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Dobbiamo essere assolutamente grati ad
Andrea Zanfi, curatore della ambiziosa collana "I grandi vini d'Italia" curata per la
Carlo Cambi
editore di Poggibonsi, per averci regalato, dopo quelli dedicati ai Super Tuscan, al Friuli e alla Sicilia, un nuovo volume,
Piemonte la
Signora del vino (364 pagg. 67 euro
info@carlocambieditore.it) dal consueto grande formato e con l'usuale corredo fotografico delle
splendide immagini di un fuoriclasse come Giò Martorana.
Formula collaudata: prezzo molto elevato e consueto tentativo di cogliere, attraverso una serie di ritratti, o meglio di autoritratti
di produttori (poiché sono loro a raccontarsi liberamente e non l'autore a fare da cronista), corredati dalle schede dei loro più
importanti vini, l'anima di una regione.
Dobbiamo dirgli grazie perché, nonostante alcune assenze inspiegabili e assurde in una crestomazia che avrebbe dovuto essere riassuntiva
e fedele come questa, tre nomi su tutti, due barolisti, Bartolo Mascarello e
Mauro (Giuseppe) Mascarello, nonché il grande vecchio del
Dolcetto di Dogliani, Quinto Chionetti (per tacere di altre signore aziende quali Comm. G.B. Burlotto, Castello di Verduno, Schiavenza,
Luciano Sandrone, Sella, Brezza, Elvio Cogno, Brovia, Pietro Ratti) che avrebbero avuto e hanno ben più titoli di merito rispetto ad altri, e preferisco non fare nomi per carità
di patria, che sono stati invece, incongruamente, selezionati, il libro è rivelatorio ed interessante.
E
attraverso alcuni testi, firmati dall'autore, dal presidente dell'Enoteca Regionale del Barolo, dall'enologo
Donato Lanati, nonché
da una serie di enologi e produttori chiamati a pronunciarsi sul significato dei vitigni autoctoni in Piemonte, questo itinerario in
parole ed immagini, svolto attraverso le testimonianze di una settantina di donne e uomini del vino della patria del Nebbiolo, della
Barbera, del Brachetto, dell'Erbaluce, del Cortese e del Moscato ci aiuta a capire dinnanzi a quale terra unica ci si trovi di fronte.
Un posto unico al mondo dove il rapporto con la terra è forte e speciale e dove essere vignaioli, specie in questa epoca moderna dove
il business e le pubbliche relazioni, ovvero il sapersi vendere e sapersi presentare
è diventata quasi parola d'ordine, va assumendo
significati diversi, a seconda dei protagonisti.
Il libro, attraverso quelle confessioni rese dai vari produttori interpellati, che Zanfi non ha rielaborato o cassato (anche quando
le banalità ed i luoghi comuni salivano alla ribalta: si può essere straordinari viticoltori o vinificatori, ma non necessariamente
dei grandi narratori o cronisti del proprio operare) ma che ha lasciato libere di fluire e di disporsi in registri varianti dall'ufficiale
al naif all'autocelebrativo, all'umile, al poetico, ci ricorda alcune evidenze.
Ad esempio che si può essere come Teobaldo Cappellano, vigneron in Serralunga d'Alba, che senza mezzi termini sostiene "ciò che non
mi piace di questo mondo è la superficialità di pensare che un voto, posto accanto alle mie etichette su una guida, possa determinare
il giudizio, più o meno positivo, sul mio lavoro nel quale ho messo la passione e anche forti sentimenti non descrivibili certamente
da un numero". E, candido, giunto alla soglia dei suoi sessant'anni, confessa che ha "deciso di smettere di prendere voti, anche
perché, quando incontro un amico, non voglio sentirmi chiedere quale votazione mi ha dato Robert Parker "ma cosa vuoi che me ne
freghi" gli rispondo, "sono ateo, vuoi che mi preoccupi del giudizio di un uomo?".
E c'è invece chi, come Elio Altare, che per tentare di far comprendere chi sia, racconta, nello spazio riservatogli nel libro, un
episodio particolare, una degustazione di vini delle vendemmie 1988 e 1990, fatta da "Mister Parker" alla presenza di una ventina
di produttori che vedevano il frutto del loro lavoro giudicato dal noto guru americano.
Altare descrive il "religioso silenzio" di quel momento, quando lui e gli altri "scrutando ogni movimento espressivo di quel
viso", quello di Mr. Wine Advocate, erano "in trepida attesa del responso", e lui cercava di darsi "un contegno, di non far
vedere, più di tanto, quanto tenessi a quel suo giudizio".
Minuti, quelli della degustazione di Parker, che gli "sembrarono un'eternità" e una tensione che si sciolse solo quando, terminata
la degustazione dei suoi vini, "Parker si alzò e mi abbracciò dicendomi "hai realizzato un vino che mi lascia senza parole, bravo!".
Modi diversi di concepire l'expertise ed il responso di un giornalista
specializzato seppur potente ed influente, la totale indifferenza di Cappellano,
e l'emozionata confessione di Altare, secondo cui i complimenti di Parker erano
"la conferma che tutto quello che avevo avviato più di vent'anni prima era
giusto. In quell'abbraccio c'era la ricompensa morale dei miei sacrifici e delle
mille difficoltà che avevo dovuto superare negli anni per proseguire sulla
strada che mi ero prefissato di percorrere"...
Il libro di Zanfi, e non smetterò mai di ringraziarlo, ci ricorda e ci insegna anche altro e qualcosa d'importante: la sostanziale
differenza, ideale, umana, filosofica, culturale, che non può che riflettersi nei loro vini, che esiste, e sarebbe pura miopia o
disonestà intellettuale, far finta di non vedere, tra i vari protagonisti della scena produttiva.
Un Sergio Barale, ad esempio, che afferma "Io so che il territorio ideale per il Nebbiolo è questo, che è irripetibile e che è
necessario stare con i piedi ben piantati su di esso, portandoci appresso i nostri valori, le nostre tradizioni e le nostre
memorie che per noi rappresentano non solo l'ancora di salvezza, ma il nostro riscatto dinnanzi alle enormi sfide dell'economia futura".
E che, ancora, sostiene, e come non dargli ragione?, che "il vino non si fa con le idee: con le idee si scrivono i libri, si
fanno i quadri. Il vino si fa con il territorio e quindi è necessario parlare molto più della sua ricchezza e della sua qualità
che degli individui. Basta con questa storia che il vino è legato ad una persona. E' falso. Questa è una storia che, come è
iniziata, sicuramente finirà, perché prima o poi si comprenderà che il vino deve ritornare nei suoi alveoli: è un prodotto da
bere insieme, in allegria, nella convivialità di una tavola imbandita e dentro quella bottiglia non ci sono e non ci sono mai
stati né i facili guadagni, né l'immagine stupida del "grande vignaiolo", ma quella più "socialista" di un vino che deve essere
bevuto da tutti, ricchi e poveri. Ma quale grande bottiglia, ma quale grande produttore, qui è necessario ritornare a parlare
solo del territorio ed è questo che dobbiamo fare noi produttori".
E poi, in una posizione diametralmente opposta, lontana anni luce dal buon senso e dall'orgoglio contadino di Barale, puoi trovare
il racconto di un noto moscatista, poi reinventatosi produttore di Barbaresco e di Barolo,
Giorgio Rivetti della Spinetta, che
dopo averci edotto sul concetto di onestà, pardon, di honestas, alla latina, egocentrico niente male e molto consapevole di sé,
sembra prendersela quasi con i suoi vigneti duri di comprendonio e restii ad accogliere le sue indicazioni, nel rammentare
sospiroso "non ti dico quanto tempo mi ci è voluto per far comprendere alle mie vigne cosa volessi da loro, prima che le piante
capissero quale era il mio fine e riuscissero ad entrare in sintonia con me e apprendere la filosofia con la quale ho costruito
questo mio terroir".
E ha costruito, soprattutto, i suoi vini, finalmente diventati, oggi, "come li volevo io", espressione di quelle terre e di quelle
vigne addestrate e prone al suo volere, nonché della "mia capacità di relazionarmi alle cose" e a "come io vedo il mondo".
E noi ingenui provinciali che non siamo altro, che continuiamo a pensare, proprio come sostiene Barale, che quella del "grande
vignaiolo" demiurgo e faso tuto mi, che un po' alla Giulio Cesare, parlando del proprio lavoro se ne esce con un "veni, vidi,
vici", sia proprio solo una solenne bischerata!
Franco Ziliani
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