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Ho un amico
a Montefalco e, tempo fa parlando di vino, ho scoperto che se si parla con
un indigeno di Montefalco, magari anche vignaiolo come lui, ma non lettore
di guide enogastronomiche, Vi dirà che il Sagrantino è un vino dolce e
che il rosso secco loro lo fanno con il Sangiovese; infatti anche
se da qualche anno si celebra la bontà delle versioni secche di
questo vino, il Sagrantino è nato come vino dolce. Arrivato da
queste parti grazie a frati francescani provenienti dall'Asia Minore, il
Sagrantino un tempo veniva prodotto esclusivamente nella tipologia
Passito, ed ottenuto dall'appassimento delle uve su graticci di legno.
Questa tecnica di produzione era assai
congeniale alle uve di Sagrantino, capaci di appassire per mesi senza
marcire e con gli acini che conservano a lungo intatta la componente
zuccherina. Oggi, sia nella versione Secco che in quella Passito,
l'invecchiamento previsto è di almeno trenta mesi di cui, per il secco,
almeno dodici in botti di legno.
Questo dell'Azienda
Scacciadiavoli è uno di quei vini che metton voglia di raccontarli, uno
di quei vini che hanno qualcosa da dire, che sanno raccontare di se
stessi, forsanco delle proprie imperfezioni che, rendendoli unici
diventano caratteristica pregevole. Un'esperienza il berli, un piacere il
descriverli. Il passito di Scacciadiavoli è un vino che fa da specchio
alla luce, lucido e lucente malgrado l'enorme concentrazione. Rubino
inchiostrato, saldo nel bicchiere, allo scuotimento il bicchiere si colora
di viola al passaggio del liquido, il bicchiere tutto si fa lente bordeaux
di occhiale a specchio: pienamente consistente.
Amarena e mora di rovo in primo piano, contornata di tanta frutta secca
profumata... fichi secchi quasi in primo piano come mora ed amarena (ci si
chiede se non li mettano in botte insieme al vino), poi scorza di arancia
candita, noci, il tutto coperto da dolce zucchero vanigliato... atmosfera
quasi natalizia. Dopo l'ossigenazione si scoprono anche toni balsamici di
alloro e speziature dolci di noce moscata e chiodo di garofano. Intenso e
persistente, piena finezza.
In bocca ancora
grande intensità, quasi caldo, di morbidezza quasi piena. No, non è
sciroppo, buona acidità ed una trama tannica fitta ne fanno un vino
robusto ma per niente stucchevole, oseremmo dire paradossalmente
"asciutto". Il tannino è ben avvolto nella setosa morbidezza
anche se alla distanza si fa sentire con una tutto sommato gradevole
sensazione asprina. Il finale ricalca le sensazioni olfattive iniziali,
termina come era cominciato, come una poesia di Garcia Lorca... alle
cinque della sera, con gli amici, durante una serata invernale passata
dinanzi al camino. E' pronto a bersi ma potrà durare ed evolvere a lungo,
decenni. Da bere nei bicchieri di cristallo lavorato del servizio buono
della nonna, o da solo, o servito insieme a dolci tipici della zona, quali
lo stinchetto di marzapane, dessert saporito che la straordinaria amabilità
del vino completa, o altri dai nomi di straordinaria fantasia, come
l'Attorta, dolce attorcigliato a base di zucchero e mandorle; il
Brustengolo, polentina di granoturco con aggiunta di mele trite e altri
ingredienti; i Maccheroni con le noci, specialità diffusa anche nell'alto
Lazio (dolce si badi, e non primo piatto, la faceva anche mia nonna che
era di Monteromano (VT)), che si consuma nella ricorrenza del Natale. Non
sapete che roba sia tutta quella appena elencata? Una crostata con
confettura di ciliegie o more o frutti di bosco andrà benissimo.
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