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A cena...con le immagini dei piatti dello chef Nicola Cavallaro
Roma, 18/09/2006
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Non è bastato un piatto strepitoso a risollevare
le sorti di una serata meno entusiasmante di quanto ci aspettassimo io e
l'amico, appassionato gourmet, Alessandro Meloro (con il cui telefonino,
ahimé, sono state scattate le foto) in trasferta a Milano. Mi avevano parlato
molto bene della cucina di questo chef e l'avevo mancato di un soffio presso il
precedente ristorante Ama, dove aveva lavorato contribuendone in modo
determinante al successo. Da, ormai, diversi mesi Nicola ha, invece, rilevato un
altro locale storico, l'Ape Piera, al numero 11 di Via Lodovico il Moro,
portando con se la sua creatività ed i suoi piatti. Il ristorante si chiama,
oggi, "Nicola Cavallaro". Come in molti hanno già scritto "il ragazzo
farà strada". Per il momento, però, non tutti i piatti mi hanno convinto fino in
fondo ed a tratti la cucina di Nicola mi è sembrata, checché se ne dica, fin
troppo cerebrale. Ecco un resoconto breve e per immagini della serata.
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1) La sala è accogliente anche se un po' fredda. La suggestione di essere i
soli avventori in quel lunedì sera ha forse avuto il sopravvento.
Sicuramente quando il locale è pieno di gente l'atmosfera deve essere ben diversa.
Prima di partire con il menù degustazione da 63 Euro a persona, lo chef ci
ha offerto un prosecco di Bellenda, pulito, fresco ed agrumato, solo forse
un po' troppo semplice, ed un pre-antipasto a base di gallina padovana in
saor con cipolla e pinoli (foto), buono ma non trascendentale. Ottimi i
grissini fatti in cas mentre il pane mi ha lasciato perplesso: o non era
freschissimo oppure nel riscaldarlo (al microonde o al forno ?!) gli deve
essere scappata un po' la mano diventando secco e croccante.
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2) Il primo dei due antipasti servito dal menù degustazione è stato, invece,
sicuramente il piatto più riuscito ed il momento più emozionante dell'intera
cena: "scampi crudi con pesche tardive e mozzarella di bufala".
Straordinario e inaspettato l'accostamento di sapori. Nonostante, infatti,
la dolcezza delle pesche e la grassezza e l'intensità della bufala, il piatto
ci regala un perfetto equilibrio di sensazioni senza aggredire la delicatezza
degli scampi. Il pesce crudo rimane in tal senso uno dei cavalli di
battaglia della cucina di Cavallaro. L'imprevedibile armonia interpretativa
si trasforma, in questo caso, in un'esaltante sinfonia del gusto. Chapeau!
Peccato solo che sia venuto troppo presto.
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3) Ecco la prima piccola defaillance. Dopo aver annunciato che le polpette di
baccalà mantecato su crema di ceci e composta di pomodoro sono terminate per
l'inaspettata travolgente affluenza di clienti durante il week-end ci
vengono proposti i cannoli di pasta fillo con mousse di gamberi rossi,
ricotta di bufala e uova su crema di peperoni. Apprezzabile l'intenzione,
attraente l'estetica della realizzazione e la "voglia di giocare", ma un
piatto deve avere anche una sua consistenza materiale e soprattutto non
stancare. Invece un solo gambero e una spruzzata di uova di salmone in cima
al cono (più che cannolo) di pasta fillo sono veramente troppo poco per
stimolare il palato. Presto prevale la monotonia del gesto e la stanchezza
di mandar giù una mousse insapore che non rende onore alla bontà della ricotta di bufala.
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4) La
zuppa di fagioli cannellini con trancio di tonno crudo avrebbe potuto fare
miglior figura se non fosse stato per una palese mancanza di
proporzione tra la quantità di legumi impiegata, secondo me eccessiva, ed il
tonno. Il connubio tra i sapori mi è sembrato indovinato così come mi ha
sorpreso la levità di questa preparazione dagli ingredienti tutt'altro che
leggeri. Una volta finito il tonno, però, finita la festa. L'unica
alternativa lasciare i fagioli nel piatto. Mangiati a solo, infatti, dopo
aver subito le lusinghe del tonno acquistavano un sapore pittosto
monocorde.
Fuori programma offerto dallo chef: ravioli ripieni di ciliegino confit con
crema di burrata e schiuma basilico. Forse solo con questo piatto si è
sfiorato il ripetersi dell'emozione degli scampi di cui ancora (troppo) vivo
avevamo ricordo al palato. Nella sua semplicità un piccolo capolavoro di
reinterpretazione della classica caprese. La burrata al posto della bufala,
il pomodorino confit al posto di quello crudo, il basilico emulsionato ed il
raviolo a dare consistenza e legare il tutto. Molto buoni anche se più
scontati gli spaghetti (molto al dente...) di Senatore Cappelli, con aglio,
olio Pianogrillo e peperoncino: una sorta di aglio, olio e peperoncino, più
che rivisitato semplicemente "griffato".
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5) Finale senza foto. Il filetto di merluzzo nero al cartoccio con
pomodorini piccadilly, chorizo e olive non avrebbe avuto molto senso
fotografarlo né prima né dopo aver aperto il cartoccio. Sapori molto forti
ed a tratti un po' scollegati. Continuo a pensare che il merluzzo, di
qualunque razza sia, non abbia un grosso significato in un certo tipo di
cucina. La sua neutralità di sapore finisce, come in questo caso, con il
soccombere di fronte alla prepotente forza gustativa della famosa salsiccia
di Salamanca (e perché poi non scegliere una nostrana salsiccia calabrese?).
Finale piuttosto anonimo con il gelato al vin santo, cantucci e salsa
d'arancia di cui ho apprezzato, essendo a fine cena e dopo il chorizo, la
freschezza tradotta in capacità di venire incontro all'esigenza di ripulire
il palato. Piccola ma curata la scelta dei vini, con ricarichi accettabili
considerato quello che si vede in giro per il capoluogo lombardo. Noi
abbiamo bevuto un ottimo Sylvaner di Pacherhof che si è comportato
benissimo, senza alcun cedimento, a tutto pasto.
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Fabio Cimmino
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