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Continuiamo la nostra indagine,
e spostiamoci da Genova, dove abbiamo incontrato
Fiorenzo Sartore, enotecaro e blogger, a Milano.
Città ricca di locali che vendono vino, di storiche enoteche, drogherie ed
alimentari, ma soprattutto ricchissima di "aperitivifici" (l'aperitivo è lo sport più
praticato a Milano),
che si sono convertiti anche al vino e mostrano in bella vista la scritta "Wine Bar".
Elio D'Onofrio, molisano, proprietario di enoteca
(luogo che vende vino sostanzialmente da portare a casa ndr) a Milano, Vinart&, in Via Quarenghi 34.
Per chi non sapesse dove sia il posto, facciamo presente che trattasi di zona periferica,
ad occhio e croce in zona Nord-Ovest, immersa nel quartiere "Bonola", esattamente di
fronte ad un ormai vecchio, storico ed enorme Centro Commerciale, comprensivo di
supermercato con abbondanti 50 casse, ufficio postale, tabaccherie, bar
(probabilmente oggi Wine Bar), panetterie e negozi che vendono qualsiasi genere
di prodotto (Hi-Fi, vestiti, articoli per il giardinaggio), insomma, una classico
luogo dove migliaia di persone transitano e probabilmente soggiornano per intere
lunghe giornate, incontrano gente, fanno cose, dicono cose,
probabilmente fanno anche amicizia e magari trovano pure la donna/uomo
della loro vita.
Quando mi sono recato a visitare questo locale sono rimasto abbastanza
interdetto vedendo la locazione: in periferia, in mezzo ad enormi quartieri
popolari, di fronte, dulcis in fundo, ad uno dei tanti templi del
consumismo moderno, come diavolo si fa a pensare di aprire un'enoteca
che, per altro, ha in assortimento un grande numero di vini "bio" o "naturali"
o "veri" etc...?
Solo un pazzo idealista probabilmente, che magari ha anche una storia da raccontare.
Vedo, Elio, che hai in assortimento nella tua enoteca svariate etichette,
sia per numero di referenze, che per produttori, di vini che possiamo
definire "veri" o biologici etc...(poi magari definiremo meglio il nome che maggiormente ti aggrada).
Perché?
Perché mi piace il vino! Sono convinto che non sia solo un prodotto
alimentare qualsiasi o un articolo "premium", come dicono alcuni produttori loro
stessi "premium", probabilmente, ma molto di più.
Nella tua domanda forse c'è la risposta che tutti, da un po' di tempo,
stiamo cercando: quale vino? come definirlo? come riconoscerlo?
Ma forse la domanda che prima di tutto dobbiamo porci è: cos'è il vino?
Se dovessi cercare un altro prodotto naturale che più somiglia al vino
(e forse l'unico) mi viene da pensare al pane trasformato dalla farina: così
come il vino è "metamorfosato" dell'uva.
Sono i lieviti a fare il miracolo e l'uomo assiste e spesso "aiuta" la metamorfosi.
Che percezione c'è da parte dei tuoi clienti di questa scelta?
Mi considero un operatore marginale, molto marginale, del settore per due ragioni
fondamentali: la prima è che trattiamo volumi davvero irrisori e
la seconda è che la gestione dell'enoteca non è per me fonte principale
di reddito.
Questo status mi pone in una condizione privilegiata rispetto ad altri miei
colleghi più importanti, "costretti" a far convivere il sacro con il profano:
diciamo che riesco a vendere bene solo il vino che piace a me. E questa è per me
una situazione favorevole.
La percezione che hanno i miei pochi clienti è quindi, ad oggi, quasi del
tutto inesistente, tranne rare ma fondamentali eccezioni, e ciò è del
tutto normale vista l'assoluta mancanza di un vero, sincero e approfondito dibattito
sulla questione.
Hai dedicato a questi vini uno spazio particolare della tua enoteca,
contrassegnandoli con qualche etichetta particolare, o li tieni in mezzi
agli "altri vini", che comunque vedo che hai in buon numero?
Credo che stiamo vivendo un momento di transizione radicale nel
mondo del vino e non oso fare previsioni. Per quanto mi riguarda, dall'inizio di
quest'anno ho fatto una scelta precisa che produrrà i suoi effetti
nel prossimo futuro: poca cantina e soprattutto proporre solo i vini che
piacciono a me (per tutto il resto "on demand").
In fondo vale sempre il detto che ognuno si sceglie i propri clienti a
sua immagine e somiglianza.
Quindi non servono scaffali da riserva indiana, ma una forte
connotazione e caratterizzazione dell'offerta e delle proposte commerciali.
Scusami se entro nel merito delle tue politiche commerciali:
ma come diavolo fai a gestire "l'on demand"? Se io ti ordino 6 bottiglie
di un produttore che tu non hai mai tenuto, come fai ad accontentarmi se
non poi caricandoti il magazzino/cantina di altre bottiglie che
in fondo non ti interesserebbe avere?
Sempre più spesso e, aggiungo, per fortuna,
i clienti sono molto informati sul vino che cercano avendo anche un'idea
precisa del prezzo; è possibile e preferibile, secondo me,
trattare con il cliente un trattamento conveniente sul prezzo e
una consegna differita delle bottiglie. Tutto ciò in considerazione
del fatto che i clienti migliori, non in senso qualitativo chiaramente,
sono il 20 % del totale e sono molto disponibili (in forza di un rapporto fiduciario)
ad accettare nuove proposte piuttosto che pretendere quella e nessun'altra etichetta;
per il resto la tendenza dei fornitori/distributori/rappresentanti è quella
di abbassare l'ordine minimo e comunque non si può avere tutto.
La cosa più difficile da dire al cliente è "NO".
Riassumendo: a tendere venderai solo e soltanto i vini che piacciono a te,
e questi sono quelli che potremmo definire genericamente bio. Stando
alle parole del tuo, comunque, collega Sartore, dovresti finire a breve
direttamente dal curatore fallimentare. Se questo non succede è perché,
come hai detto poco sopra, questa tua attività non è la tua fonte
di reddito principale. Quindi, ha ragione Sartore. Nessuno potrebbe aprire
un'enoteca con i vini che piacciono a lui, specie se bio, vivendo solo di questo.
Sei d'accordo?
Assolutamente si. Quante enoteche sono state aperte negli ultimi 2/3 anni
a tua conoscenza? E quante, invece, vorrebbero vendere l'attività o peggio sono
saltate?
Il sistema del commercio al dettaglio in senso tradizionale e
di quartiere non funziona più, è anacronistico.
La vendita off-line non è più sufficiente a reggere i costi e la
vendita on-line da sola non funziona senza fisicità e relazioni umane;
occorre trovare una soluzione che non escluda l'altra.
Come fai a vendere i vini "bio"? Cosa racconti di questi vini rispetto al
resto delle etichette?
Massima naturalezza, minimo ricarico. Consapevole di non essere in fondo
un vero "professionista del vino" mi trovo molto più a mio agio
nell'affrontare la scelta dell'etichetta su basi umane e quindi emozionali
piuttosto che organolettiche o di abbinamento.
Sottolineo spesso che ogni bottiglia è un po' una chiacchierata
con il produttore e che serve principalmente a stabilire relazioni umane,
sia in senso orizzontale che verticale!
Fammi capire cosa intendi esattamente con il "minimo ricarico":
argomento diciamo delicato, per non dire spinoso.
La questione, come dici bene, spinosa del ricarico si è ridotta ormai
al "segreto di pulcinella": tutti sanno, ma ognuno fa finta di non sapere, cercando
di scaricare su altri le colpe della situazione.
Il mio discorso personale parte dalla considerazione che accennavo sopra: l'enoteca
da punto vendita al dettaglio sul territorio si sta modificando in "agenzia di
distribuzione specializzata" aspirando così a diventare
l'anello strategico distributivo-commerciale della troppo lunga filiera.
Qui però il discorso diventa generale e parte dai vignaioli fino al
cliente finale.
Ognuno deve fare la propria parte fino in fondo con un bagno di umiltà,
assumendosi le proprie responsabilità.
Io cerco di interpretare modestamente la mia funzione operando un ricarico
del 10% approssimato all'euro superiore; mi piacerebbe che anche il sistema
distributivo e di rappresentanza prendesse atto concretamente della situazione
riqualificando completamente la sua funzione.
Della ristorazione non parlo: ognuno è responsabile del proprio destino.
Molto potrebbero, però, fare i produttori/vignaioli "blasonati" che con un fenomenale
colpo di scena (siamo ancora in tempo) potrebbero dichiarare coralmente un
taglio del listino di almeno il 30%, con un ritorno d'immagine e quindi
promozionale, tale da compensare le differenze e rientrare con
forza in un mercato ormai troppo caro.
Ognuno di noi sa cosa può fare in prima persona, ma poi finisce
tutto nel cassetto delle buone intenzioni e nonostante stiamo facendo di
tutto per affossare completamente il settore, il vino sopravviverà comunque.
Vorrei qui sottolineare, però, che troppo spesso, così come stiamo
facendo qui, si finisce sempre con il confinare i problemi del settore del vino
a questioni meramente commerciali e materiali trascurando (chissà perché)
la parte più nobile del discorso che è poi quella che ha
avvicinato tutti noi a questo mirabile prodotto della natura; le emozioni,
i valori, l'onestà, la fratellanza.
Ti sei mai posto, anche tu, come ho chiesto al tuo collega Fiorenzo Sartore,
il problema del concetto di "vino vero", soprattutto alla luce del fatto
che questo poi potrebbe far generare nel consumatore la legittima domanda "Ma
allora tutti gli altri sono falsi?"
Vini veri o vini biodinamici più che concetti sono solo etichette,
come ce ne sono altre, che non rappresentano la realtà.
Una definizione appropriata che non crei contrapposizioni e rispetti il
concetto olistico vino = vignaiolo, non è stata ancora trovata e forse non c'è; c'è il vino
e c'è il vino di Alessandro, il vino di Camillo e quello di Josko e via dicendo.
Per ciò che riguarda poi la contrapposizione vini veri-vini falsi,
non c'è alcun problema, poiché, pur vivendo nell'illusione,
la maggior parte dei clienti amatori sono sufficientemente maturi da riconoscere
una ragazza truccata da una ragazza acqua e sapone.
Alessandro Franceschini
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