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La singolare "correttezza dell'informazione" di Panorama


Roma, 29/10/2005
 

Panorama Alleluia brava gente, ecco una bella notizia: a Panorama, il più importante news magazine italiano (così dicono) credono ancora che i bambini nascano sotto i cavoli. O che li portino le cicogne...
In un servizio su "Cibo. La truffa è servita. Tutti i bidoni nel piatto", pubblicato sul numero 44 del 3 novembre e dedicato alle insufficienti garanzie offerte al consumatore dai marchi Dop, Igp, Doc e Docg, in una didascalia ad una foto che ritrae una serie di grandi botti di rovere in una cantina (e perché non le barrique?) si legge la barzelletta dell'anno: "Per la grande richiesta di Chianti i vigneti toscani non bastano. E c'è chi riempie le botti di vino pugliese". Se vi state rotolando in terra sbellicandovi dalle risate, tenetevi forte, perché le "comiche" non sono finite: nell'articolo, firmato a quattro mani, da una redattrice e da un collaboratore del settimanale, a proposito di recenti episodi che hanno visto in Toscana i Nas dei Carabinieri e la Guardia di Finanza sequestrare in note cantine quantitativi di vini, provenienti da tutt'altre regioni, spacciati per Chianti, sequestri cui ha fatto seguito l'accusa "di aver tagliato il vino Docg con altro arrivato da Puglia e Calabria con decine di cisterne", si legge: "i vigneti toscani registrati a produzione Docg erano occupati da boschi e pascoli". Fantastico, amici miei, qui non si fa solo della cattiva informazione (o disinformazione), raccontando cose che vere non sono (si taglierebbe il Chianti Classico con vino pugliese solo perché "i vigneti toscani non bastano"), ma, con un esempio di virtuosistico giustificazionismo, si arriva a fornire una patente di buona fede e una giustificazione a chi, invece, infrange le leggi per furbizia e per fare più soldi.

Non è affatto vero, e basterebbe che nella redazione dell'importante news magazine verificassero le notizie e non prendessero per buone fanfaluche e leggende metropolitane, che "i vigneti toscani non bastano", magari perché talune superfici invece di accogliere Sangiovese, Malvasia nera, Canaiolo, oppure Merlot e Cabernet, sono destinate a boschi e pascoli. I quintali di uva assicurati dai vigneti sarebbero più che sufficienti a coprire il fabbisogno, tanto più che l'attuale produzione è in esubero (basta vedere le cantine piene e le scorte accumulate) rispetto alla richiesta, in calo, dei mercati. E se, per assurdo, fosse anche vero, il che non è, che l'uva proveniente dalle zone vitate comprese nel disciplinare di produzione, non bastasse, non vi sarebbe giustificazione alcuna per allungare il Sangiovese chiantigiano, come alcuni purtroppo hanno fatto e fanno, con quote di vini pugliesi e calabresi, o con un po' di quel Montepulciano abruzzese che spesso viene, surrettiziamente, impiegato nel silenzio e nel buio delle cantine.

Ma l'esempio di completezza e correttezza dell'informazione fornita da Panorama non finisce qui, perché nel servizio sui "bidoni nel piatto", trattando dei marchi di qualità i cui disciplinari "ovvero le norme che definiscono i criteri di produzione, hanno maglie talmente larghe da trasformare il marchio di qualità in una beffa", si finisce con il parlare della bresaola. Scrive Panorama: "Cos'hanno in comune le ballerine di samba e la bresaola della Valtellina? Il paese d'origine. Lo stesso consorzio per la tutela della bresaola della Valtellina igp ammette che la propria produzione (16 mila tonnellate l'anno) si basa su bovini che pascolano nelle praterie brasiliane. Macellano in Sud America, la carne viaggia in container refrigerati fino all'Italia, per raggiungere la provincia di Sondrio, dove viene soltanto salata ed essiccata. Tutto lecito, peccato che nessuna delle confezioni di bresaola igp in commercio informi sull'origine delle carni, anche se le aziende le promuovono come -una fetta di Valtellina sulla tavola- ".

Ottimo articolo, e bravo Panorama a "rivelare" che la bresaola della Valtellina di valtellinese abbia ben poco. Peccato, questa volta tocca a me rammaricarmi, che il più importante news magazine italiano abbia omesso, a sua volta, di fornire un'informazione sostanziale ai lettori, ovvero che questa "scoperta" dell'uso di carne di zebù per produrre bresaola, non sia farina del suo sacco. Oltre un mese prima di Panorama, era stata un'altra rivista, ahimé, non potente e mediatica come la testata mondadoriana, ma coraggiosa e dalla parte del consumatore come Buffet, che nel suo numero d'esordio, uscito il 22 settembre strillava in copertina "Zebù brasiliano per la bresaola". Uno strillo cui corrispondeva un ampio articolo di cinque pagine intitolato "Carne congelata di zebù per la bresaola della Valtellina", firmato, e ci tengo molto a rivendicarlo, dal sottoscritto.
Perbacco, lo so bene che nel mondo del giornalismo nulla si inventa e molte notizie sono abilmente riciclate, riproposte, rielaborate, ma, gentili colleghi di Panorama, non sarebbe il caso, oltre ad informarsi maggiormente quando parlate di vino, provare a citare doverosamente e correttamente le fonti e dare a Cesare quel che è di Cesare, e quantomeno a Buffet quel che è di Buffet, il merito delle rivelazioni sulle origini carioca della bresaola di Valtellina?

Franco Ziliani   
barolovero@virgilio.it    
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