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Se si fa una visita nella zona
delle Langhe, dove si producono il Barolo e il Barbaresco, non si può non rimanere
incantati dalle colline quasi a picco, pettinate di vigneti, tutti
perfettamente allineati. In questo territorio, fra i più difficili
per lavorare la vigna, la ripartizione degli appezzamenti fra i
moltissimi proprietari arriva ad una media inferiore all'ettaro
procapite. Viene naturale il paragone con la Bourgogne, dove uno
stesso cru può essere suddiviso fra 50 vignaioli. E, come in
Bourgogne, le varietà coltivate si riducono a due o tre. Qui c'è
il Nebbiolo per i rossi e l'Arneis per i bianchi, lì il Pinot Nero
e lo Chardonnay.
Il Barolo, che è il vino ed
il nome più rappresentativo del Piemonte e d'Italia, ha sempre
avuto caratteristiche di grande austerità e longevità; tutti quei
produttori della penisola che abbiano avuto l'ambizione di creare
grandi vini rossi, si sono ispirati al Barolo e al Barbaresco. Il Nebbiolo,
come il Pinot Nero è un vitigno tanto grande quanto difficile e
fedele alle proprie origini; è in grado di esprimersi al meglio solo
in certe zone ristrette d'Italia, come le Langhe e, in Lombardia, la
zona della Valtellina, dove viene chiamato Chiavennasca. Le sue uve
maturano tardivamente, spesso anche verso la seconda metà di
ottobre, con tutti i rischi meteorologici che ne conseguono. E'
quindi un vitigno soggetto a notevoli diversità da annata ad annata;
per sua natura ha poco colore (gli antociani, responsabili del colore
rubino-violaceo, sono quasi assenti), mentre ha una forte componente
tannica, che gli assicura una notevole longevità: una grande annata
può dare un Barolo o un Barbaresco in grado di evolversi per
moltissimi anni. Se la natura stessa del Nebbiolo è austera e, a
volte poco aggraziata, proprio a causa della massiccia presenza di
tannini che, provocando astringenza possono celarne le grandi
potenzialità, è più che mai indispensabile conoscere la durata
ottimale del contatto mosto-bucce per non estrarre da queste troppe
componenti amare, un giusto uso del legno per smussare le spigolosità
e donare al futuro vino una maggior morbidezza cercando di mantenere
quella freschezza senza la quale il vino risulterebbe stanco, pesante,
spento. Queste operazioni erano un tempo esasperate (la tradizione
voleva una macerazione con le bucce protratta fino
a Natale e il disciplinare imponeva
un periodo di permanenza in botti grandi anche di 4 anni per le
riserve), con conseguente impoverimento ed ossidazione del vino. Oggi,
le cose sono radicalmente cambiate, il disciplinare si è giustamente
adeguato alle trasformazioni tecniche e culturali, riducendo
l'obbligo di permanenza del vino nel legno a 24 mesi per il Barolo e
a 12 mesi per il Barbaresco, con conseguente maggiore possibilità di
autonomia da parte dei produttori nella gestione delle varie annate.
La rivoluzione culturale degli ultimi vent'anni, che ha coinvolto
ormai l'intera penisola, grazie ad alcune figure fondamentali come Angelo Gaja in Piemonte,
Maurizio Zanella
in Lombardia, Piero Antinori in Toscana, Fausto Maculan in Veneto e tanti altri, ha dato i suoi frutti,
portando l'Italia vinicola ad un livello qualitativo finalmente
competitivo, tant'è che ha risollevato le sorti dell'agricoltura
nazionale, che non navigava certo in buone acque. Gli investimenti
effettuati in molte regioni del centro-nord hanno dato ottimi
risultati, ed ora si cominciano a vedere i primi cambiamenti anche in
Puglia e Sicilia, che sono forse le regioni più promettenti, grazie
ad un territorio ed un clima fra i più idonei per produrre grandi
vini.
Tornando al Piemonte, il
lavoro intenso e dinamico di Angelo Gaja per rinnovare l'immagine ed
i contenuti del Barbaresco, reimpostando le vigne, attrezzando le
cantine e studiando nuovi metodi di vinificazione del Nebbiolo,
supportato dalle numerose esperienze acquisite nei suoi viaggi
all'estero, ha spianato la strada al confronto fra i produttori
langaroli, portandoli poco a poco alla consapevolezza della necessità
di rivedere il loro modo di operare cercando strade e metodi
nuovi, con l'obiettivo di estrarre dai loro terreni e dalle loro uve
tutte quelle qualità fino ad allora inespresse ed inimmaginate. I
continui assaggi comparativi, anno dopo anno, anche con i vini
d'oltralpe, hanno consentito di elevare il livello qualitativo medio
di tutta l'area, con un notevole incremento
delle vendite, soprattutto nel mercato estero, più attento ed
aggiornato. La strada da fare è ancora molta, ma il Piemonte è forse
la regione che ha meglio lavorato, proprio perché si è scelto di
intensificare la ricerca sui vitigni che sono il patrimonio di questa
regione, evitando inutili mescolanze e proponendo, semmai, dei vini
specifici, da vitigni internazionali, con lo scopo di verificarne le
capacità espressive sul nostro territorio. Così Angelo Gaja, accanto
al Barbaresco e al Barolo, produce anche il Darmagi,
un eccellente cabernet sauvignon, ed il Gaia
& Rey, chardonnay in purezza. Oggi i suoi vini più cari
sono proprio i cru di Barbaresco: Sorì San
Lorenzo, Sorì Tildin e Costa Russi, tutti e tre venduti sopra le duecentomila lire.
Ma il movimento rinnovativo in Piemonte abbraccia un po' tutte le aree; se
si prova a degustare una Barbera di nuova
generazione, che ha subito grandi selezioni in vigna, sistemi di
vinificazione più moderni e un calibrato affinamento in barrique, si
scoprirà quali insospettate qualità è in grado di esprimere;
l'acidità che in passato era la sua caratteristica principale ed
anche il suo limite, oggi è quasi completamente mascherata da una
polpa fruttata e dolce, da una forza alcolica pari a quella di un
Barolo; certo la direzione intrapresa con questo vitigno lascia
qualche perplessità, il rischio è quello di uniformare il metodo e
ridurre fortemente le diversità espressive dei vitigni. La Barbera, come
del resto il
Dolcetto, che sta iniziando un percorso di trasformazione molto
simile, non hanno la complessità del nebbiolo né sono uve destinate al
lungo invecchiamento, sarebbe auspicabile invece che queste tipologie,
pur rivisitate e migliorate, mantengano vive le loro personalità e
differenze, differenze necessarie anche quando ci si siede davanti ad
una tavola imbandita.
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