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A volte
può accadere che, nella propria vita, nonostante si sia intrapreso un
percorso assai diverso, si senta il bisogno di dare spazio a quella
parte di noi che necessita di affermarsi attraverso la propria fantasia
e creatività. Pietro Barbera, trapanese laureatosi in ingegneria nel 1984
all'Università di Padova, dove ha abitato per ben otto anni insegnando ed
esercitando la sua professione di ingegnere, non ha mai dimenticato la sua
terra e, nonostante la lontananza fosse motivata anche da ragioni conflittuali,
nel 1992 decide di tornare a Trapani per ricominciare una nuova vita.
Accanto al suo lavoro abituale, trova finalmente le condizioni
ideali per accostarsi alla poesia, spinto anche dalla grande emozione
trasmessagli dalla nascita della figlia Clara. Dopo i primi successi che
lo vedono vincitore di numerosi premi, nel 2003 pubblica la sua prima
raccolta di poesie intitolata "Il tempo sospeso" (Ed. Thule). Ma
l'irrefrenabile spinta creativa di Pietro lo spinge oltre, ed ecco
affacciarsi l'idea di dare vita ad una nuova forma espressiva:
l'acquarello in sinergia con il testo poetico. Fino a questo punto, vi
domanderete, qual'è la motivazione che mi ha spinto a parlare di questo
artista apparentemente lontano dal mondo squisitamente enoico di cui si
occupa questa rivista? Ogni cosa a suo tempo.
Poteva essere possibile che Pietro
Barbera portasse un cognome che identifica un noto vitigno ed il vino
che se ne ricava, senza che questo producesse alcun effetto sulla sua
fervida vena artistica? Certamente no, tanto più che ha sempre
apprezzato il vino, e nella sua Sicilia se ne produce da secoli. Allora
perché non provare ad utilizzare quel prezioso nettare per dare vita ad
una nuova forma pittorica? Ed ecco che nasce il "vinarello", così
come lo ha battezzato simpaticamente per l'analogia con l'acquarello,
"per gustare il vino con gli occhi e con le nostre sensazioni
interiori". Come spiega l'artista, il vinarello si differenzia
dall'acquarello perché invece di essere ottenuto da polveri diluite
sfrutta la pigmentazione naturale del vino: tannini e antociani per i
vini rossi, flavoni per i bianchi; insomma i famosi polifenoli diventano
mezzo per fissare i colori sul cartoncino, un nuovo impiego
indubbiamente originale...e straordinario nei risultati che possiamo
ammirare nei suoi pregevoli dipinti. Ho sempre avuto un debole per
l'arte, soprattutto pittorica, ma debbo dire che l'accostamento con il
vino e i colori che lo richiamano aggiunge in me nuove ed esaltanti
emozioni. Una diversa prospettiva, che va in qualche modo a ridare dignità
ad un alimento che negli ultimi anni sta diventando sempre più fenomeno
di business, attrattiva che lo allontana dalla sua vera natura, da ciò
che da sempre lo lega all'uomo: la sua capacità di trasmetterci nel
calice l'energia della terra, le sue infinite variabili espressive, la
sua storia e cultura, la sua essenza.
Pietro
Barbera ama sperimentare, dare sfogo alla sua fantasia creativa, infatti
è giunto al vinarello dopo aver "testato" gli effetti pittorici di
numerosi frutti e ortaggi, in molti casi sorprendenti per le infinite e originali
sfumature di colore ottenute. Nelle sue opere la natura ritorna a
prendere il sopravvento sulla chimica. Certamente le variabili
cromatiche del vino possono apparire limitate, ma se pensiamo alle
infinite possibilità di scelta tra i freschi vini rosati, i riflessi
dorati e ambrati di un Passito di Pantelleria, il marcato granato di
certi Barolo, le tinte violacee di una Barbera, i colori ossidati di un
Porto invecchiato o di un Marsala stravecchio, senza dimenticare i vari
liquori, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Certamente la tecnica di
utilizzo non è semplice, ci vuole molta attenzione, ogni mano deve
asciugarsi completamente prima che si possa dare la successiva, non sono
consentiti errori né sbavature, pena la perdita del dipinto. Qualcuno
potrebbe pensare che in questo modo l'artista "spreca" molto vino che
sarebbe stato destinato ad allietare le tavole imbandite, ma si sbaglia
di grosso. Innanzitutto desidero precisare che ogni giorno, in ogni
parte del globo, si bruciano infinità di vini attraverso le degustazioni
professionali e non, cosa che mi ha sempre messo in seria crisi; è solo
la consapevolezza che il mio fegato non potrebbe reggere a lungo a
convincermi a sputare tutto quel ben di Dio. Ebbene, cari giornalisti,
sommelier, assaggiatori, Pietro Barbera, con un solo bicchiere di vino
riesce a produrre più di dieci opere! Ma poi siamo sinceri, potremmo mai
rimproverarlo di fronte a simili capolavori?

Come spesso accade, quando si
svolge una professione con metodo si modificano i propri comportamenti,
certi meccanismi, certe azioni ripetute diventano automatismi, a volte
involontari. Mi viene in mente il classico movimento ondulatorio che noi
degustatori imprimiamo al calice per cercare di rubare più profumi
possibili al vino che andremo a valutare; a chi non è mai capitato di
fare la stessa operazione, distrattamente, anche con un calice riempito
d'acqua? Ma a parte queste piccole ma divertenti "patologie", in realtà
certi gesti sono frutto di una nostra sensibilità che si acuisce con il
tempo, "affiniamo" i nostri sensi. Così, per Pietro Barbera, è ormai
perfettamente naturale scegliere un vino dal suo colore, anche se in
certi casi è finalizzato ad allietare il suo pasto quotidiano: "Il sapore è il primo approccio,
poiché amo un buon bicchiere di vino per accompagnare i pasti, tuttavia oltre che con le papille gustative
e con l'olfatto, mi ritrovo sempre più spesso a scegliere i vini con gli occhi. Il colore del vino mi fa immaginare le
sfumature ottenibili" (frase estratta dall'intervista pubblicata su VQ
di settembre 2006, nda). Questa visione è ovviamente legata e
finalizzata all'indirizzo artistico dell'autore; il colore è elemento
fondamentale per la creazione del dipinto, non per valutare la qualità
del vino, logicamente evidenziata dall'insieme degli elementi
visivo-olfattivo-gustativo. Invito i lettori a visitare il
sito di Pietro Barbera, che descrive il suo percorso professionale, le sue
poesie e molti altri dipinti, sia acquarelli che vinarelli.
Personalmente non posso che ringraziarlo di avermi dato l'opportunità di
parlarne e ammirare le sue opere, anche se per ora solo via internet. Ma
la mia natura curiosa e il grande amore che ho per la Sicilia (mio nonno
materno era di Palermo), sin da quando ero bambino, mi impongono, appena
ne avrò l'opportunità, di fare un viaggio a Trapani per poter ammirare
direttamente questi splendidi "vinarelli".
Roberto Giuliani
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