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Roma, 04/11/2003
INTRODUZIONE:
E' la
regione sulla quale si scommette di più per il futuro,
anche a livello internazionale: è stata paragonata alla
California per le ottimali condizioni climatiche.
La Sicilia ha la
più
vasta superficie vitata d'Italia, ma non sempre la più alta
produzione (che più spesso spetta alla Puglia), ed il più basso
consumo pro-capite.
Il Marsala,
che è il vino internazionalmente più conosciuto di
questa regione, dopo anni di mediocri bevaggi "all'uovo",
si sta imponendo come grande vino liquoroso che nulla ha
da invidiare ai blasonati Porto, Xeres=Sherry, e Madera.
In un contesto simile a questo possono essere inseriti
due altri grandi vini da uve aromatiche: il Moscato di
Pantelleria (da uve Zibibbo=Moscato di Alessandria) e la
Malvasia delle Lipari, entrambi sia nelle versioni
naturali che passite.
Alle
aziende storiche (nel senso che già da anni sfornano
grandi vini) quali Salaparuta, Tasca d'Almerita , Florio,
S. Murana e Hauner si sono ormai aggiunte altre aziende
che già producono vini stratosferici quali Planeta,
Santa Anastasia, Palari ed a queste dobbiamo aggiungere
altre grandi aziende che hanno saputo evolversi cambiando
tecnologie di produzione o affiancando alla loro
produzione tradizionale vini di caratura internazionale
quali Pellegrino, Donnafugata, Spadafora, Firriato, De Bartoli, Rallo,
Martinez, COS e la Cantina Cooperativa
Valle dell'Acate. Altre 20 o 30 aziende si stanno aggiungendo
a quelle elencate e ci scusiamo fin d'ora
per non averle già inserite nell'elenco.
EDITORIALE: "SICILIA, PARTORIRE IL
VULCANO"
Storia, arte, cultura e territorio fanno di
quest'isola una regione senza uguali, una miniera di possibilità non
ancora espresse. E' l'isola più vasta del Mediterraneo, a prevalenza
collinare (61,4%) e montuosa (24,4%). Il clima è decisamente caldo e
arido lungo la fascia costiera e più temperato e umido sui rilievi. I
venti provenienti dall'Africa possono innalzare la temperatura per
alcuni giorni fino a 55 °C con gravi conseguenze sui vigneti. Ma se
si escludono queste condizioni estreme e circoscritte, la Sicilia
rimane senz'altro una delle regioni più adatte per la coltivazione
della vite, non a caso ha la più estesa superficie vitata d'Italia. E
qui appare la prima grande contraddizione: soltanto lo 0,5% del vino
prodotto (oltre 11 milioni di ettolitri in media) può fregiarsi della
Denominazione di Origine. Sappiamo molto bene che la D.O.C. non è,
purtroppo, sempre garanzia di qualità, ma è un primo necessario
passo per dare ordine e regolamentazioni al modo di fare vino. Ciò
testimonia come questa regione sia rimasta fortemente arretrata (come
del resto le altre regioni del Sud) nello sviluppo di nuove
metodologie, nella ricerca della qualità, nell'organizzazione e negli
investimenti. Oltre a tutte quelle problematiche sociali e politiche
che hanno da sempre traviato e condizionato un possibile sviluppo di
questa splendida isola, si può dire che sia mancato l'intervento di
un uomo chiave, una figura carismatica che, come è stato in Piemonte,
Lombardia, Veneto, Toscana, apportasse con il suo spirito
pionieristico, linfa vitale, energie, idee nuove ad una terra che ha
dentro di sé tanta materia di prim'ordine da mettere in seria
difficoltà i paesi vitivinicoli più all'avanguardia. Un'altra questione
che ha ulteriormente rallentato il progresso eno-culturale è stata la
radicata, ma anche giustificata, convinzione nel mondo contadino che
produrre tanta uva garantiva il massimo rendimento economico.
Giustificata dal fatto che la maggioranza del raccolto confluiva nelle
cantine sociali o presso industriali del vino, che pagavano subito, in
beni o in denaro, assicurando loro un sufficiente e sicuro
sostentamento. Impostare la vigna per ottenere qualità, significava
dover ridurre notevolmente le rese per pianta, acquistare macchinari
moderni e attrezzare cantine; disporre quindi di mezzi economici che
difficilmente potevano essere appannaggio di un qualsiasi lavoratore
dei campi.
In questa desolante
realtà qualcosa è progressivamente mutato, grazie alla presenza
determinante di due aziende profondamente diverse, ma accomunate da
eguale sforzo nella ricerca del prodotto di qualità. La prima, la Duca
di Salaparuta, di proprietà della Regione Sicilia (ma ora
messa in vendita), che pur sfornando 13 milioni di bottiglie l'anno,
ha fra i suoi prodotti, tutti qualitativamente ineccepibili, vini di
calibro internazionale come il Duca Enrico, da uve Nero d'Avola e
rappresenta un modello di tecnologia ed efficienza che ha pochi rivali
in Europa. L'altra azienda è la Tasca d'Almerita di Regaleali, di proporzioni meno colossali (2,5
milioni di bottiglie), ma che produce vino esclusivamente dai propri
vigneti situati intorno ad un antico feudo nell'entroterra del
palermitano. La lunga ricerca di queste due aziende si è inizialmente
diretta verso i vitigni autoctoni, soprattutto a bacca bianca,
condizionata anche dalle preferenze del mercato per i vini bianchi.
Questo ha consentito di far emergere le qualità dell'Inzolia,
sicuramente uno dei migliori vitigni bianchi della regione.
Successivamente la sperimentazione si è allargata anche alle uve
rosse; e qui è stato il Nero d'Avola a
dimostrare di avere grande personalità e carattere. Negli ultimi
anni, infine, Tasca d'Almerita ha sfornato prodotti di gran pregio da
uve internazionali quali lo Chardonnay
(prima versione 1989), potente e opulento e il Cabernet
Sauvignon (1988), dimostrando ancora una volta di cosa sia
capace questa terra se lavorata nel modo giusto.
Oltre al fondamentale
contributo innovativo di queste due cantine, vi sono altre piccole
realtà che hanno risollevato le sorti di vini che non avevano più
nulla da raccontare, pur avendo alle spalle un lungo passato di
tradizioni profondamente radicate in quest'isola. Stiamo parlando dei
vini da vendemmia tardiva e dei passiti, in particolare del Marsala,
del Moscato di Pantelleria e della Malvasia delle Lipari,
la cui storia affonda nei secoli. Tutti e tre e il Marsala più di
tutti, sono rimasti schiacciati per decenni da logiche industriali che
ne hanno profondamente deturpato l'immagine e le caratteristiche. E
dobbiamo ringraziare l'intervento di due piccoli produttori, Marco
de Bartoli per il Marsala ed il Moscato di Pantelleria e Carlo
Hauner per la Malvasia delle Lipari, se oggi questi
prodotti sono tornati a risplendere, dopo 20 anni di instancabile
lavoro, prima sul piano tecnico-qualitativo e poi su quello
commerciale. Infatti, come è avvenuto in Toscana, dove la maggior
parte dei produttori chiantigiani ha preferito fare vini "da
tavola" di qualità con nomi di fantasia (quelli che poi sono
stati battezzati dagli americani Supertuscans) piuttosto che
utilizzare la Denominazione Chianti, ormai declassata, così Marco de
Bartoli ha ideato il Vecchio Samperi, che non è altro che un
Marsala Stravecchio rinnovato, rifiutando la DOC Marsala, per
garantirsi un ingresso nel mercato vinicolo, privo di contaminazioni.
E questa scelta gli ha dato ragione.
Il lavoro intelligente
ed il conseguente successo di questi uomini, ha stimolato nuove
realtà produttive; nel giro di pochi anni sono nate nuove aziende con
obiettivi di qualità un pò in tutta la Sicilia, che stanno
dimostrando ancora una volta l'enorme potenzialità di questa regione.
Il vulcano si è appena svegliato, ma le sue scosse, il continuo
ribollire di lava incandescente, hanno attirato l'attenzione del
mercato mondiale e molti nomi illustri hanno messo l'occhio su
quest'isola, con l'intento di accaparrarsene una golosa fetta, fra cui
Zonin, Marzotto-Santa Margherita, il Gruppo Italiano Vini e
addirittura Robert Mondavi. Insomma siamo convinti che, in tempi forse
più brevi che in altre regioni italiane, la rivoluzione enologica
già in atto darà presto un volto nuovo al vino siciliano.
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