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Leggo su una nota rivista cartacea, il cui nome viene spesso confuso con
quello del nostro sito, un trafiletto che annuncia l'arrivo della nuova legge
sul vino, che andrà a sostituire quella ritenuta obsoleta del 1965. Si tratta di
una legge che tiene conto delle norme introdotte a livello europeo. Quello che
mi ha colpito è l'atteggiamento assolutamente positivo e acritico con cui la
rivista ha accolto regole che consentono lo zuccheraggio dei mosti.
Siccome lo fanno in Europa perché noi non possiamo farlo? In questo siamo
proprio italiani, non ci smentiamo mai. Non basta l'influenza americana sui
nostri gusti, sui nostri costumi, sulle nostre abitudini alimentari, e non vado
oltre per limitarmi al tema trattato, ora ci mettiamo anche l'Europa. Ma quando
impareremo a ragionare con la nostra testa? Cosa c'è di tanto bello e positivo
nel consentire di aggiungere zucchero ai mosti "fino a 10 kg per ettolitro"?
Quale valore aggiunto darà al nostro vino? E chi controllerà in ogni cantina
italiana se quei limiti saranno rispettati? Per fortuna la commissaria
all'agricoltura Mariann Fischer Boel, ha affermato al Vinitaly di
quest'anno, a proposito delle pratiche come lo zuccheraggio o l'aggiunta di
acqua, che contribuiscono ad aumentare artificialmente la produzione e quindi
gli squilibri di mercato, che il proprio Gabinetto sta lavorando per presentare
una proposta di riforma dell'Organizzazione comune di mercato che terrà conto
proprio della differenza legislativa che c'è fra l'Italia e altri Paesi europei.
Sarà, a mio avviso, fondamentale il nostro impegno a mantere forti le
motivazioni delle maggiori limitazioni imposte nel nostro Stato, ma se la paura
di essere in qualche modo penalizzati dal mercato prenderà il sopravvento,
avremo perso l'ennesima battaglia di valorizzazione dei nostri prodotti.
Leggo il nuovo disciplinare sulla Denominazione di origine "controllata e
garantita" Roero: fino all'attuale modifica il vino in questione era
composto da nebbiolo al 95%, arneis dal 2 al 5% e, per un massimo del 3%, da uve
a bacca rossa non aromatiche, raccomandate e/o autorizzate nella provincia di
Cuneo. Oggi la legge prevede l'eliminazione dell'arneis (vitigno a bacca bianca
tipico della zona) dalla tipologia rosso, ma consente "fino al 5%" il
contributo di uve a bacca rossa non aromatiche "idonee alla coltivazione
nella Regione Piemonte", senza più la limitazione provinciale. Tengo a
precisare che fra queste uve idonee, guarda caso, abbiamo il cabernet sauvignon
e franc e il merlot (che erano già previste fino al 3%), alle quali si aggiunge
la syrah (raccomandata nella provincia di Torino). Ancora una volta un
regolamento che "aiuta" i produttori in una direzione diametralmente opposta a
quella della tanto decantata "tipicità". Inutile dire, anche in questo caso, che
i controlli sul rispetto dei limiti non possono essere così puntuali e
abbracciare la totalità della produzione. Perché allora non la smettiamo di
parlare di difesa del territorio, di garanzia di tipicità, di disciplinari che
assicurano la qualità del prodotto, e non diciamo una volta per tutte quali sono
le nostre reali intenzioni? Ammettiamolo, il mercato è più importante, punto e
basta, tutto il resto sono pure disquisizioni filosofiche.
Leggo ancora di un "Progetto vini del territorio" lanciato al Vinitaly
dal noto gruppo Pam-Panorama, che prevede di immettere nelle proprie
catene di supermercati una serie di vini che rappresentano alcune tra le
migliori zone viticole italiane. La particolarità di questi vini sarà data dalla
fascia di prezzo che andrà dai 2,99 ai 3,99 euro a bottiglia e che vedrà la
firma in etichetta di nomi di prestigio come i Fratelli Giacosa (Piemonte), la
Cantina di Cormons (Friuli), alcune non precisate Cantine di Bolzano (Alto Adige),
Mottura
(Puglia). I vini esposti sugli scaffali porteranno nella retroetichetta il
marchio del distributore, a garanzia della qualità dei prodotti. Quanto ho letto
mi pone di fronte a un dubbio: se la fascia di prezzo riportata nell'articolo
del Sole 24 Ore di martedì 11 aprile comprende tutte le tipologie di vino che
verranno offerte al pubblico, come è possibile che fra questi ci saranno anche
dei Barolo e dei Barbaresco, magari provenienti dalla cantina dei Fratelli
Giacosa?
Mi giunge, successivamente alla pubblicazione di questo
articolo, una comunicazione chiarificatrice da parte di Maurizio Giacosa che "il
prezzo medio indicato nell'articolo da Lei citato si riferiva ai vini freschi di
annata per uso quotidiano (non riportato sull'articolo, nda). Conoscendo i
prezzi di fatturazione e calcolando il prezzo finito non so esattamente quanti
dei vini da noi forniti rientrino nella categoria 2,99 - 3,99 euro. Sicuramente
non il Barolo né il Barbaresco".
Roberto Giuliani
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