Scritti

Poliziano in Maremma
Roma, 09/02/2004

Federico Carletti è soprattutto un contadino, un agricoltore nel senso più vero del termine, ed è anche una persona di grande comunicativa e simpatia. La vigna e la cantina rappresentano il suo ambiente ideale. Dal 1980, quando iniziò la grande avventura vitivinicola del Poliziano, la splendida azienda di Montepulciano ereditata dal padre e attiva sin dal 1961, Federico è riuscito a produrre vini di livello assoluto, coadiuvato dall'amico ed enologo Carlo Ferrini. Pur avendo nelle sue vigne, vitigni internazionali come il cabernet sauvignon e il merlot, che confluiscono prevalentemente nell'uvaggio del "Le Stanze", splendido supertuscan ricco di fascino ed eleganza, la vera passione di Carletti rimane il sangiovese, meglio noto a Montepulciano come "prugnolo gentile", una varietà fra le più difficili, molto produttiva, bisognosa di particolare attenzione e soprattutto di terreni ideali, grazie ai quali può sviluppare le sue migliori caratteristiche, uniche e rappresentative di queste splendide zone. Ironia della sorte, il disciplinare della docg "Vino Nobile di Montepulciano", non consentiva l'utilizzo del sangiovese al 100%, bensì poneva un limite massimo dell'80%. Per questa ragione Carletti decise di produrre l'Elegia, un igt nel quale questo straordinario vitigno ha potuto avere la sua giusta rivincita, culminata con l'annata 1995, forse la migliore in assoluto. Nel 1996, il disciplinare fu rivisto e, finalmente fu alzata la percentuale minima (da 60 a 70%) senza porre limiti su quella massima. Questo permise a Federico Carletti di fare una scelta commercialmente difficile ma profondamente voluta: eliminare dalla produzione l'Elegia e far confluire il prugnolo nel Vino Nobile di Montepuciano Asinone, con l'obiettivo finale di renderlo il vino rappresentativo dell'azienda Poliziano. I vini del Poliziano sono dunque quattro: Rosso di Montepulciano, Le Stanze, Vino Nobile di Montepulciano e Vino Nobile di Montepulciano Asinone.
Ma un appassionato viticoltore e sperimentatore come Federico non poteva certo fermarsi ai successi ottenuti nell'area di Montepulciano. La Toscana si sa, è una terra spettacolare, ideale per la viticoltura, ricca ancora di zone delle quali poco o nulla si conosce in campo vinicolo e che potrebbero offrire nuove possibilità espressive. Una di queste è molto probabilmente l'area maremmana che si estende nella provincia di Grosseto, racchiusa tra i monti dell'Uccellina, il fiume Ombrone, il Monte Amiata  e il confine laziale. Un'area vasta, nella quale sono coinvolte numerose doc, fra cui Morellino di Scansano, Sovana, Pitigliano, Capalbio, Parrina e ancora più numerose igt, con il conseguente rischio di creare non poca confusione e una forte difficoltà nel dare una precisa identità e connotazione territoriale alle centinaia di tipologie di vini che qui vengono prodotte. In questo parziale disordine, nel quale le doc non hanno contribuito a dare certo maggiore chiarezza (sarebbe auspicabile prima una lunga fase di sperimentazione e analisi dei terreni, delle varietà ad essi congeniali e poi, a verifiche effettuate, la costituzione di un disciplinare effettivamente "tarato" per questa o quella realtà, ma su questo aspetto la Francia appare improvvisamente molto, molto lontana), Federico Carletti ha accettato il rischio di investire parte delle sue risorse in un'impresa sicuramente affascinante e promettente, acquistando nel 1998 circa 20 ettari di vigneto a pochi chilomentri da Magliano in Toscana, parte dei quali già coinvolti nella doc Morellino. Buona parte delle varietà presenti sono state espiantate e sostituite da cabernet sauvignon, sangiovese, alicante, petit verdot, mourvedre e tannat.
La nuova azienda, Lohsa, prende il nome dal vicino fiume Osa - per i più curiosi la presenza della lettera "h" vuole essere un delicato richiamo alle origini etrusche - e dispone di circa 20 ettari, 12 dei quali dedicati alla produzione del Morellino di Scansano, mentre i restanti 8 ettari sono necessari alla produzione del Mandrone di Lohsa, un IGT Maremma Toscana ottenuto da cabernet sauvignon all'80%, petit verdot e alicante per il restante 20%. Il terreno sembra davvero ideale per la produzione di un grande vino, galestro, macigno e scheletro minuto, un'altitudine che supera di poco i 100 metri, un'esposizione a sud e sud-ovest praticamente perfetta.
Il Mandrone, che prende il nome dal vicino poggio Mandrion del Drago, nasce con l'annata 2001, da viti allevate a cordone speronato con una densità di 5.000 ceppi/ha. Vinificato in vasche a temperatura termocontrollata, è maturato 14 mesi in barrique ed è stato imbottigliato a maggio 2003 nella cantina di Montepulciano.  Il vino presenta un colore rubino-violaceo molto concentrato e luminoso, praticamente impenetrabile; nell'osservare nel calice i numerosi archetti e lacrime grasse, se ne percepisce chiaramente la notevole ricchezza di estratto. Al naso mette in risalto profumi intensi e giovanili di frutti di bosco, in particolare visciola, mirtillo e mora, accompagnati da una piacevole nota di caffé e spezie in formazione. La lunga permanenza in barrique sembra essere stata in gran parte digerita. In bocca è fitto, nervoso, potente e dai tannini splendidi, perfettamente "rifilati" di ogni asperità. La buona vena acida ed il gusto elegante e già equilibrato, sono elementi caratterizzanti che evidenziano le potenzialità di questa zona, confermate da una persistenza lunga, corrispondente ed estremamente pulita. Un vino con ottime prospettive evolutive, in grado di crescere ancora per almeno altri 3-5 anni. L'annata successiva, purtroppo, riposa ancora nelle botti di Montepulciano, ma a detta del produttore, ha già le carte per superare il primo nato e, date le già ottime impressioni avute dalla degustazione della versione 2001, non facciamo fatica a credergli .
L'altro vino prodotto in casa Lohsa, il Morellino di Scansano, è ottenuto per il 90% da sangiovese e per il 10% da ciliegiolo. Ha un aspetto limpido, cristallino e di buona luminosità, un colore rubino pieno e abbastanza concentrato. I profumi sono intriganti e di buona intensità: da un'iniziale e delicata nota floreale di violetta, si passa a piacevoli sensazioni di frutta matura, ciliegia, amarena e mora, arricchite da sfumature di pepe e liquirizia dolce. L'impatto all'assaggio è morbido e di buona struttura, con tannini levigati e delicatamente astringenti, ottima freschezza ed un fondo sapido dai suggestivi riverberi minerali. Non male la persistenza che, pur non raggiungendo i livelli del Mandrone, è di tutto rispetto e molto corrispondente nelle sensazioni retrolfattive. In sintesi, la mia impressione è assolutamente positiva; attendo curioso e fiducioso le prossime annate di Mandrone, che Carletti ha promesso, vedranno una minor quantità di cabernet sauvignon ed una presenza più influente di petit verdot e alicante (e chissà, magari anche di mourvedre). Sono convinto che il vino ne guadagnerà in personalità e riuscirà ad insidiare la notorietà dei più "anziani" igt della zona.

Roberto Giuliani      
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