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La Sicilia vinicola di fronte agli occhi del mondo. La gattopardesca terra
di leoni, forte di un decennio di successi, ha presentato, per la prima volta,
i suoi prodotti en primeur a oltre 70 giornalisti specializzati, di cui
solo trenta italiani. Una proposta degustativa di grande ampiezza, organizzata,
il 13 marzo scorso, nel suggestivo castello Utveggio che domina dall'alto Palermo,
dall'Assovini Sicilia, associazione di gran parte dei produttori più
significativi dell'isola.
Presentare en primeur, usanza tipicamente francese, rappresenta di sicuro la
volontà di ribadire in maniera definitiva l'ingresso della regione tra
le grandi zone produttive mondiali, e la Sicilia grande lo è davvero,
almeno per estensione vitata, con 130mila ettari sparsi un po' ovunque sull'isola.
Ma non solo di quantità, ovviamente, si vuol parlare, e anzi, la scelta
dei vini che abbiamo degustato puntava decisamente a presentare il fior fiore
della produzione isolana, o almeno quello delle aziende partecipanti. Bisogna
infatti premettere che la manifestazione è stata promossa solo da privati,
dalla aziende di Assovini e da alcuni sponsor, e quindi non aveva il carattere
ecumenico di altre presentazioni.
Prima di passare alle impressioni sui vini, non possiamo tralasciare un plauso
alla grande cura con cui gli eventi di accompagnamento sono stati organizzati.
Sono ormai quasi parole d'ordine: "vino e territorio", "sapori
e cultura". Questa è la carta vincente del prodotto italiano, quel
di più che ci permetterà di contrastare la concorrenza del nuovo
mondo. Ebbene, due giorni e mezzo sono pochi, pochissimi, per avere un'idea
della ricchezza culturale della Sicilia, ma sono bastati per offrire ai presenti
un assaggio, anche gastronomico, della bellezza palermitana. I pescatori di
Mondello e le sue ville liberty, gli splendori di Monreale e delle architetture
arabo-normanne cittadine, e infine la scioccante bellezza dei palazzi di città
in cui si sono tenute le cene di gala. Tutto ha lasciato il segno, forse anche
di più dei, pur interessanti, vini assaggiati.
Ma veniamo all'alcolico liquido che ci ha spinto qui. È sempre
una sfida degustare en primeur, e lo è ancor di più se
si tratta della prima volta. I degustatori di Bordeaux sanno riconoscere nei
vini ancora immaturi i caratteri definitivi, sono anni che sperimentano queste
evoluzioni. Ben pochi, forse nessuno, può vantare una esperienza simile
per i vini siciliani, e non solo perché questa è la prima manifestazione
del genere, ma anche perché tanti di questi vini non esistevano qualche
anno fa. Non vorremo con questo mettere "le mani avanti", ma solo
evidenziare una difficoltà oggettiva, del resto prevista anche dall'organizzazione,
che ha avuto la bella idea di riproporre, durante le cene e i buffet, tutte le
bottiglie esistenti in versione finita, delle annate precedenti. Facendo la
tara sulle diverse annate e anche sulle variazioni di tipologia, è stato
così possibile aggiungere informazioni complementari all'assaggio in
anteprima.
L'annata 2003, come nel resto d'Italia, è stata estremamente calda,
ma possiamo dire che, vista l'abitudine alle alte temperature, questo ha rappresentato
un problema minore in Sicilia che nelle regioni del nord. Vendemmie anticipate
e raccolte notturne sono usuali da queste parti. Così si può parlare
di una annate buona, se non ottima, dato confermato da una commissione di esperti
dell'Assovini, che ha attribuito un punteggio di 4 stelle (su cinque) all'annata.
Più complesso, a nostro avviso, il giudizio sulle scelte effettuate
dalle aziende presenti per quanto riguarda la tipologia del vino. È vero
che la Sicilia si è affermata con prodotti di grande corpo e struttura,
sia bianchi che rossi, ma ci saremmo aspettati, se non una inversione di tendenza,
almeno una pausa di riflessione nella corsa verso la creazione di vini densi,
concentrati, fortemente segnati da contributi legnosi. D'altra parte è
più che evidente che un ripensamento di tal genere è in atto in
molte altre regioni vinicole, sia nazionali sia internazionali. In Sicilia invece
questo messaggio non sembra ancora essere arrivato, ed ecco così che
ci siamo trovati ad assaggiare vini in cui l'impronta terziaria andava dal preponderante
all'eccessivo. Sia bianchi che rossi, ma specialmente bianchi. Certo, si trattava
di campioni di botte, ma la situazione non era molto diversa per gli assaggi
delle annate precedenti. E si pensi che nessuno dei vini bianchi in anteprima
uscirà prima del prossimo novembre, molti nel prossimo anno e il Bianca
di Valguarnera del Duca di Salaparuta addirittura nel 2006.
Intendiamoci, noi siamo ben favorevoli ad una commercializzazione non anticipata
dei vini, apprezziamo l'affinamento in bottiglia prima dell'ingresso sul mercato,
ma se due anni vanno attesi per permettere al vino di riprendersi da una cura
choc a base di legno, beh, forse era meglio tostare meno ed uscire prima. Anche
perché poi, come dimostra proprio il Bianca di Valguarnera 2000, tre
anni di affinamento non riescono a rendere il vino più bevibile e anzi,
mortificano completamente l'apporto del frutto. Ecco così che alla fine,
forse per contrasto, i vini bianchi che abbiamo più apprezzato sono stati
l'Ansonica di Donnafugata, il Grillo di Baglio Hopps,
Il Grillo Parlante di Fondo Antico, Il Terre di Ginestra Catarratto
di Calatrasi (questi ultimi tre assaggiati non in anteprima). Bianchi
in cui l'apporto del legno era assente o comunque moderato. Menzione di merito
anche per il Viognier Piana del Ginolfo di Baglio di Pianetto,
vino delicato ma elegante.
Certo, sempre restando tra i bianchi, abbiamo anche apprezzato l'incredibile
potenza aromatica del Cometa 2003 di Planeta, in uscita il prossimo
anno, lo Chardonnay Jalè 2003 di Cusumano, segnato da sentori
nettissimi di ananas e da un frutto prepotente al gusto, lo Chardonnay Grand
Cru 2003 di Rapitalà, per l'elegante bocca, vanigliata, ma
con un bel rapporto frutto legno, e lunga, persistente, vivace.
I vini rossi ci hanno ispirato considerazioni simili, anche se meno drastiche.
Abbiamo infatti sofferto l'utilizzo di legni troppo ingombranti nei vitigni
più freschi, come il nero d'Avola e il nerello, ma anche potuto godere
di grandi freschezze, potenze e concentrazioni di frutto non stucchevoli. Come
per i bianchi però iniziamo dai vini più semplici, come il Cerasuolo
di Vittoria di Planeta, assaggiato nell'annata 2003 ma come prodotto
finito, che ci ha affascinato per varietalità dei profumi e facilità
di beva, come L'Etna Rosso Serra della Contessa 2000 di Benanti,
semplice ma vivo e fragrante, il Syrah Duca di Castelmonte 2003 di Pellegrino,
dal naso piccante di pepe nero e frutta rossa, acidulo e vivace.
Tra questi e i più corposi citiamo il Terre d'Ottavia 2002, un
pinot nero di Budonetto-Maurigi dai profumi minerali e di frutta con
ricordi di fragola. Toni molto dolci al naso, contrastati da una bocca un po'
corta, ancora da farsi.
Eccoci poi ai merlot, con in evidenza il Merlot di Fazio Wines
che ci ha donato un naso composto, di bacca e frutta rossa e, al gusto, una
frutta molto succosa, saporita e complessa. Buono anche il Merlot 2002
di Planeta, dal colore impenetrabile, e dal frutto carnoso che spicca
in un palato che si rivela progressivo e deciso, e muore in un finale dal tannino
assai dolce e di grande persistenza.
L' Incantari 2001 di Baglio Hopps è merlot 60% e cabernet
sauvignon per il resto, e lo ricordiamo per il bel naso caratterizzato da una
frutta rossa delicata, rotonda, di espressione lieve e convincente. Fragrante
e comunicativo anche in bocca, senza concentrazione eccessiva, sa mostrare bella
trama, succosità, ampiezza fruttata. La bocca ne esce fresca e pulita.
E sempre tra gli uvaggi, degni di nota ci sono apparsi i seguenti: il Terre
di Ginestra 2002 della Casa Vinicola Calatrasi (nero d'Avola, syrah)
dai profumi ampi e penetranti, con una pepatura che accompagna un buon contenuto
di frutta nera matura e sfumature di cioccolato, e che in bocca entra caldo
e concentrato, con un frutto spiccato e giustamente dolce. L' Hugonis 2002
di Rapitalà (cabernet sauvignon, nero d'Avola) dal bel contenuto
fruttato al naso, accompagnato da note minerali e di inchiostro e dalla bella
progressione e compattezza al gusto. Il Terre di Maria 2002 di Budonetto-Maurigi
(cabernet sauvignon, syrah, pinot nero) che al naso si mostra elegante, composto,
dal contenuto fruttato già aperto ed accompagnato da sfumature di inchiostro
e sottobosco. Anche al palato questo vino ha tensione ed impatto,con un frutto
espresso con nettezza. E infine il D'Istinto Magnifico 2002 della Casa
Vinicola Calatrasi (cabernet sauvignon, petit verdot, syrah), vino di impianto
olfattivo molto elegante, floreale ma anche dal bel contenuto di frutta rossa
e nera. Che si conferma su alti livelli in un palato dove ha medio corpo, un
frutto croccante ed un assetto di beva scorrevole e fresca.
Ma chiudiamo in nobiltà, con i Nero d'Avola. Come detto alcuni di questi
ci sono sembrati troppo marcati dal legno, ma belle impressioni le abbiamo comunque
avute, a partire dall'Harmonium 2002 di Firriato, dal colore violaceo,
il cui naso lasciava da subito prefigurare grandi estratti e concentrazione.
E infatti al palato ingranava una marcia decisa e potente, piena di frutta nera
matura, inchiostro e un finale saporito e lunghissimo, interminabile, ampio
e dal tannino finissimo. Su regimi più semplici ma di grande piacevolezza
erano il Nero d'Avola 2002 di Grottarossa Vini, segnato da note
balsamiche e di incenso, con un naso ricco di frutta nera e sottobosco. Buono
in bocca, cremoso senza essere potente, di andamento tranquillo, pastoso e di
impostazione dolce. Lungo e piacevole il finale, vivacizzato da un tannino"piccante".
E il Duca di Castelmonte Nero d'Avola 2002 di Pellegrino, di impianto
fresco al naso, minerale, floreale, pervaso di frutta fresca, e, al palato,
marcato da intense sensazioni di erbe aromatiche e rabarbaro, che virano poi
su una buona frutta rossa. Vino piacevole e morbido, che non eccede in dolcezze,
di buona bevibilità.
Ed infine due classici, che citiamo con qualche riserva: il Duca Enrico
2002 del Duca di Salaparuta. Vino dal colore violaceo molto cupo,
che mostra un buon assetto aromatico floreale e con un bel fruttato fresco,
pulito, speziato e leggermente acre, con risonanze del rovere sullo sfondo.
Maggiormente dolce in bocca, cremoso e con un tannino molto fine e dolce. E
il Contea di Sclafani Rosso del Conte 2002 di Tasca d'Almerita,
in cui al nero d'Avola si aggiunge una piccola quantità di perricone.
Di colore inchiostro, mostra un quadro aromatico fatto di terra, sottobosco,
frutta nera dolce, cenni di cioccolato, spunti mentolati. La bocca, dominata
all'attacco in bocca da influenze del rovere, viene segnata presto da una carica
tannica piuttosto dura. Grande persistenza su toni liquiriziosi e sensazioni
legnose.
Questi sono i vini che più ci hanno colpito. Li aspettiamo al varco,
alla prova della commercializzazione, così come speriamo che anche di
molti degli altri si possa parlar meglio. Cosa sicuramente possibile, se tutta
la potenza che abbiamo percepito prenderà la strada dell'eleganza e dell'armonia.
Luca Bonci |