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Sicilia: partorire il vulcano

Roma, 09/10/2000

Eruzione dell'Etna Storia, arte, cultura e territorio fanno di quest'isola una regione senza uguali, una miniera di possibilità non ancora espresse. E' l'isola più vasta del Mediterraneo, a prevalenza collinare (61,4%) e montuosa (24,4%). Il clima è decisamente caldo e arido lungo la fascia costiera e più temperato e umido sui rilievi. I venti provenienti dall'Africa possono innalzare la temperatura per alcuni giorni fino a 55 °C con gravi conseguenze sui vigneti. Ma se si escludono queste condizioni estreme e circoscritte, la Sicilia rimane senz'altro una delle regioni più adatte per la coltivazione della vite, non a caso ha la più estesa superficie vitata d'Italia. E qui appare la prima grande contraddizione: soltanto lo 0,5% del vino prodotto (oltre 11 milioni di ettolitri in media) può fregiarsi della Denominazione di Origine. Sappiamo molto bene che la D.O.C. non è, purtroppo, sempre garanzia di qualità, ma è un primo necessario passo per dare ordine e regolamentazioni al modo di fare vino. Ciò testimonia come questa regione sia rimasta fortemente arretrata (come del resto le altre regioni del Sud) nello sviluppo di nuove metodologie, nella ricerca della qualità, nell'organizzazione e negli investimenti. Oltre a tutte quelle problematiche sociali e politiche che hanno da sempre traviato e condizionato un possibile sviluppo di questa splendida isola, si può dire che sia mancato l'intervento di un uomo chiave, una figura carismatica che, come è stato in Piemonte, Lombardia, Veneto, Toscana, apportasse con il suo spirito pionieristico, linfa vitale, energie, idee nuove ad una terra che ha dentro di sé tanta materia di prim'ordine da mettere in seria difficoltà i paesi vitivinicoli più all'avanguardia. Un'altra questione che ha ulteriormente rallentato il progresso eno-culturale è stata la radicata, ma anche giustificata, convinzione nel mondo contadino che produrre tanta uva garantiva il massimo rendimento economico. Giustificata dal fatto che la maggioranza del raccolto confluiva nelle cantine sociali o presso industriali del vino, che pagavano subito, in beni o in denaro, assicurando loro un sufficiente e sicuro sostentamento. Impostare la vigna per ottenere qualità, significava dover ridurre notevolmente le rese per pianta, acquistare macchinari moderni e attrezzare cantine; disporre quindi di mezzi economici che difficilmente potevano essere appannaggio di un qualsiasi lavoratore dei campi.

Logo Duca di SalaparutaIn questa desolante realtà qualcosa è progressivamente mutato, grazie alla presenza determinante di due aziende profondamente diverse, ma accomunate da eguale sforzo nella ricerca del prodotto di qualità. La prima, la Duca di Salaparuta, di proprietà della Regione Sicilia (ma ora messa in vendita), che pur sfornando 13 milioni di bottiglie l'anno, ha fra i suoi prodotti, tutti qualitativamente ineccepibili, vini di calibro internazionale come il Duca Enrico, da uve Nero d'Avola e rappresenta un modello di tecnologia ed efficienza che ha pochi rivali in Europa. L'altra azienda è la Tasca d'Almerita di Regaleali, di proporzioni meno colossali (2,5 milioni di bottiglie), ma che produce vino esclusivamente dai propri vigneti situati intorno ad un antico feudo nell'entroterra del palermitano. La lunga ricerca di queste due aziende si è inizialmente diretta verso i vitigni autoctoni, soprattutto a bacca bianca, condizionata anche dalle preferenze del mercato per i vini bianchi. Questo ha consentito di far emergere le qualità dell'Inzolia, sicuramente uno dei migliori vitigni bianchi della regione. Successivamente la sperimentazione si è allargata anche alle uve rosse; e qui è stato il Nero d'Avola a dimostrare di avere grande personalità e carattere. Negli ultimi anni, infine, Tasca d'Almerita ha sfornato prodotti di gran pregio da uve internazionali quali lo Chardonnay (prima versione 1989), potente e opulento e il Cabernet Sauvignon (1988), dimostrando ancora una volta di cosa sia capace questa terra se lavorata nel modo giusto.

Marsala Vecchio Samperi 1986 - De Bartoli Oltre al fondamentale contributo innovativo di queste due cantine, vi sono altre piccole realtà che hanno risollevato le sorti di vini che non avevano più nulla da raccontare, pur avendo alle spalle un lungo passato di tradizioni profondamente radicate in quest'isola. Stiamo parlando dei vini da vendemmia tardiva e dei passiti, in particolare del Marsala, del Moscato di Pantelleria e della Malvasia delle Lipari, la cui storia affonda nei secoli. Tutti e tre e il Marsala più di tutti, sono rimasti schiacciati per decenni da logiche industriali che ne hanno profondamente deturpato l'immagine e le caratteristiche. E dobbiamo ringraziare l'intervento di due piccoli produttori, Marco de Bartoli per il Marsala ed il Moscato di Pantelleria e Carlo Hauner per la Malvasia delle Lipari, se oggi questi prodotti sono tornati a risplendere, dopo 20 anni di instancabile lavoro, prima sul piano tecnico-qualitativo e poi su quello commerciale. Infatti, come è avvenuto in Toscana, dove la maggior parte dei produttori chiantigiani ha preferito fare vini "da tavola" di qualità con nomi di fantasia (quelli che poi sono stati battezzati dagli americani Supertuscans) piuttosto che utilizzare la Denominazione Chianti, ormai declassata, così Marco de Bartoli ha ideato il Vecchio Samperi, che non è altro che un Marsala Stravecchio rinnovato, rifiutando la DOC Marsala, per garantirsi un ingresso nel mercato vinicolo, privo di contaminazioni. E questa scelta gli ha dato ragione.

Il lavoro intelligente ed il conseguente successo di questi uomini, ha stimolato nuove realtà produttive; nel giro di pochi anni sono nate nuove aziende con obiettivi di qualità un pò in tutta la Sicilia, che stanno dimostrando ancora una volta l'enorme potenzialità di questa regione. Il vulcano si è appena svegliato, ma le sue scosse, il continuo ribollire di lava incandescente, hanno attirato l'attenzione del mercato mondiale e molti nomi illustri hanno messo l'occhio su quest'isola, con l'intento di accaparrarsene una golosa fetta, fra cui Zonin, Marzotto-Santa Margherita, il Gruppo Italiano Vini e addirittura Robert Mondavi. Insomma siamo convinti che, in tempi forse più brevi che in altre regioni italiane, la rivoluzione enologica già in atto darà presto un volto nuovo al vino siciliano.

Roberto Giuliani   
roberto.giuliani@lavinium.com   

Nella pagina che segue segnaliamo alcune aziende di sicuro pregio, che meritano l'interesse degli amanti del buon vino.

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