da dire e da dare, è
non solo assurdo e scandaloso, ma dimostra come non basti essere dei grandi esperti (così dicono) in Francia per capire veramente
cos'è il Barolo, nelle sue più alte e autentiche espressioni. Dommage, Monsieur Bettane, lei è rimandato all'esame Barolo: si
rimetta a studiare e soprattutto a degustare con maggiore umiltà e senza schemi prefissati, rinunciando al conforto, deformante,
dell'enologia bordolese classica, e si ripresenti a settembre. Per ora il Barolo, quello vero, resta per lei un insondabile
mistero...
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