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Parliamo del Piemonte

Roma, 24/08/2000

Se si fa una visita nella zona delle Langhe, dove si producono il Barolo e il Barbaresco, non si può non rimanere incantati dalle colline quasi a picco, pettinate di vigneti, tutti perfettamente allineati. In questo territorio, fra i più difficili per lavorare la vigna, la ripartizione degli appezzamenti fra i moltissimi proprietari arriva ad una media inferiore all'ettaro procapite. Viene naturale il paragone con la Bourgogne, dove uno stesso cru può essere suddiviso fra 50 vignaioli. E, come in Bourgogne, le varietà coltivate si riducono a due o tre. Qui c'è il Nebbiolo per i rossi e l'Arneis per i bianchi, lì il Pinot Nero e lo Chardonnay.

Il Barolo, che è il vino ed il nome più rappresentativo del Piemonte e d'Italia, ha sempre avuto caratteristiche di grande austerità e longevità; tutti quei produttori della penisola che abbiano avuto l'ambizione di creare grandi vini rossi, si sono ispirati al Barolo e al Barbaresco.
Il Nebbiolo, come il Pinot Nero è un vitigno tanto grande quanto difficile e fedele alle proprie origini; è in grado di esprimersi al meglio solo in certe zone ristrette d'Italia, come le Langhe e, in Lombardia, la zona della Valtellina, dove viene chiamato Chiavennasca. Le sue uve maturano tardivamente, spesso anche verso la seconda metà di ottobre, con tutti i rischi meteorologici che ne conseguono. E' quindi un vitigno soggetto a notevoli diversità da annata ad annata; per sua natura ha poco colore (gli antociani, responsabili del colore rubino-violaceo, sono quasi assenti), mentre ha una forte componente tannica, che gli assicura una notevole longevità: una grande annata può dare un Barolo o un Barbaresco in grado di evolversi per moltissimi anni. Se la natura stessa del Nebbiolo è austera e, a volte poco aggraziata, proprio a causa della massiccia presenza di tannini che, provocando astringenza possono celarne le grandi potenzialità, è più che mai indispensabile conoscere la durata ottimale del contatto mosto-bucce per non estrarre da queste troppe componenti amare, un giusto uso del legno per smussare le spigolosità e donare al futuro vino una maggior morbidezza cercando di mantenere quella freschezza senza la quale il vino risulterebbe stanco, pesante, spento. Queste operazioni erano un tempo esasperate (la tradizione voleva una macerazione con le bucce protratta fino a Natale e il disciplinare imponeva un periodo di permanenza in botti grandi anche di 4 anni per le riserve), con conseguente impoverimento ed ossidazione del vino. Oggi, le cose sono radicalmente cambiate, il disciplinare si è giustamente adeguato alle trasformazioni tecniche e culturali, riducendo l'obbligo di permanenza del vino nel legno a 24 mesi per il Barolo e a 12 mesi per il Barbaresco, con conseguente maggiore possibilità di autonomia da parte dei produttori nella gestione delle varie annate. La rivoluzione culturale degli ultimi vent'anni, che ha coinvolto ormai l'intera penisola, grazie ad alcune figure fondamentali come Angelo Gaja in Piemonte, Maurizio Zanella in Lombardia, Piero Antinori in Toscana, Fausto Maculan in Veneto e tanti altri, ha dato i suoi frutti, portando l'Italia vinicola ad un livello qualitativo finalmente competitivo, tant'è che ha risollevato le sorti dell'agricoltura nazionale, che non navigava certo in buone acque. Gli investimenti effettuati in molte regioni del centro-nord hanno dato ottimi risultati, ed ora si cominciano a vedere i primi cambiamenti anche in Puglia e Sicilia, che sono forse le regioni più promettenti, grazie ad un territorio ed un clima fra i più idonei per produrre grandi vini.

Tornando al Piemonte, il lavoro intenso e dinamico di Angelo Gaja per rinnovare l'immagine ed i contenuti del Barbaresco, reimpostando le vigne, attrezzando le cantine e studiando nuovi metodi di vinificazione del Nebbiolo, supportato dalle numerose esperienze acquisite nei suoi viaggi all'estero, ha spianato la strada al confronto fra i produttori langaroli, portandoli poco a poco alla consapevolezza della necessità di rivedere il loro modo di operare cercando strade e metodi nuovi, con l'obiettivo di estrarre dai loro terreni e dalle loro uve tutte quelle qualità fino ad allora inespresse ed inimmaginate. I continui assaggi comparativi, anno dopo anno, anche con i vini d'oltralpe, hanno consentito di elevare il livello qualitativo medio di tutta l'area, con un notevole incremento delle vendite, soprattutto nel mercato estero, più attento ed aggiornato. La strada da fare è ancora molta, ma il Piemonte è forse la regione che ha meglio lavorato, proprio perché si è scelto di intensificare la ricerca sui vitigni che sono il patrimonio di questa regione, evitando inutili mescolanze e proponendo, semmai, dei vini specifici, da vitigni internazionali, con lo scopo di verificarne le capacità espressive sul nostro territorio. Così Angelo Gaja, accanto al Barbaresco e al Barolo, produce anche il Darmagi, un eccellente cabernet sauvignon, ed il Gaia & Rey, chardonnay in purezza. Oggi i suoi vini più cari sono proprio i cru di Barbaresco: Sorì San Lorenzo, Sorì Tildin e Costa Russi, tutti e tre venduti sopra le duecentomila lire.

Ma il movimento rinnovativo in Piemonte abbraccia un po' tutte le aree; se si prova a degustare una Barbera di nuova generazione, che ha subito grandi selezioni in vigna, sistemi di vinificazione più moderni e un calibrato affinamento in barrique, si scoprirà quali insospettate qualità è in grado di esprimere; l'acidità che in passato era la sua caratteristica principale ed anche il suo limite, oggi è quasi completamente mascherata da una polpa fruttata e dolce, da una forza alcolica pari a quella di un Barolo; certo la direzione intrapresa con questo vitigno lascia qualche perplessità, il rischio è quello di uniformare il metodo e ridurre fortemente le diversità espressive dei vitigni. La Barbera, come del resto il Dolcetto, che sta iniziando un percorso di trasformazione molto simile, non hanno la complessità del nebbiolo né sono uve destinate al lungo invecchiamento, sarebbe auspicabile invece che queste tipologie, pur rivisitate e migliorate, mantengano vive le loro personalità e differenze, differenze necessarie anche quando ci si siede davanti ad una tavola imbandita.

Roberto Giuliani   
roberto.giuliani@lavinium.com   
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