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Nell'ultimo
decennio abbiamo assistito ad un progressivo mutamento culturale
nel modo di concepire la vitivinicoltura in Sicilia. Si sa, a
parte alcune aziende storiche che da tempo producevano vino di
qualità, la regione soffriva di un passato nel quale hanno
convissuto situazioni diversissime e contraddittorie. Così
potevano esistere impianti a tendone, che favorivano la produzione
di decine di chili d'uva a pianta e impianti ad alberello, con una
produzione inferiore al chilo; si constatava che la Sicilia era la
regione con la più estesa superficie vitata d'Italia ma che su 11
milioni di ettolitri di vino prodotto, solo lo 0,4% era a
denominazione di origine, ovvero la percentuale più bassa
d'Italia. La produzione era abbondante ma scarseggiava di
qualità. Per decenni, a causa di una serie di meccanismi anche
legislativi, al piccolo produttore convenì coltivare la vite in
modo da ottenere il maggior quantitativo possibile di uva. Ma il
prodotto che ne sortiva era, pur con un grado alcolico più che
dignitoso grazie al forte sole isolano, mediamente mediocre da un
punto di vista organolettico, ma abbastanza facilmente vendibile a
industriali o cantine sociali. Produrre quantitativi estremamente
ridotti d'uva per pianta, acquistare macchinari più moderni per
la lavorazione, acquisire una forte esperienza in metodologie di
marketing, erano concetti assolutamente irraggiungibili,
soprattutto per qui piccoli produttori che avevano bisogno di
garantirsi col ricavato del loro lavoro, denaro sufficiente a
sfamare la propria famiglia. Tutto questo ha rallentato il
progresso di una terra fra le più vocate in assoluto per il vino
di qualità. Oggi però possiamo dire con sicurezza, confortati
dagli assaggi di vini provenienti da diverse realtà isolane, che
molte cose sono cambiate, si sta assistendo ad una strepitosa
rivoluzione che, come sempre accade in questi casi, porta con sé
del buono ma anche molta fretta di raggiungere i propri obiettivi,
correndo il rischio di omologazioni su una ricetta di facile
successo a scapito della sperimentazione e della ricerca. Ma
possiamo dire che complessivamente la Sicilia sta dimostrando un
notevole miglioramento qualitativo. E i vini dell'azienda Parnaso,
nata per iniziativa di un gruppo di amici uniti dalla stessa
passione, ne sono un valido esempio. Si tratta di due sole
tipologie, ma che ben rappresentano il percorso
"bidirezionale" della Parnaso, orientato a valorizzare
il Nero d'Avola come vitigno autoctono di sicuro pregio e a donare
un'impronta personale allo Chardonnay, fondendo le caratteristiche
del vitigno con il terroir isolano. Ma il resto ve lo facciamo
scoprire leggendo le nostre schede di
degustazione.
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