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Il vino comune è in crisi, schiacciato dal boom delle grandi etichette

Roma, 03/04/2001

Prima di decantare il grande successo del vino italiano, portando ad esempio il notevole incremento di fatturato (16.000 miliardi, di cui 5.000 nel mercato estero), cerchiamo di capire che cosa sta realmente accadendo nel mercato vinicolo nazionale.
Se è vero che da una parte i Supertuscans (ma ora anche le docg Chianti e Brunello), i grandi vini piemontesi, i bianchi friulani, alcuni emergenti dalla Sicilia, dalla Puglia, dalle Marche e dall'Abruzzo, il Sagrantino di Montefalco, stanno ottenendo grandi risultati nelle vendite, soprattutto all'estero, nonostante i prezzi spesso proibitivi, dall'altra parte si sta assistendo ad una progressiva diminuzione della domanda nel settore del vino di consumo. Mentre il prodotto di qualità elevata è insufficiente a soddisfare le richieste dei consumatori, diversa è la situazione nella fascia più economica e commerciale, per la quale si riscontra un vero e proprio ristagno.

Il problema è ancora più evidente in quelle regioni che da decenni hanno contato molto sulla produzione in vasta scala, come la Sicilia, la Puglia, il Lazio, il Veneto, che devono puntare sulla distillazione per recuperare parte del gap economico; fenomeno che risolve temporaneamente l'emergenza, ma non dà prospettive né di sviluppo né di qualità. Problema confermato dalla contrazione della superficie vitata che è passata in pochi anni da quasi 1.000.000 di ettari a circa 800.000.

Anche le enoteche si trovano di fronte a notevoli disagi: il cliente è cambiato, ora cerca le griffes, i grandi vini, il Sassicaia, il Masseto, l'Ornellaia, il Solaia, vini che si trovano con il contagocce, lasciando sugli scaffali molte bottiglie che avrebbero da dire la loro a prezzi decisamente più "umani". Per di più i produttori "di grido" impongono al venditore regole ben precise e restrittive, per ogni etichetta di prestigio deve acquistarne 10 o più di prodotti di serie B, tutt'altro che facili da rivendere. In molti casi, quando ha a che fare con un grande distributore (che ha spesso l'esclusiva su certi prodotti), l'enotecario si vede costretto ad accollarsi un notevole quantitativo di vini esteri che in Italia, si sa, non hanno quasi mercato. Ed anche sugli scaffali dei supermercati, non va molto meglio, da quando sono arrivati i vini cileni, sudafricani e australiani a prezzi decisamente competitivi.

Attualmente l'unica possibilità per arginare la crisi sembra essere quella di investire nei vitigni autoctoni (vedi Nero d'Avola, Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Inzolia e Catarratto in Sicilia, Primitivo, Negroamaro, Verdeca in Puglia, Fiano, Greco ed Aglianico in Campania, ecc.), allo scopo di ottenere un prodotto che abbia una qualità peculiare e caratteristiche del territorio di provenienza, anche se questo comporterebbe una maggior spesa da parte dei produttori, a vantaggio dei paesi a viticoltura estensiva e totalmente meccanizzata. Insomma il problema rimane aperto e richiede provvedimenti urgenti e tempestivi, prima che il paventato boom vinicolo si sgonfi come una pasta mal lievitata.

Roberto Giuliani   
roberto.giuliani@lavinium.com   
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