|
Prima di decantare il grande
successo del vino italiano, portando ad esempio il notevole incremento
di fatturato (16.000 miliardi, di cui 5.000 nel mercato estero),
cerchiamo di capire che cosa sta realmente accadendo nel mercato
vinicolo nazionale. Se è vero che da una parte i
Supertuscans (ma ora anche le docg Chianti e Brunello), i grandi vini
piemontesi, i bianchi friulani, alcuni emergenti dalla Sicilia, dalla Puglia,
dalle Marche e dall'Abruzzo, il Sagrantino di Montefalco, stanno ottenendo
grandi risultati nelle vendite, soprattutto all'estero, nonostante i prezzi
spesso proibitivi, dall'altra parte si sta assistendo ad una progressiva
diminuzione della domanda nel settore del vino di consumo. Mentre il prodotto di
qualità elevata è insufficiente a soddisfare le richieste dei consumatori,
diversa è la situazione nella fascia più economica e commerciale, per la quale
si riscontra un vero e proprio ristagno.
Il problema è ancora più evidente in
quelle regioni che da decenni hanno contato molto sulla produzione in vasta
scala, come la Sicilia, la Puglia, il Lazio, il Veneto, che devono puntare sulla
distillazione per recuperare parte del gap economico; fenomeno che risolve
temporaneamente l'emergenza, ma non dà prospettive né di sviluppo né di
qualità. Problema confermato dalla
contrazione della superficie vitata che è passata in pochi anni da quasi
1.000.000 di ettari a circa 800.000.
Anche le enoteche si trovano di
fronte a notevoli disagi: il cliente è cambiato, ora cerca le griffes, i grandi
vini, il Sassicaia, il Masseto, l'Ornellaia, il Solaia, vini che si trovano con
il contagocce, lasciando sugli scaffali molte bottiglie che avrebbero da dire la
loro a prezzi decisamente più "umani". Per di più i produttori
"di grido" impongono al venditore regole ben precise e restrittive,
per ogni etichetta di prestigio deve acquistarne 10 o più di prodotti di serie
B, tutt'altro che facili da rivendere. In molti casi, quando ha a che fare con
un grande distributore (che ha spesso l'esclusiva su certi prodotti), l'enotecario si vede costretto ad accollarsi un notevole quantitativo di vini
esteri che in Italia, si sa, non hanno quasi mercato. Ed anche sugli scaffali
dei supermercati, non va molto meglio, da quando sono arrivati i vini cileni,
sudafricani e australiani a prezzi decisamente
competitivi.
Attualmente l'unica possibilità
per arginare la crisi sembra essere quella di investire nei vitigni autoctoni
(vedi Nero d'Avola, Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Inzolia e Catarratto
in Sicilia, Primitivo, Negroamaro, Verdeca in Puglia, Fiano, Greco ed Aglianico
in Campania, ecc.), allo scopo di ottenere un prodotto che abbia una qualità
peculiare e caratteristiche del territorio di provenienza, anche se questo
comporterebbe una maggior spesa da parte dei produttori, a vantaggio dei paesi a
viticoltura estensiva e totalmente meccanizzata. Insomma il problema rimane
aperto e richiede provvedimenti urgenti e tempestivi, prima che il paventato
boom vinicolo si sgonfi come una pasta mal lievitata.
|