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Dolcetto & Dolcetto. Prima
edizione. Ansia e preoccupazione per l'esito dell'evento da parte degli
organizzatori (Vignaioli Piemontesi) e della Well Com, l'agenzia di public
relations di provata esperienza che segue già con successo manifestazioni come
Alba Wines Exhibition e Barbera Meeting. In realtà tutto si è svolto nel
migliore dei modi, con la giusta partecipazione di giornalisti provenienti da
ogni parte del mondo e con una folta presenza di produttori, che hanno proposto
la bellezza di 181 campioni di Dolcetto, in degustazione rigorosamente alla
cieca, nel consueto Palazzo Mostre e Congressi di Alba. Nonostante il meritato
successo della manifestazione, qualche perplessità ha suscitato la carrellata di
vini provenienti da ben 11 diverse denominazioni: Dolcetto d'Alba, di Diano
d'Alba, di Dogliani, di Ovada, d'Acqui, di Asti, delle Langhe Monregalesi, Colli
Tortonesi Dolcetto, Langhe Dolcetto, Monferrato Dolcetto, Pinerolese Dolcetto! A
queste va ad aggiungersi, dalla vendemmia 2005, anche la nuova Docg Dolcetto di
Dogliani Superiore. In un momento come questo, in cui il mercato del vino evidenzia una
notevole flessione, un calo di interesse, per altro fisiologico e inevitabile
dopo un successo iniziato negli anni Novanta e continuato, in maniera
esponenziale e al di sopra delle più
rosee aspettative, per oltre un decennio, dovrebbe essere obiettivo primario da
parte dei produttori esaltare quelle caratteristiche del
Dolcetto, terzo vitigno piemontese dopo il Moscato e la Barbera, con oltre 5.300
ettari vitati, che lo rendono unico e inimitabile e cercare di proporlo ad
un prezzo assolutamente competitivo.
E' impensabile in una fase così difficile, dove la crisi economica abbraccia tutti i
settori, sia in Italia che all'estero, dove i normali cittadini devono fare i conti con le difficoltà del
lavoro, con gli aumenti sconsiderati avvenuti con l'ingresso
dell'euro, con i salari praticamente fermi e inadeguati all'attuale costo della
vita, proporre una tipologia di vino ancora legata al "gusto internazionale",
con prezzi spesso ingiustificati e poco intelligenti per un prodotto che ha
ancora bisogno di farsi conoscere e di confrontarsi con un mercato agguerrito e
diversificato. Puntare ancora al mercato americano? E' vero, negli States siamo
al primo posto, la crisi si è sentita di meno, ma in realtà,
l'interesse per il vino è ancora marginale, non vi è una cultura radicata come
da noi, dove il vignaiolo esiste da tempi antichi e la presenza del vino nelle
tavole imbandite non è mai mancata. E vale poi la pena spersonalizzare il
Dolcetto, il più tipico tra i vitigni coltivati in Piemonte, per adeguarlo ad un gusto, fra l'altro
in gran parte démodé, che nulla
ha a che vedere con le sue caratteristiche di morbidezza e gioviale bevibilità?
Un lavoro impegnativo e con scarse prospettive di successo, perché il Dolcetto,
persino nel territorio pù storico di Dogliani, non può diventare ciò che non è:
un "Super Piedmontese".
L'America, si sa, è il Paese dei miti, dei supereroi che da soli sgominano bande
di temibili assassini, dove tutto è possibile, persino sconfiggere la forza e la
tecnologia di ipotetici, orribili, invasori provenienti da altri mondi. Non è,
quindi, strano che sia proprio questa la terra dei grandi sogni e ideali di
ricchezza e opulenza, ad aver acclamato quei vini italiani che meglio
rappresentassero il loro modo di interpretare la vita e i suoi valori. In
Italia, al contrario, il consumatore si è progressivamente evoluto, è divenuto
più esigente e selettivo, capace di distinguere la qualità e di pretendere un
prezzo giusto. Proprio per questo è più difficile, non si fa più incantare dalle
mode, dagli opulenti e costosi Super Tuscan, ma è alla ricerca di prodotti che
abbiano una precisa identità, che siano acquistabili, che siano abbinabili alla
nostra cucina mediterranea, che non stanchino già al secondo bicchiere.
Gli assaggi
dei vini, in particolare quelli del territorio più storico di Dogliani, ma anche
parte di quelli di Alba e Ovada hanno evidenziato un'interpretazione
che conferma, purtroppo, la prima ipotesi: colori estremi, dovuti a lunghe macerazioni, gradazioni
elevate, affinamento in barrique, grande concentrazione di materia (tanto che
alcuni degustatori hanno ironicamente usato appellativi come "Dolcettone" o
ritrovato in alcuni campioni particolarmente "spinti" affinità con l'Amarone),
ma poca freschezza, quasi assenza di quella serbevolezza e digeribilità (ah, se
questo termine fosse utilizzato fra i parametri di valutazione di un vino!) che
da sempre hanno caratterizzato questa tipologia (con le dovute differenze da
zona a zona). Se questa monolitica interpretazione poteva in parte essere giustificata dai
limiti di
un'annata difficile e siccitosa come quella del 2003, indubbiamente drammatica
per un vitigno come il Dolcetto, che non gode di un'acidità elevata, è assolutamente incomprensibile come abbia
potuto addirittura accentuarsi con una vendemmia profondamente diversa e superiore come la
2004.
Le
perplessità che mi hanno assalito durante le tre giornate di degustazione hanno
trovato una parziale risposta nelle due diverse interpretazioni che hanno dato
del Dolcetto l'enologo Armando Cordero e l'agronomo Maurizio Gily,
nelle relazioni presentate ai giornalisti durante la manifestazione. Armando
Cordero (nella foto è il secondo da destra), enologo di grande esperienza, è molto chiaro nella sua definizione dei caratteri del Dolcetto:
"...invitante per il suo bellissimo colore rosso rubino con riflessi violacei,
profumo fruttato, ampio e intenso, gusto morbido e gradevole, il Dolcetto ben si
sposa con i sapori di molte specialità gastronomiche, pesce compreso". Nella sua
relazione, Cordero sottolinea come il Dolcetto sia da sempre "vino di pronta
beva, dell'amicizia e della convivialità", e ancora "I profumi che ci dona sono
entusiasmanti, ricordano la ciliegia matura, le pesche di vigna e il sentore
fine e avvolgente, quasi inebriante, del nòcciolo e della mandorla amara".
Maurizio Gily (il primo da destra nella foto) mette, invece, in evidenza due
diverse concezioni del Dolcetto, forte dei risultati delle recenti ricerche
effettuate sul vitigno da parte del prof. Rocco Di Stefano: la prima, molto
simile a quella di Cordero, vede il Dolcetto come vino "facile", vino
quotidiano, giocato sul frutto e la freschezza, senza grande complessità; la
seconda, invece, lo descrive come un vino ricco, di grande concentrazione e
struttura, con ottime possibilità di invecchiamento, dai caratteri molto simili
a quelli del Cabernet e del Merlot. Gily sottolinea però che "la ricerca della
concentrazione può provocare la perdita di freschezza e la prevalenza di
sensazioni amare sui caratteri fruttati, anche se", ribadisce, "i migliori
produttori hanno ormai imparato a controllare questi rischi con una certa
sicurezza". A questa seconda interpretazione del Dolcetto si sono
richiamati alcuni produttori di Dogliani (non è un caso che il Consorzio di
tutela abbia
spinto per ottenere la Docg per il Dogliani Superiore), seguiti a ruota da
quelli di Ovada, che mirano a ottenere la stessa separazione tra le due
tipologie, che diventeranno molto probabilmente Dolcetto di Ovada Doc e Dolcetto
di Ovada Superiore Docg.
E' senz'altro vero che le numerose denominazioni
che prevedono l'utilizzo del Dolcetto non offrono un'immagine limpida e
inconfondibile del carattere di questo vino, al contrario possono indurre
perplessità e confusione, proprio per le naturali diversità che le
contraddistinguono, almeno in alcuni tratti. Ed è altrettanto vero che
un'ulteriore distinzione fra un Dolcetto di Dogliani vinificato alla "vecchia
maniera" e affinato solo in acciaio, ed un altro secondo i dettami della non
proprio nuova metodologia che prevede, fra l'altro, maggiore estrazione di
polifenoli e ampio spazio all'uso della barrique, non fa altro che disorientare
il consumatore che deve farne la conoscenza e individuare quale tipologia sia
più affine al suo gusto. Inoltre, appare chiaro l'intento di dare a questo vino
un aspetto più importante, che lo porterebbe inevitabilmente ad affiancarsi ai
fin troppo numerosi vini costosi e pesanti che occupano, ormai con una certa
fatica, enoteche e ristoranti. Quanto questa scelta sia opportuna come elemento
trainante per dare lustro al Dolcetto in un mercato già saturo di tipologie
simili, trova una chiara risposta proprio nelle impressioni suscitate, non solo
nel sottoscritto, dagli assaggi effettuati durante la manifestazione.
Per mia
scelta ho preferito evitare di elencare i vini degustati con le rispettive
valutazioni, perché ritengo sia assolutamente riduttivo, tanto più in un momento
in cui mi sembra sia più opportuno, cogliendo l'occasione di questa importante
manifestazione che ha consentito di assaggiare quasi 200 vini, riflettere sul
futuro del Dolcetto e, forse, del vino italiano. Lungi da me un giudizio
definitivo, anche se ritengo che sarà difficile convincere chi ha intrapreso la
strada del vino di taglio moderno (ma lo è davvero?), che forse sarebbe più
saggio cercare una chiave di lettura che esalti le qualità del vitigno senza
forzature o facili percorsi, che ne mantenga la personalità puntando a farlo
conoscere al mondo del vino proprio per questa sua naturale predisposizione a
lasciarsi bere con gusto e soddisfazione, senza per questo essere banale o privo
di spessore. Ribadisco, se non fosse ancora chiaro, che un buon numero di
produttori di Dogliani, parte di quelli di Diano, di Alba e Ovada, hanno a mio avviso
forzato la mano, penalizzando un'annata preziosa come la 2004, ottenendo dei
vini pesanti, stanchi, privi di ampiezza olfattiva, simili a molti altri, nei
quali è davvero difficile ritrovare i tratti di uno dei più validi vitigni
piemontesi. Ecco un elenco dei vini che mi sono maggiormente piaciuti:
Dolcetto di Diano d'Alba
Sorì Parisa 2004 di Oberti Ranieri, uno dei migliori della
tipologia, dal naso complesso e profondo, con bella concentrazione di
frutto (mora, ciliegia, prugna, ma anche ricordi di pepe, fiori, ginepro. Al
palato è gustoso, avvolgente, bel frutto morbido ma sostenuto da buona acidità,
sapidità e da un tannino che ne garantisce struttura e discreta longevità; il Vigna Santa Lucia 2004 dell'azienda
Il Palazzotto di Paolo Olivero,
presenta una buona materia prima, tannini un po' duri ma buona freschezza e
frutto abbastanza vivo che si mantiene nel finale; il Sorì Utinot 2004
di Cascina Rossa
esprime un bel frutto croccante, ciliegia e amarena in primis, poi mirtillo e
mora. L'impatto in bocca è corrispondente, buono il tannino, bella vena acida,
buon corpo e sapidità che non guasta, cenni terrosi e profondi; il Diano
d'Alba 2004 dell'azienda Le Cecche sprigiona sentori di ciliegia e
lampone, in parte sotto spirito, piccoli frutti di bosco e sensazioni minerali.
In bocca è fresco, molto dinamico e già equilibrato. Altri vini che hanno
destato interesse sono il Sorì Autin Grand 2004 dei Fratelli Savigliano,
il La Lepre 2004 di Fontanafredda, il Vigneto Piadvenza 2004 di
Rigo.
Dolcetto di
Dogliani Splendidi come sempre i vini di Quinto Chionetti: il
San Luigi 2004, dal naso dominato dal frutto, arricchito da una bella
speziatura quasi di pepe e ginepro. In bocca ha buon attacco, bella mineralità,
ritorno di pepe e poi ampio fruttato; il Briccolero 2004, pervaso da note
speziate e da un bel frutto maturo e in confettura, ciliegia, amarena; in bocca
ha bell'impatto, frutto pieno e intenso e un finale delicatamente ammandorlato;
dello stesso millessimo molto ben riusciti anche il Pi Cit e il San
Luigi de La Bruna; coinvolgente e intenso il Papà Celso di
Marziano Abbona (appena inferiore la vendemmia 2003); una piacevole sorpresa
il Dolcetto Classico di Cascina Corte (buono anche il Vigna
Pirochetta) e il Dolcetto di Dogliani di Cascina Minella (alla
quale dedicherò un articolo in seguito); uno dei migliori è risultato il Siri
d'Jermu dei Fratelli Pecchenino, che riposa in acciaio su fecce fini.
Dolcetto di Ovada e d'Acqui Pochi i vini di Ovada presentati,
non proprio incoraggianti, anche se vale la pena citarne un paio, quello
prodotto da Luigi Tacchino e Lo Zerbone dell'azienda omonima,
ambedue nella versione 2004. I Dolcetto d'Acqui erano solo tre
dell'annata 2004 e due della 2003, fra i quali il migliore mi è parso il La
Cresta 2004 della Cascina Bertolotto.
Dolcetto d'Alba
Davvero una bella prova quella di Luigi Drocco, con il suo Dolcetto
d'Alba 2004, dal naso pulito e ben fatto, con il frutto in primo piano,
ciliegia, lampone e amarena, bocca minerale e fresca e finale pulito e di grande
piacevolezza; inaspettato e forse il migliore dei 2003 il Vigna Dij Sagrin
de Lo Zoccolaio (non amo particolarmente i vini di questa azienda);
buonissimo il Rian 2004 di Cascina Bruciata (splendido anche il
Vigneti in Rio Sordo 2003), piuttosto atipico ma di bell'impatto olfattivo;
ottimo il Controvento 2004 di Bava, appena un po' semplice ma di
grande bevibilità; una sorpresa il Dolcetto d'Alba 2004 di Aldo
Clerico; non si smentisce il sempre piacevole Bricco 2003 di
Giuseppe Mascarello; riuscito e complesso il Barturot 2003 di Ca' Viola; ho
particolarmente apprezzato il Ca' Brusà 2003 di Diego Marengo, dal
naso molto aperto, con belle note fruttate di ciliegia in evidenza, poi
liquirizia, sensazioni dolci ma non eccessive e buon equilibrio cromatico. Vale
la pena citare, infine, il Vigneto del Mandorlo 2004 dei Fratelli
Rivetti, il Vigna Miclet 2004 della Tenuta Langasco, il
Dolcetto d'Alba 2004 di Aurelio Settimo e dei Fratelli Oddero,
il Vigneti di Umberto Fracassi Ratti Mentone 2004 di Umberto Fracassi,
i Dolcetto d'Alba 2004 di Armando Piazzo, Rossotto e Pio
Cesare, e il Dolcetto d'Alba Castello 2003 di Terre del Barolo.
La Cooperativa Basecinque A conclusione di questo articolo desidero
citare il progetto presentato da Sergio Soavi di Coopitalia, domenica 18 settembre alle ore 17.00, a
Cheese: cinque aziende di Dogliani, Anna Maria Abbona,
Pecchenino, Poderi Luigi Einaudi, San Fereolo e San Romano,
si sono associate in cooperativa per proporre
un Dolcetto di Dogliani, frutto dell'assemblaggio dei vini che ciascuna
azienda ha vinificato con la consueta cura e attenzione in vigna e in cantina,
che sia un buon vino con un giusto rapporto fra
la qualità che viene offerta dai cinque produttori, conosciuti per l'impegno da
sempre svolto per questa denominazione, e un prezzo destinato al consumatore attento,
oggi più che mai, al valore del suo denaro. Il progetto nasce anche dalla
constatazione che questa denominazione non è ancora abbastanza conosciuta dal
grande pubblico. "Basecinque è l'idea di un prezzo base a cui vorremmo che la gente potesse
trovare il vino sullo scaffale della Coop più vicina. Scendere sotto certi
prezzi per prodotti lavorati artigianalmente è molto difficile. Per promuovere
questa denominazione ci siamo spinti a competere con quelli delle produzioni
industriali, ma la viticoltura piemontese è ancora basata per la maggior parte
sul lavoro manuale e le è impossibile competere con viticolture di regioni dove
la meccanizzazione è prevalente. Anche le rese per ettaro sono necessariamente
più basse rispetto ad aree più calde dove la perfetta maturazione è un dono
incondizionato e non una sfida da inseguire ogni anno ottenendo in premio
finezza ed eleganza e vini mai uguali uno all'altro". Speriamo davvero che
questa bella iniziativa trovi ampio successo fra gli appassionati di vino e non
solo, e che possa servire da stimolo anche per gli altri produttori, non solo
piemontesi, ma di tutte le regioni vinicole italiane.
Roberto Giuliani
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