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La Toscana, insieme al
Piemonte, è senz'altro la regione vitivinicola che più ha
contribuito al rinnovamento enologico in Italia. Qui, con il Marchese Incisa
della Rocchetta, ha avuto inizio uno dei più importanti
cambiamenti culturali, in una zona tutt'altro che famosa: Bolgheri.
Nel lontano 1942, sul poggio di Castiglioncello, ad una altezza di 400
m., Mario Incisa decise di impiantare il cabernet sauvignon. In quegli
anni di guerra era molto difficile reperire i grandi Chateaux
bordolesi e, questa fu forse la molla che lo spinse a tentare una
strada nuova. Erano solo 1.000 piante, alle quali fece imporre
potature drastiche, tra lo stupore dei contadini, ottenendo 3 etti
d'uva a pianta (normalmente se ne producevano alcuni chili). Lo
scopo era quello di spingere ogni singola vite a convogliare le sue
energie in quei pochi grappoli, dando ad essi una maggiore
concentrazione zuccherina e polifenolica. Inoltre, una volta prodotto
il vino, Incisa, seguendo la lezione bordolese, lo fece maturare in
piccole botticelle di fortuna, al posto delle grandi botti che la
tradizione aveva sempre adottato. Erano solo i primi passi, la cantina
non era certo attrezzata e moderna, ma il cammino era segnato.
E un altro cambiamento arrivò
negli anni '60, con il giovane nipote di Incisa, Carlo
Guerrieri Gonzaga che aveva studiato enologia a Losanna.
Nascono le prime attrezzature di cantina, si introducono le barrique,
botticelle di rovere francese da 225 litri e, soprattutto, nel podere
della Sassicaia, situato più a valle, la nuova vigna a cabernet
sauvignon dà vita al vino che rappresenterà una svolta per tutto il
mondo enologico italiano: il Sassicaia.
Dopo vari ritocchi e grazie anche all'apporto di Giacomo
Tachis, enologo di casa Antinori, il vino fu proposto per la prima volta nel 1968, ad un pubblico
limitato di addetti ai lavori e produttori d'elite. Ebbe un successo
incredibile e da allora la sua notorietà è cresciuta in modo
esponenziale. Oggi è senz'altro il simbolo più rappresentativo del
mondo vinicolo Italiano.
La Toscana, come d'altronde
tutta l'Italia, ha dovuto fare i conti con una politica vitivinicola
assolutamente sbagliata, basata su una produzione sovrabbondante a
scapito della qualità. Proprio a causa di questa ricerca esasperata
del guadagno facile, sono stati espiantati vitigni poco produttivi e
delicati ed impiantati quelli più resistenti e generosi, ma con
caratteristiche organolettiche decisamente inferiori; così sono
andate perdute molte varietà autoctone, di grande importanza proprio
perché espressione del territorio e quindi assolutamente inimitabili.
Oggi si paga ancora lo scotto di questo assurdo comportamento.
Nelle regioni del Sud (la
Puglia, fino a pochi anni fa, produceva quasi esclusivamente vini da
taglio, troppo rustici e alcolici per poter essere apprezzati; questi
vini, venivano utilizzati sia in regioni italiane come la Toscana,
dove servivano per rinforzare il Chianti, sia in Francia e in
Germania) si è adottata più che mai la tecnica della
superproduzione, fino ad arrivare a storpiare prodotti che potevano
offrire grandi possibilità espressive come il Marsala (ancora oggi si
può trovare nei supermercati il Marsala all'uovo, frutto di
un'operazione commerciale che ha deturpato per più di vent'anni
l'immagine di questo grande vino). In tutto il centro Italia,
imperversavano (e imperversano ancora) le varietà dei Trebbiani e
delle Malvasie, uve bianche di scarsa qualità organolettica, non in
grado di dare grandi vini, ma estremamente produttive. Vitigni che
ancora oggi troviamo nell'uvaggio di vini rossi come il Chianti o il
Carmignano, a danno sia del gusto sia dell'immagine.
Proprio per
questo motivo, molti produttori hanno preferito rinunciare alle D.O.C.., ormai declassate, ed avventurarsi nella sperimentazione,
dando ai loro prodotti nomi di fantasia che gli hanno consentito,
grazie alla qualità raggiunta, di ottenere un proprio spazio nel
mercato, soprattutto internazionale, pur essendo "semplici vini da
tavola". E così ci si è trovati di fronte a grandi contraddizioni:
D.O.C..G. come quella del Chianti Classico o del Brunello di
Montalcino, che dovevano essere l'espressione dei migliori vini
della Toscana, venivano surclassate
da quelli che dagli americani sono oggi chiamati Supertuscans;
vini di altissimo livello qualitativo, in grado di competere con nomi
esteri prestigiosi e, a volte, di sbancare le aste più famose,
raggiungendo prezzi nettamente superiori a quelli appunto di un
Chianti Riserva o di un Brunello. E il paradosso è ancora più
evidente quando si nota che alcuni di questi grandi vini (Fontalloro,
Le Pergole Torte, Percarlo, Cepparello, Flaccianello della Pieve, Carbonaione, Sangioveto,
Querciolaia, Sassello ecc.) sono da Sangiovese in purezza, vitigno toscano per eccellenza,
mentre l'attuale disciplinare del Chianti consente l'utilizzo di
vitigni "migliorativi" come il Cabernet Sauvignon e il Merlot fino
al 15%, quantità che incide nettamente sul gusto del vino.
Va però sottolineato che è
ormai in atto, proprio grazie alla lezione del Sassicaia, una
rivoluzione del modo di fare vino, non solo in Toscana, ma in tutta
Italia. Potature drastiche, basse rese in vigna, cantine rimodernate,
processi di vinificazione a temperatura controllata, botti nuove,
enologi ed agronomi esperti, sono la dimostrazione che si è capito
che se si vuole fare un prodotto valido, in grado di reggere il
confronto con il mercato in continua evoluzione, bisogna lavorare in
modo diverso. E' indispensabile conoscere alla perfezione il
territorio, selezionare i migliori cloni di ogni vitigno; definire,
come hanno fatto in Francia da quasi due secoli, una mappatura dei
cru, e stabilire, dopo accurate sperimentazioni, quali siano i vitigni
più adatti per ciascuno di essi. La raccolta deve essere molto
accurata e selettiva, la pigiatura deve essere soffice, l'uso del
legno attento a non coprire gli aromi varietali; questi sono solo
alcuni degli accorgimenti indispensabili per ottenere risultati seri.
Per fare
questo ci vorranno molti anni, ma è l'unico modo che ci permetterà
di sfruttare al meglio e consapevolmente tutte quelle qualità che il
nostro territorio è in grado di esprimere.
E' anche il modo migliore per difendersi dalle mode, che anche in
questo campo dettano legge: ormai non c'è regione in Italia o nel mondo che non produca vini
da cabernet, merlot, chardonnay e sauvignon, certo con risultati
diversi, ma se è comprensibile in paesi come la California o la Nuova
Zelanda, che non hanno antiche tradizioni vinicole né possiedono il
nostro enorme patrimonio ampelografico (nonostante molte varietà
siano andate perdute), non è altrettanto intelligente da parte nostra
non fare tesoro proprio di quelle risorse che ci darebbero il
vantaggio dell'inimitabilità. Si
pensi ai nostri vitigni a bacca rossa come sangiovese, nebbiolo, negroamaro,
aglianico, nero d'Avola, montepulciano, corvina, teroldego, gaglioppo, barbera,
dolcetto ciascuno dei quali è
caratteristica della propria regione, o a quelli a bacca bianca come fiano,
vernaccia, verdicchio, garganega, arneis, inzolia, zibibbo, ansonica, albana, i
moscati ecc. Non c'è nessun altro Stato al
mondo in grado di offrire così tante varietà importanti, uniche e
riconoscibili. Gli stessi disciplinari, consentendo una presenza
sempre più consistente di uve internazionali negli uvaggi di vini
caratteristici, perdono in credibilità e non garantiscono più la
riconoscibilità del prodotto finale.
Attualmente
esistono tre classificazioni fondamentali da un punto di vista
legislativo: i vini da tavola, a indicazione geografica tipica (I.G.T.),
quelli a denominazione di origine controllata e quelli a denominazione
di origine controllata e garantita. Queste quattro
categorie hanno caratteristiche diverse, e l'apice qualitativo
dovrebbe essere dato dalla D.O.C.G., che è nata fra l'altro, per
dare maggiori garanzie e credibilità e per recuperare l'immagine
perduta, a causa dei vari scandali passati, nei confronti dei mercati
esteri. Non è, quindi, assurdo che il Chianti Classico, che racchiude in sé grandi tradizioni
ed è uno dei simboli più caratteristici del vino italiano, possa
oggi essere costituito da sangiovese
e cabernet sauvignon? Provate a immaginare se lo Chateâu Petrus
venisse improvvisamente fatto con merlot e nebbiolo. Ma la
caratteristica di non credere mai abbastanza nelle proprie risorse e
capacità è tipicamente italiana, ed è forse lo scoglio più
difficile da superare.
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