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Vitigno scorbutico, difficile,
tannico, austero, per molti aspetti simile al Nebbiolo, l'Aglianico portato in
Italia oltre duemila anni fa dai Greci (aglianico=ellenico) ed insediato
prevalentemente in Campania e alta Basilicata (Vulture), fino a poco tempo fa
non aveva dato risultati particolarmente esaltanti. Qualche rara eccezione
nell'avellinese con alcuni Taurasi, robusti ma comunque un po' rustici, ben
lontani da quello che ci si aspetta da un grande vino moderno. Si tratta di
un'uva dal notevole contenuto polifenolico, molto vicino a quello del Nebbiolo o
del Sagrantino, che necessita di una forte ed accurata selezione clonale (che
non c'è stata), di basse rese (per aumentare la concentrazione di polpa) e di
un uso calibrato del legno. Sappiamo tutti che il Nebbiolo, il Sangiovese, la
Corvina ed un'infinità di altre uve del nostro territorio, fino ad una trentina
d'anni fa davano vini che, nella migliore delle ipotesi, riuscivano ad
esprimersi dopo molti anni, ma che nella maggior parte dei casi erano stati
uccisi da disciplinari inadatti (accade ancora con il Brunello che, in annate
meno felici come la '96, costretto ad affrontare un periodo di legno eccessivo,
finisce con l'uscire sul mercato già spento, svuotato delle sue risorse),
dall'uso di botti enormi e troppo vecchie per cedere al vino qualcosa di utile,
da sistemi di lavorazione in vigna non adatti a quelle tipologie di vitigno. Per
quanto riguarda il sud dell'Italia, dobbiamo aggiungere anche che ha sofferto
della mancanza di un tessuto sociale economicamente forte e culturalmente
preparato per investire nel vino. Ma qualcosa sta cambiando, quasi in silenzio;
mentre possiamo dire senza timore di smentita che proprio nelle zone che hanno
subito una crescita qualitativa esponenziale negli anni ottanta (Chianti e
Langhe fra tutti), si sta assistendo ad una sorta di ristagno ideologico, che ha
portato all'utilizzo quasi maniacale di uve internazionali e barrique, ottenendo
il solo risultato di spersonalizzare i vini ed appiattirne il gusto, nell'Italia
meridionale stanno nascendo nuove ed inaspettate realtà vitivinicole, proprio
dai nostri vigneti: Nero d'Avola, Nerello Mascalese e Cappuccio, Gaglioppo,
Primitivo e, tutt'altro che ultimo, Aglianico.
Così spuntano all'orizzonte
personaggi come Bruno De Conciliis (Cilento)
che con l'IGT Naima (soprattutto dall'annata '97), aglianico in purezza di
grande potenza e solarità, dà una prima sterzata innovativa e, con lo Zero
'98 e ora '99 (il nome, crediamo, voglia
appunto simboleggiare il ripartire da capo, sperimentando l'Aglianico in tutte
le sue sfaccettature) addirittura fa un incredibile salto qualitativo, dopo due
sole vendemmie! Si tratta di un Aglianico che ha subito per circa il 40% delle
uve un periodo di appassimento, che gli ha donato una forza espressiva
avvolgente e inarrestabile; già dal colore rubino-violaceo impenetrabile e dai
movimenti lenti nel bicchiere, si avverte la grande materia prima; al naso ci
aggredisce dapprima con frutta secca, sottobosco, humus, essenza di pino,
profumi balsamici fino ad arrivare a toni salmastri, mediterranei; al gusto è
uno spettacolo, nel quale mostra tutta la sua stoffa, i tannini decisi (stiamo
parlando di un vino appena prelevato dalla botte) sembrano avere quasi
difficoltà ad aggredire le gengive, tanto è masticabile la polpa, avvolta in
14,5 gradi di alcol che gli danno uno slancio deciso ma elegante; capite bene
che se il percorso è appena iniziato e dà già simili risultati, non riusciamo
ad immaginare quali sorprese ci riserverà nei prossimi dieci anni. Certo fa
impressione pensare che ci siano voluti quasi vent'anni in Langa per consentire
al Nebbiolo di sprigionare le sue inimitabili qualità, dopo intense ricerche
selettive, investimenti, reimpianti, ristrutturazioni di cantine, studi sulle
tecniche e metodologie adottate all'estero e, a seicento chilometri di distanza
(e la distanza ovviamente non è solo in chilometri, ma è ben più profonda),
in un numero di anni che non servono tutte le dita di una mano per enumerare,
spuntino vini come lo Zero di De Conciliis.
Ma se questo fosse l'unico caso,
sarebbe un' enfasi ingiustificata; infatti così non è, ci sono molti altri
produttori che si stanno affacciando all'olimpo con vini da brivido: provate l'Aglianico
del Vulture Basilisco '99 dell'omonima azienda agricola, un vino che
nell'annata '98 è passato in sordina, ignorato da tutte le guide ma che, siamo
sicuri, al Vinitaly darà filo da torcere a molti concorrenti già blasonati e
famosi. Essendo anch'esso giovanissimo, appare chiuso al naso, meno travolgente,
ma il colore è più vivido, anche più impenetrabile; qui non c'è
appassimento, ma i 14,5 gradi alcolici sono assolutamente naturali e, una volta
assaggiato, manifesta tutta la sua grandezza; il frutto è pieno, solare, sembra
una spremuta di more e prugne, poi arrivano le spezie, la liquirizia (evidente
già all'olfatto), sensazioni inchiostrate e di catrame, il finale è
interminabile; un vino da custodire gelosamente per molti anni.
E le sorprese non finiscono qui:
sempre dal Cilento sta facendosi notare Luigi Maffini,
con due vini rossi, il Klèos '99 da uve
Aglianico e Piedirosso in parti eguali, nel quale emerge il frutto dolce e
maturo, affiancato da note speziate miste, ma soprattutto il Cenito
'99, 85% Aglianico e 15% Piedirosso: ha un colore intenso, fitto,
rubino scuro; anche in questo vino l'olfatto richiama chiare note salmastre, il
frutto è dolce, ricco, c'è la mora, la prugna e il ribes, si sente ancora la
presenza della barrique, ma non nasconde la materia prima, semmai la
ingentilisce; emergono piacevoli sentori speziati di liquirizia e tabacco,
caffé e cacao. In bocca è altrettanto impetuoso, potente, già armonico,
ritorna il frutto (qui predomina la prugna), la trama tannica è forte, ma già
parzialmente assorbita dalla morbidezza del vino. Insomma un altro esempio di
rara finezza ed eleganza che conferma le grandi possibilità di questo vitigno.
La carrellata continua, dalla
zona del Vulture l'azienda Cantine del Notaio
piazza sul mercato un magnifico prodotto: l'Aglianico
del Vulture La Firma '99, altro vino alla seconda uscita, forse il
più riconoscibile, il più varietale, ma non per questo meno avvincente.
L'olfatto ha ancora bisogno di tempo per esprimersi (ricordiamoci che stiamo
parlando di "bambini", di vini che hanno bisogno di fare il loro
decorso in bottiglia), il gusto si potrebbe definire più tradizionale, meno
travolgente, ma giocato sui toni delicati, fini; se c'è un limite in questo
vino è forse nello slancio, gli manca il balzo in avanti, non riesce a far
venire i brividi, ma questo perché rappresenta un altro modo di esprimersi
dell'Aglianico e del suo territorio, non è un vero limite ma piuttosto una
caratterizzazione, ben espressa dalla mano esperta dell'enologo Luigi Moio.
Infine vogliamo parlare di un
altro di quei vini che ci sembra valga la pena di custodire gelosamente in
cantina per apprezzarlo ai massimi livelli fra qualche anno: l'Aglianico
del Taburno Vigna Cataratte Riserva '97 di Fontanavecchia
(Orazio Rillo). Nonostante l'annata meno recente, il vino manifesta sin dal
colore ancora chiari segni di gioventù; il naso si esprime in sordina, si
tratta di una zona dove le uve maturano lentamente, fenomeno che si trasferisce
anche nel vino che avrà bisogno di un più lungo periodo di affinamento, dopo
una certa attesa cominciano ad affiorare note dolci e fruttate, spezie fini. Al
palato la situazione è completamente diversa: il vino si manifesta in tutta la
sua verve, con una polpa ricca e fruttata dove domina la ciliegia e la mora,
ispessita da trame speziate. Il finale è lungo, ancora fruttato ed estremamente
appagante.
In sintesi, ci sembra di poter
dire che si stanno aprendo nuovi orizzonti, il testimone sta passando a quei
vitigni che fino ad ora non avevano avuto ancora la possibilità di esprimersi e
fra questi c'è sicuramente l'Aglianico, ma non solo. In futuro parleremo anche
del Montepulciano, un altro vitigno che sta cambiando radicalmente fisionomia e
sta dando risultati sorprendenti in Abruzzo e Marche (in particolare nel Conero). A presto e seguiteci.
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