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La rivoluzione culturale avvenuta
nel mondo del vino italiano, come sempre accade in situazioni che
incidono sulle mode e i costumi di una società, ha portato cose buone
e meno buone. Se il vino è cresciuto qualitativamente, e su questo
non ci sono dubbi, sono cresciuti anche i prezzi, in modo spesso
esagerato e ingiustificato. Chi avrebbe immaginato che una bottiglia
di vino potesse diventare oggetto di culto, desiderato e bramato
quanto un cellulare di ultima generazione, un televisore al plasma o
una supercar? E quanti possono permettersi un tenore di vita così
elevato - ma ha poi un senso? - da imbandire frequentemente la propria
tavola con un vino italiano che abbia ricevuto almeno un'onorificenza?
E cosa c'entra tutto questo con la cultura e l'amore per il vino?
Quando un alimento, per il quale si è scomodata anche la scienza per
dimostrarne le proprietà salutari, diventa fenomeno elitario, oggetto
per pochi, allora è doveroso fare una netta distinzione fra la reale
rivoluzione avvenuta sul territorio, nei vigneti, nelle cantine e
l'ennesima operazione commerciale e speculativa, finalizzata a
mitizzare senza scrupolo morale una bevanda che dovrebbe, invece,
rappresentare un valore aggiunto nella cultura e nella tradizione
enogastronomica italiana. Ci vorrebbe una maggiore lungimiranza da
parte degli addetti ai lavori sui rischi, in parte già evidenziati
nel 2003, di una crisi di rigetto. Le mode passano, stancano, lasciano
pochi ricordi e sono facilmente sostituibili da nuovi fenomeni di
consumo. Il vino, quello vero, non è quello delle bottiglie mito, né
quello delle cene enogastronomiche con lo chef all'ultimo grido. Il
vino è la manifestazione diretta e inequivocabile del nostro
viscerale - e conflittuale - rapporto con la natura. Eppure un
vecchio, grande uomo, che al vino italiano ha davvero dato tanto, ci
ha sempre parlato di enogastronomia con quel fare poetico e amoroso di
cui solo lui è capace, mettendo al primo posto il rispetto dei valori
profondi, legati alla terra e alle tradizioni che distinguono i luoghi
e le genti. Quest'uomo sembra essere stato quasi dimenticato, come
qualcosa di scomodo, fuori moda, non adatto ai nostri tempi dove tutto
è consumo, non riflessione, non conoscenza, non amore. Obsoleto per
molti, Luigi Veronelli (i miei più sinceri auguri!) continua a
parlare quel linguaggio che è la conoscenza e il rispetto di ciò che
la natura ci ha messo a disposizione, senza mai cedere alle facili
tentazioni e ai messaggi d'effetto. Ecco, vorrei vedere il 2004 come
punto di partenza, di meditazione, dove i giusti valori tornino ad
indicarci il senso della vita, dove il benessere non ci faccia più
dimenticare chi non ne ha mai sentito neanche l'odore, dove parole
come "avere" e "consumare" siano rimpiazzate da
"rispettare" e "sentire", dove alla speranza ceda
il posto la volontà.
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