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La scommessa che la Regione
Piemonte aveva fatto sul rilancio delle doc minori è stata vinta. Non
solo Barolo, Barbaresco e Barbera sono entrati a pieno merito nell'olimpo
dei grandi vini mondiali, ma la qualità media si è notevolmente elevata
anche per tutte le altre tipologie. Basti pensare ai vari Dolcetto,
all'intera area del Roero, ai Nebbiolo delle zone del nord, fino a qualche
anno fa dimenticati e adombrati dalla notorietà del Barolo, come il
Sizzano, il Ghemme, il Gattinara, il Boca, il Bramaterra, il Lessona e il
Carema. Ma anche i bianchi sono in continua crescita e stanno conquistando
il loro giusto posto nel mercato vinicolo internazionale; l'Erbaluce, il
Gavi, l'Arneis, sono oggi vini di valore indiscutibile, grazie anche
all'apporto di quella miriade di piccoli vignaioli che hanno investito le
loro energie nella selezione clonale, nel lavoro meticoloso in vigna ed
in cantina, rinunciando alle alte rese e abbandonando le vecchie filosofie
oggi non più sostenibili di fronte ad un mercato più maturo ed esigente. Il Piemonte vanta il più alto numero di DOCG (7) e DOC (43) d'Italia,
molte delle quali rivedute e migliorate. Non è un caso se oggi il prezzo
di un ettaro di terreno nelle zone vocate del Barolo si aggira intorno ai
2 miliardi. Può apparire eccessivo, ma se si pensa che una bottiglia di
Barolo ha un costo medio di 60.000 lire ed un impianto vitato può essere
sfruttato per oltre 30 anni, il prezzo del terreno non è poi così
ingiustificato. Inoltre i moderni sistemi d'allevamento, pur avendo
ridotto notevolmente la produzione d'uva per pianta, consentono di
raddoppiare e, in alcuni casi, triplicare il numero di ceppi per ettaro,
compensando le singole perdite. Il problema è, semmai, trovare ancora una
zolla di terra invenduta.
Discorso a parte merita l'Asti, che sta vivendo una situazione difficile, anche se non
proprio critica e irreversibile. Infatti, già dall'ultima vendemmia un
primo intervento è stato fatto per ottenere una riduzione delle rese per
ettaro, portandole dai 100 quintali previsti dal disciplinare a circa 83,
per arginare il calo delle vendite e la conseguente necessità di
distillazione delle eccedenze. La domanda estera è in ribasso,
soprattutto in Germania e Inghilterra, che sono i principali clienti,
mentre si mantiene stabile da parte di Stati Uniti, Australia, Giappone e
mercato interno. Una delle ragioni di questa flessione è costituita dalla
crescita della concorrenza internazionale, che offre prodotti forse di
qualità inferiore ma a prezzi decisamente più bassi. E' quindi
necessario cambiare politica, operando una rivalutazione qualitativa del
prodotto, magari a scapito della larga diffusione, ma consentendo a tutta
la spumantistica italiana di guadagnarne in immagine, affiancandola agli
altri prodotti vinicoli che danno lustro al nostro paese. Su questa
strada è intervenuta la Regione, con un intervento straordinario di 1.250
miliardi come contributo per la campagna di promozione dell'Asti. Ci
auguriamo che l'investimento non finisca solo nel rilancio pubblicitario,
ma anche in quello qualitativo.
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