|
Ma
Cartesio, studiò piano ?!? “Ma
è poi vero che ragioniamo tutti con il piano cartesiano ?” “E che ne so, ché
io il piano neanche lo so suonare, e
comunque i migliori pianoforti sono
tedeschi ché ‘sto cartesiano dev’essere una sottomarca “. “I signori
gradiscono cominciare con un nostro antipasto ?” solerte e cortese si
intromise il compito cameriere Orazio allorquando notò che i due clienti al
tavolo erano entrambi rientrati dai servizi ed entrambi, con mirabile effetto
specchio, seduti com’erano di fronte, agguantavano un pacco di grissini
d’ordinanza e cominciavano la loro abituale conversazione serale. Erano
avventori habituè, dal lunedì al giovedì: emigrati di lusso in una Bergamo
bellissima ed opulenta, ed il cameriere Orazio recitava tranquillo e serafico la
sua parte e conosceva, da copione, le risposte che gli sarebbero state date.
Aveva dalla sua il mestiere e sapeva come trattare questa tipologia di clienti
che avrebbero gradito una maggiore confidenza, ma lui era sulle sue, così
voleva il tono del locale e, dopotutto, così stava bene anche a lui. La
risposta, affidata al portavoce Paolo, il team leader a tavola, che Giacomo era
il team leader in azienda, fu, come da copione, negativa. “Un bel risotto con
i funghi porcini, come quello di lunedì scorso”. “C’è da aspettare un
quarto d’ora” disse Orazio con il pilotato intento di deterrere a favore di
altro piatto pronto in cucina oppure, in alternativa, per spingere ulteriormente
l’antipasto della casa. “E noi aspettiamo“ disse Paolo “non abbiamo
fretta“. “Il piano cartesiano” continuò Paolo rivolgendosi a Giacomo dopo
che Orazio aveva lasciato il tavolo portando in cucina la meno comoda delle
comande“ è insito in noi. Soprattutto in te che sei ingegnere. Una cosa è
funzione di un’altra: sempre. Iupsilon è funzione di ics, sempre. “ E
accentuava il suo vezzo di pronunciare iupsilon la y. “Sì, proprio da
ingegnere dico che è così, ma, in chiave storico evolutiva e questo dovresti
insegnarmelo tu che sei filosofo ...“ “Ingegnè, io ero filosofo, mo’ sono
gastrosofo, ho messo insieme la gastronomia che è l’arte del soddisfare i
bisogni facendoli diventare desideri, con la filosofia che è l’arte di
soddisfare il desiderio di esercitare l’intelletto spacciandolo per
bisogno”. “I signori vogliono scegliere anche il secondo ?” garbatamente
chiese Orazio, dopo aver sistemato la formaggiera sul tavolo, segnale muto
dell’imminente arrivo dei due risotti. “Grazie, Orazio !” questa battuta
salace tutta giocata sulle pause, e sulla zeta resa sibilante, Paolo non se la
risparmiava mai, proprio mai. Altrettanto vero che, però, mai ne abusava: un
paio di volte a sera e sempre al momento giusto, stuzzicando la repressa ilarità
di Orazio che stava al gioco, e di Giacomo che poi la rifaceva l’indomani in
ufficio senza che vi fosse Orazio alcuno nelle vicinanze, solo così, per sfogo
suo. “Che pesce avete ? ” chiese, al solito, Paolo. Bergamo,
notoriamente, non è città di mare. Marina di Bergamo ancora non l’hanno
fondata e di pescatori bergamaschi non vi è traccia. Ma Bergamo ha, certamente,
i suoi circuiti di approvvigionamento ittico ed un locale di quel tono, con
conti sopra i cento euro a testa, se serve il pesce, giuriamolo, è pesce
fresco. Solo che Paolo, napoletano ma con genitori entrambi procidani,
aveva una concezione di freschezza che poteva definirsi come quel lasso
temporale intercorrente tra l’obitus del pesce e le successive sei ore. Ma
comunque, la farsa andava avanti ogni sera e, sempre compunto, Orazio
rispondeva: “Abbiamo branzini, sogliole, una coda di rospo e qualche orata
“. E Paolo, sempre tranquillo e serafico “E’ tutta roba fresca ?” E
Orazio, da par suo: “E’ tutto pesce freschissimo dottore, garantisco “. Al
che, Paolo, beffardo diceva: “Va bene, mi hai convinto, a me un petto di
tacchino“. Risatina di tutti e Giacomo soggiungeva: “Anche a me, mi associo,
un petto di tacchino anche a me, ben cotto, mi raccomando”. “Dove stavamo
prima che arrivasse Orazio con il tacchino ?“ chiese Paolo a Giacomo. “Alla
chiave storico evolutiva del piano cartesiano“. “No, stavamo alla
gastrosofia. Comunque, ho capito cosa vuoi dire. Machiavelli, il grande
Machiavelli e il suo principe. Ah!!!, ed è da stamattina che te lo volevo dire,
da quando sei sceso a colazione. E no, figlio mio, e no. E tu chissà quanto
spendi in sartoria e beato te che c’hai il fisico che ti aiuta, ti fai sto
fior fiore di principe di Galles e poi me lo inguai con questa cravatta, me lo
inguai. E come, dico io, una regimental sotto al principe di Galles. E mettici
una petit fleur, anche una petit pois, magari i pois non troppo petit ... Buon
appetit ... !” Difatti, nel mentre, il risotto era arrivato. Solito gesto di
Orazio per servire la formaggiera a Paolo e solito diniego di Paolo che sul
risotto ai funghi porcini il formaggio non ci vuole e Giacomo che un po’, ma
proprio un po’ ne vuole. “Io a Machiavelli volevo arrivare. Perché ogni
edificazione genera l’addentellato per l’edificazione successiva. Dice così,
vero, più o meno testualmente ?” “Sì, ingegnè, dice così il principe e
quindi siamo al cospetto, secondo te, di un principe che inventa il piano
cartesiano in accezione evolutiva prima di Cartesio e lo allora lo chiameremmo
piano principesco che evolve in piano regale e poi in piano imperiale ... uè,
ma stiamo senza vino ! e va bene che il riso nasce con l’acqua e muore con
l’acqua ma a me l’acqua fa male e tu lo sai e pure Orazio lo sa“. Orazio,
appena evocato si materializza e porge a Paolo la carta dei vini. “Orazio,
oggi vorrei un vino della mia terra. Io sono napoletano, si vede ?”
“Veramente, dottore” ardisce il mite e compunto Orazio “più che si vede,
si sente. Si sente l’accento, ma a me piace come parla lei”. “Tu hai
origini meridionali” “No, dottore” “Orazio, la mia non era una domanda,
la mia è un’affermazione. Tu sei di origine meridionale, meridionale più di
me”. “Dottore, lei ha sempre voglia di scherzare, beato lei, Ma io sono
bergamasco di padre e di madre. Veramente, adesso che ci penso ...“ “Ah, lo
vedi” interruppe Paolo “adesso che ci pensi esce fuori il nonno
meridionale“. “No, veramente, stavo dicendo, adesso che ci penso, il babbo
del mio babbo era di Iseo, veniva dalla provincia di Brescia”. La delusione
scalfì soltanto le certezze di Paolo che aggiunse: “Vabbè, poi lo scoprirai.
Dunque, veniamo a noi, portaci questa bottiglia. Anzi, no. Vado a prenderla io
in cantina, con il permesso del signor Carlo. Tu, per piacere, Orazio, portaci
due ballon da grande rosso”. Il signor Carlo era il patron del locale e,
cortesissimo ed inappuntabile con tutti, aveva comunque un debole per Paolo e
gli consentiva alcune libertà, come quella di andare in cantina a prendersi la
bottiglia di vino. Paolo si alzò chiedendo mimicamente il permesso al paziente
e complice commensale e andò in cantina. Nel mentre Orazio sparecchiava il
tavolo dai risotti e portava i ballon richiesti da Paolo. Trascorsero alcuni
minuti in cui Giacomo rimase solo al tavolo e con il dorso di un cucchiaio usato
a mo’ di specchio, si guardava il nodo della cravatta e il bavero del suo
principe di Galles e provava a convincersi che Paolo esagerava. Ci provava ma
non ci riusciva; sentiva di volergli dare ragione. La regimental non ci
azzeccava con il principe di Galles. E non c’era un motivo logico, non c’era
una ragione, l’abbinamento di una cravatta ad un abito era funzione di cosa:
chi era la ics chi era la ipsilon. Cosa si metteva sulle ascisse, cosa sulle
ordinate. Quale curva ne sortiva ? Dopo un po’, cogliendo Giacomo assorto in
questi pensieri, la bottiglia apparve in tavola, in camicia anonimizzante, così
come accade nei panel di degustazione, portata direttamente dall’elegante
signor Carlo. Ritorna Paolo, ringrazia il signor Carlo, si siede soddisfatto e
si rivolge a Giacomo: “Sono passato un attimo anche in cucina; il tacchino se
n’era scappato, con tutto il petto davanti “ Nel mentre, un po’
imbarazzato, sopraggiunge Orazio con due grandi vassoi, abilmente tenuti sui
palmi delle mani: uno pieno di salumi e l’altro di formaggi. Li poggia sul
tavolo, oramai ingombro ai suoi limiti, lancia un sorrisino compassionevole
all’ingegnere Giacomo, e lascia il tavolo. Paolo versa il vino nei ballon.
“Giacomo, guarda qua. Lo vedi il colore ? Che colore è ? Sai come direbbero i
sapientoni, i sommelier ? Direbbero rosso rubino intenso, così direbbero.
Ed io che sommelier non sono, ma solo gastrosofo, ti dico che non è vero. Ti
dico che questo è il colore del magma quando si rapprende, dopo
l’incandescenza. Questo vino viene da un vulcano spento. Però attenzione,
spento, non morto. Spento non significa senza vita, significa senza irruenza,
senza volontà eruttiva. E grazie, tutta l’energia la trasmette attraverso il
vino, che senso avrebbe eruttare lapilli e versare lava ? E allora è spento
agli occhi di chi sta fuori dal vulcano ma tu e Cartesio, fate un’analisi
epistemologica e guardate il vulcano da fuori ma come se steste dentro: vedreste
il fuoco che continuamente si riaccende per bruciare e per diventare magma e poi
diventare questo vino. E l’odore, anzi gli odori, li avverti Giacomo, gli
odori di questo vino ? Ma che stiamo facendo, non mangiamo più. Siccome il
tacchino se n’era scappato insieme con Cartesio . . . . sì, si sono
messi in macchina, una Y10, e guidava ics, io ho detto, arrangiamoci con questo
culatello di Zibello, questo salame di Varzi, questo Parmigiano Reggiano e
questo taleggio e questo po’ di bagoss. Un po’ di pazienza: su questo vino
ci azzeccano. Gli odori dicevo, anzi, i profumi, così si dice. Aghi di pino,
quelli secchi che diventano tappeto in pineta, e le tamerici. Aspetta, dai
beviamo. Uh, mamma mia, che cosa grande. Di che sa. Uh, mamma mia, di che sa !
Di vino divino, ecco di che sa! Giacomo, ma che fai, guardi a me che mangio e tu
niente. E spilucca anche tu qualcosa. Domani è un altro giorno, Ah, già, a
proposito, domani bisogna illustrare la survey. E va bene, che problema c’è,
spetta a me, non ti preoccupare, andrà tutto bene. Anzi, sai che faccio, la
prima slide, se c’ho tempo la faccio domattina presto, diventa Cartesio con un
calice di vino in mano che dice ...“ Paolo assume l’aria di chi ci pensa un
po’ “Coito, ergo sum ! No, no, è volgare, no, scherzavo. No, no, scherzavo,
ho detto una sciocchezza. E allora, e allora niente, Cartesio non lo adopero in
slide”. Nel mentre il cameriere arriva al tavolo per sincerarsi che tutto vada
bene e Paolo, come folgorato, lo guarda, lievemente lo strattona e dice:
“Orazio, ecco, Orazio. Orazio, assaggia un po’ questo vino, per piacere”.
“Dottore, ma cosa dice, non posso, non scherziamo”. “Hai ragione, scusa,
scusami Orazio. Però, fa una cosa, dopo, dopo, devi assaggiarne un sorsettino,
uno solo. Vedi, abbiamo scoperto che non solo hai un antenato meridionale, ma
costui ti ha trasmesso anche il nome. Si chiamava Orazio anche lui e gli piaceva
tanto il vino e non conosceva il piano cartesiano”. “Va bene, dottore, come
dice lei. Domani non venite, vero, domani siete in partenza. Ma lunedì ci
vediamo, vero: lunedì venite ?” “Sì, Orazio ci vediamo lunedì” disse
Giacomo nel mentre che poggiava sul tavolo la carta di credito per pagare il
contro di entrambi: spettava a lui che era il capo. “Giacomo” disse Paolo
”lasciamo stare la prima slide come sta. E se l’ultima ci metto Orazio che
dice carpe diem ?”. “E devi vedere se Orazio è d’accordo a darti una sua
foto” “Uè, che bello, che sfizio, mo’ fai pure le battute. E bravo
l’ingegnere”. “Paolo, fa una cosa, le slide stanno più che bene
come stanno. Mo’ andiamo a dormire e domani se ne parla”. Uscirono dal
ristorante e, ben bene imbacuccandosi per il gran freddo lenito comunque dal
grande rosso che avevano generosamente bevuto, si avviarono verso il vicino
albergo, la loro casa dal lunedì al venerdì mattina. “Ma che vino abbiamo
bevuto ?” chiese Giacomo a Paolo, proprio mentre varcavano la soglia della
hall dell’albergo. “Giacomo, e mo’ io facevo anonimizzare la bottiglia per
niente ? Sediamoci che te lo spiego” e così dicendo si sedettero su un bello
e comodo divano presente nella hall. “Dunque, è un vino della mia terra, è
un vino campano”. “E questo l’ho capito, anzi lo hai detto tu ad Orazio
quando hai letto la carta dei vini” “Bravo, poi ho detto che viene da una
zona dove c’è un vulcano spento” “Sì, ho sentito, quindi viene dal
Vesuvio ?” “Giacomo, e sei un ottimo ingegnere e il capo più bravo che
abbia mai avuto, ma come vulcanologo andiamo così e così. Se il Vesuvio
fosse spento perché mia zia se ne andava da Ercolano ?” “E io che ne so di
tua zia che se ne va da Ercolano, conosco i fatti di tua zia ?“. “No, però
sai che una cosa è sempre funzione di un’altra, altrimenti che razza di
cartesiano sei. Dunque l’esodo di mia zia da Ercolano è funzione della
pericolosità del Vesuvio, somma pericolosità. Però più del Vesuvio che non
del monte Somma, ma non ti voglio confondere tra Somma e Vesuvio anche se poi è
sempre la somma che fa il totale. Mia zia va via da Ercolano, ergo il Vesuvio è
pericoloso.” “Ma insomma, tu e Somma e Vesuvio, ma di quale vulcano spento
stiamo parlando ?” e il tono di Giacomo era divenuto davvero spazientito.
Paolo se ne accorse e provò ad accomodare le cose suadentemente: “E’ il
vulcano spento di Roccamonfina, ai confini tra la Campania felix e il tuo Lazio.
Là, dove c’era una città oggi sommersa, Sinuessa, là dove la sontuosa
campagna si chiamava Ager Falernus “. “Ci sono“ disse Giacomo “allora è
il Falerno, il vino prediletto da Orazio: ho capito tutto!” “Giacomo, è
vero, hai capito tutto; per forza, hai usato la logica: bravo. Però, non
abbiamo bevuto proprio il Falerno ma un altro vino fatto con uve autoctone di
quei luoghi un tempo bellissimi, da Orazio prediletti. Le uve abbuoto,
piedirosso e primitivo. Il vino che hai bevuto è il Cècubo annata ’99 di
Villa Matilde. Quando i winemakers pensarono di fare uscire dal pericoloso oblio
le uve che ti ho detto, evidentemente misero da parte la razionalità
cartesiana. Non ragionarono, nel senso che non fecero prevalere la voce della
ragione sulla voce dell’emozione. Agirono preferendo ascoltare il cuore
piuttosto che la fredda razionalità. E Cècubo fu”.
Vincenzo
D'Antonio
|