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L'Umbria
è una delle regioni che ha più risentito della perdita di molti
vitigni bianchi autoctoni, proprio perché era terra tradizionalmente
bianchista. Due eventi in questo secolo hanno fortemente condizionato
la qualità dei nostri vini bianchi: la tendenza del gusto per i vini
da pasto completamente secchi (in seguito anche al miglioramento delle
tecniche di vinificazione) e l'inserimento di impianti specializzati
in vigna che, sostituendosi alla mano dell'uomo, hanno indotto
all'estinzione molte varietà poco produttive e più delicate e
attaccabili da virosi, ma con qualità organolettiche più elevate e
riconoscibili.
Gli
esperimenti che in quest'ultimo ventennio ha effettuato il Castello
della Sala, proprietà Antinori, su vitigni come grechetto, procanico
(trebbiano), malvasia, verdello, drupeggio, avevano l'obiettivo di
studiarne tutte le possibilità espressive. A parte qualche eccezione,
come il trebbiano toscano che, attraverso l'appassimento e
l'ossidazione in piccole botticelle dà luogo a grandi Vin Santo, ci
si è resi conto che queste uve hanno dei chiari limiti di spessore e
qualità contro i quali poco si può fare.
In
ogni caso siamo molto lontani dal bagaglio aromatico che possono
esprimere vitigni esteri come Chardonnay e Sauvignon. Ed è proprio
dalla combinazione di Chardonnay e piccole percentuali di Grechetto
che al Castello della Sala, grazie alla mano sapiente di Renzo Cotarella, dapprima enologo e poi direttore responsabile di tutto il
marketing Antinori, nasce
nel 1985 il Cervaro della Sala, uno dei più grandi bianchi italiani,
che contiene in se la solarità e la freschezza dei profumi, la
sapidità minerale tipica di quei terreni ed il nerbo e la spina
dorsale datagli dal grechetto. L'altro grande vino, un anno dopo,
sarà il Muffato della Sala, vendemmia tardiva i cui grappoli sono
stati attaccati dalla Botrytis cinerea, la "muffa nobile", grazie
alle caratteristiche climatiche tipiche della zona dell'orvietano.
Vino denso, concentratissimo, che ha avuto nel corso di dieci anni,
un'evoluzione esponenziale, passando dall'opulenza e una certa
pesantezza, ad un'eleganza e ad una finezza davvero superlative.
Per
quanto riguarda i vini rossi, va assolutamente menzionato Giorgio Lungarotti, come massimo esponente rappresentativo dell'Umbria sin
dagli anni '60. Quest'uomo, con la crisi della mezzadria avvenuta
alla fine degli anni '50, decise di reimpostare razionalmente la sua
proprietà nei pressi di Torgiano e, dalla vedemmia '62, produce il
Rubesco Vigna Monticchio, da sangiovese e colorino, un vino di grande
morbidezza, a quel tempo assolutamente innovativo. Caratteristica di
Lungarotti è quella di tenere il vino imbottigliato ad affinare nelle
sue cantine per molti anni, allo scopo di mettere in commercio un
prodotto già armonico e quindi meglio apprezzabile. Infatti
è ora in commercio la vendemmia '90.
Più recente ma non meno
importante è stato il lavoro compiuto dall'azienda di Montefalco
Arnaldo Caprai/Val di Maggio in quest'ultimo decennio. Marco Caprai,
figlio del titolare, con l'aiuto dell'enologo Attilio Pagli, ha
prodotto un vino secco da uva Sagrantino, che per tradizione veniva
utilizzata solo per vini passiti. Il Sagrantino è l'uva con la più
alta concentrazione di polifenoli (tannini) al mondo, anche superiore
al Nebbiolo; è per questo che i viticoltori avevano preferito la
strada del vino dolce. Era un'uva troppo rustica e sgraziata per
poter dare vini secchi accettabili, mentre la buccia spessa garantiva
l'appassimento senza rischio di degenerazione verso il marciume. Ma,
grazie alle nuove tecniche in vigna e in cantina, alla spasmodica
selezione dei cloni migliori, alla ricerca e allo sforzo costante,
all'uso sapiente delle barrique Caprai, con la vendemmia '90 ha
ottenuto il primo Sagrantino di Montefalco secco che già indicava che
la strada intrapresa era giusta. Con la vendemmia '93, in occasione
del 25° anniversario aziendale, Marco Caprai decise di proporre una
selezione ancora più accurata, il Sagrantino di Montefalco Riserva 25
Anni, vino sbalorditivo per struttura, morbidezza, fascino. Con le
annate successive ha continuato a crescere, consacrandosi
definitivamente fra i più grandi rossi italiani e mondiali.
Vi sono anche altre realtà
che stanno emergendo in varie parti della regione fra cui la cantina
sociale Colli Amerini, nei pressi di Amelia, coadiuvata dall'enologo
Riccardo Cotarella (fratello di Renzo). Di questa valida cantina va
senz'altro segnalato il vino rosso D.O.C. Colli Amerini Superiore
Carbio da uve merlot, sangiovese, montepulciano e ciliegiolo. Altra
azienda importante è Palazzone che produce il già più volte
premiato Armaleo (95% cabernet sauvignon, 5% cabernet franc); nella
zona di Vascigliano-Stroncone c'è l'ottima azienda La Palazzola
di Stefano Grilli, che da anni sperimenta diverse tipologie di
prodotti fra cui un Riesling Brut, un premiato Merlot, il Rubino (80%
Cabernet Sauvignon, 20% Merlot), una vendemmia tardiva.
Nell'orvietano c'è l'azienda Decugnano dei Barbi che produce
tutti vini di qualità fra cui l'uvaggio "IL" (40% sangiovese,
40% montepulciano, 20% canaiolo; affinato per ben 2 anni in barriques
di Nevers e Vosges). La Tenuta Le Velette produce l'ottimo Calanco,
vino I.G.T. da sangiovese (65%) e cabernet sauvignon (35%). In
conclusione, possiamo senz'altro dire che il "polmone
d'Italia" non è rimasto in disparte, e sta dando un non
indifferente contributo al rinnovamento vinicolo italiano.
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