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Lo confesso, in questi anni in cui di vino si è parlato e scritto un po'
ovunque, il mio approccio con i libri è diventato più selettivo, vuoi per
problemi di tempo sempre più risicato, vuoi per una sorta di saturazione che a
volte richiede delle giuste pause per epurare la mente da immagini che si
accalcano, da turbinosi pensieri che finiscono con il dar vita a un traffico
impazzito e difficilmente governabile. Così, ogni tanto, ci vuole una pausa,
durante la quale spegnere l'interruttore, chiudere i contatti con il mondo
esterno alla ricerca di una tranquillità fondamentale per la propria
sopravvivenza. Per fare questo, a volte scelgo di ascoltare un disco (preferisco
continuare a chiamarlo così, anche se è di formato compatto e ormai è a tutti
noto con due sole stupide iniziali: cd), possibilmente musica morbida, senza
picchi, intimista, di quelle che fanno sollevare dolcemente e leggermente da
terra - il contatto con il pavimento in certi momenti non permette di sganciarsi
dalla coscienza e lasciare che siano solo le sensazioni a prendere il
sopravvento - come le delicate sfumature cromatiche al contrabbasso di Charlie
Haden...
Ed è al termine di una di queste giornate, in cui sembrava che nulla potesse
riaccendere il mio interesse per qualsiasi cosa, tanto meno per le "cose del
vino", che mi sono trovato davanti a questo ultimo lavoro di Paolo
Massobrio, mister Papillon, del quale, lo confesso, conoscevo meglio la sua
arte di oratore. Ebbene, "Il tempo del vino" è stato per me una
rivelazione. Rivelazione perché l'idea che mi ero fatto di lui era del tutto
diversa, forse determinata da alcuni aspetti un po' narcisistici e compiaciuti,
non a livello di Raspelli intendiamoci!, da uno stile e un modo di parlar di
vino che fino ad oggi non ero riuscito a condividere se non in parte. Oggi,
leggendo questo bel libro, scorrevole e per nulla banale, scopro un Massobrio
diverso, più "terreno", più "sobrio" se mi è consentito il facile gioco di
parole. E nei suoi racconti, nel descrivere la nascita della sua passione per il
mondo del vino, negli episodi di vita con gli importantissimi nonni Angiolina e
Paolo, posso finalmente entrare in contatto col suo mondo reale, quello che
davvero ha avuto importanza per lui e che, altrimenti, non avrei potuto
conoscere. E mi ritrovo perfettamente in certi suoi pensieri come "Anche gli
odori non si colgono più. Ma un uomo è fatto anche di questo. Si gira per il
mondo, si prende l'auto e si va alla Malpensa; dopo qualche ora ci si ritrova in
un altro Paese, e poi si torna. Ma mai che si colga un odore, come quando si
passeggiava nella nebbia di Milano e in mezzo alla campagna, a piedi."; sarà
per questo che non ho mai amato prendere l'aereo ma preferito il viaggio
itinerante?
E
mi stupisco nel ritrovare episodi che richiamano parte della mia stessa
storia: "Che estati, che serate trascorse lungo il Tanaro e alla stazione di
Felizzano a guardare i treni che passavano e che arrivavano da chissà dove col
loro tuu-tuu allarmante."; già, ricordo perfettamente, non avevo neanche 10
anni, mio nonno Carlo mi portava spesso alle spalle di viale Somalia, a Roma, a
pochi metri dai binari a osservare i treni che passavano e l'emozione che
provavo nel sentire la terra tremare sotto i miei piedi, il vento che mi
scompigliava i capelli ululando, il ritmo preciso delle ruote scandito dalle
giunture fra i binari e l'odore di metallo, il suono dei cavi elettrici. Cose
che ho ritrovato nella memoria grazie a questo splendido libro di Paolo
Massobrio.
E
come non condividere queste sue parole: "Ho appena quarantacinque anni
ma mi rendo conto di aver fatto in tempo a vedere, con la coda dell'occhio,
l'evolversi di una civiltà, che era senza le bottiglie griffate di oggi, dove il
vino era vino, buono o meno buono, ma era amato come un figlio, raramente
offerto, sempre però bevuto fino all'ultima damigiana. Tutto questo oggi sembra
distante, nell'era di una certa industrializzazione che ha deciso di fare a meno
di quei contadini imprenditori come mio nonno (sante parole, ndr), come il
Carlo, il Battista, che tenevano in piedi un sistema e con esso anche un
ambiente, un'economia...e una civiltà.". L'industriale del vino che prende
il posto del vignaiolo, il cult-wine che sostituisce il vino da bere e godere in
compagnia. E ancora: "C'era l'assaggio, mica nei bicchieri di cristallo che
oggi furoreggiano nei bar, ma neanche nei bicchieri di plastica delle sagre
stupide. Il bicchiere era quello del vino quotidiano, di vetro, che si impugnava
con tutta la mano, e l'apertura si appoggiava sulle labbra come un
bacio.".
Nella seconda parte de Il tempo del vino, Massobrio ci propone un viaggio
itinerante per le aziende note e meno note, che danno lustro al nostro Stivale.
Nessun voto ai vini ma una lettura sensoriale e personale di indubbio fascino, a
corredo della storia di ciascuna azienda. E ancora una volta mi stupisco nel
leggere un amore per i Barolo della tradizione, anzi per il nebbiolo "puro", in
botte grande, come quello di Arturo Pelizzatti Perego, o quello di Bartolo
Mascarello, entrambi purtroppo scomparsi. Leggo di un Siepi struccato, il
supertuscan di Castello di Fonterutoli, che si scopre il giorno dopo nel suo
monolitico sentore di legno. Conoscevo un Massobrio diverso, più
"convenzionale", meno critico verso le mode e il jet set del vino. Evidentemente
mi sbagliavo, o qualcosa nel tempo è cambiato, quarantacinque anni vorranno pure
dire qualcosa...
Insomma, un libro da non perdere, che entra nel vino attraverso la storia dei
personaggi che lo hanno fatto per generazioni, con amore e passione, senza mai
pensare né aver bisogno di termini come business, marketing, joint-venture,
winemaker, frutto di un mondo che purtroppo sta perdendo il senso delle cose,
dove il guadagno non è legato alla propria sopravvivenza ma è diventato
profitto, benessere, potere, purtroppo anche nel mondo del vino.
Il tempo del vino, diario di vigna e di passioni - di Paolo
Massobrio
Rizzoli Editore
Pag. 400
Euro 19,00
Roberto Giuliani
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