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Anche la Grappa potrebbe non essere più solo italiana

La paventata revisione del regolamento Ue 1576/89 potrebbe privare l'Italia della menzione esclusiva

Roma, 9/02/2005
 

Istituto Naziona GrappaE non ci lasciano mai tranquilli! Ci riprovano. Prima con i nomi delle tipologie di vino italiano famose, come Amarone, Brunello, Barolo, ora con la Grappa. Insomma, da una parte si cerca di salvaguardare i prodotti tipici nazionali, ottenendo Dop e Igp riconosciute a livello europeo, dall'altra ci sfilano da sotto, mentre ci distraiamo a fare i conti sulla crisi del vino, esclusive che in precedenza ci erano state riconosciute. Si perché è proprio il regolamento Ue 1576/89 a stabilire che "la denominazione "acquavite di vinaccia" o "marc" può essere sostituita dalla denominazione "grappa" unicamente per la bevanda spiritosa prodotta in Italia". Infatti l'acquavite ottenuta dalle vinacce può essere prodotta anche in altri Paesi, ma con altri nomi, come Pàlinka in Ungheria o Zivania a Cipro.

Cosa può significare per noi perdere l'esclusiva del nome? Significa regalare alle grandi multinazionali del settore, l'opportunità imperdibile di trarre profitto da un prodotto noto in tutto il mondo, con gravi conseguenze economiche e di occupazione per le aziende produttrici italiane.

Per questo motivo i distillatori si sono dati appuntamento a Perugia, in un importante convegno: "Grappa: un patrimonio italiano da difendere", organizzato in concomitanza con la prima edizione di "GrappItaly", in programma il 19 e 20 febbraio nella Rocca Paolina. Per dare un'idea di quanto sia importante questo settore, basti pensare che nel 2004 in Italia sono state vendute oltre 40 milioni di bottiglie di grappa, per opera di 136 distillerie e 1.500 aziende imbottigliatrici e distributrici. Il fatturato ha raggiunto nello stesso anno i 600 milioni di euro (12% ricavato dall'esportazione).

L'acquavite di vinaccia nasce in alcune regioni del nord Italia, dall'esigenza di "riscaldare" la vita difficile e faticosa di contadini, minatori e operai. La grappa ha assunto inevitabili soprannomi locali, come "branda" in Piemonte, "graspa" in Veneto e sgnape o sgagne in Friuli. Le sue origini povere non le hanno consentito per molto tempo di emergere tra le classi più abbienti, che preferivano il distillato di vino, considerato più nobile. Di fatto era considerata una specialità popolare, come la pizza e la pastasciutta. L'origine del metodo di distillazione rimane piuttosto incerta: se ne attribuisce la possibile paternità ai Burgundi che giunsero nel VI secolo d.C. in Friuli. In ogni caso agli italiani va il merito di aver affinato la tecnica di distillazione e tramandato di generazione in generazione la cultura di questo prodotto. Oggi, non solo non è più considerato un "prodotto povero", ma è spesso preferito ad altri distillati internazionali ed il suo prezzo è indubbiamente lievitato, soprattutto in base alle diverse classificazioni di grappa esistenti sul mercato:
- grappe giovani: hanno colore neutro e sono caratterizzate dai soli aromi derivati, attraverso la distillazione, dal vitigno e dalla fermentazione. Non subiscono affinamento in legno.
- grappe invecchiate: hanno colore tendenzialmente giallino e sono caratterizzate da toni speziati, acquisiti con l'affinamento di almeno un anno in fusti di rovere, frassino ecc.
- grappe aromatiche: derivano da uve particolarmente  aromatiche come il moscato e la malvasia.
- grappe aromatizzate: in esse vengono macerate piante officinali che gli trasferiscono l'aroma ( grappa alla ruta, alla genziana ecc. ).
- grappe da monovitigno: sono divenute forse le più famose negli ultimi anni, caratterizzate dall'uso di vinacce appartenenti a un unico vitigno (almeno per l'85%). In realtà la loro fama non è del tutto giustificata, poiché è solo l'uso dei vitigni aromatici a dargli un particolare risalto.
- grappe a denominazione geografica: ciascuna delle precedenti tipologie può appartenere anche a questa classificazione, purché rispetti il disciplinare della zona di produzione.

Roberto Giuliani   
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