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Non capita spesso di partecipare a serate di questo tipo. Serate in cui è
possibile ripercorrere attraverso un bicchiere la storia di un vino, di un
vitigno, di un uomo, di un'azienda e di un terroir. Protagonisti: il Fiano
di Avellino, vino-vitigno dalle potenzialità straordinarie, ancora
inesplorate, nonostante la fama riconosciuta; il Prof. Antonio Troisi ed il
figlio Raffaele, il primo scomparso nel '98, figura carismatica impegnata
anima e corpo nella realizzazione di questo progetto estetico e filosofico
prima ancora che enologico, ed il secondo chiamato a raccoglierne una non
facile eredità; l'azienda Vadiaperti, una realtà storica tra le pochissime,
in Irpinia, a poter vantare di aver cominciato ad imbottigliare ed
etichettare in proprio già nel 1984; le colline di Montefredane, un'area
ormai unanimamente riconosciuta tra le più vocate alla coltivazione del
vitigno irpino.
Attualmente Raffaele Trosi dispone di vigneti di proprietà a fiano e coda di
volpe mentre si affida al conferimento di uve da parte di contadini
attentamente selezionati e fidelizzati per la produzione di greco e aglianico. Le etichette sono in fase di ristrutturazione, non solo grafica.
Secondo le indicazioni che mi ha potuto anticipare ci saranno un Fiano, un
Greco, un Coda di Volpe e un Aglianico base, più singoli cru i cui nomi
dovranno richiamare i toponimi dei luoghi d'origine.
La degustazione, organizzata, in maniera attenta e curata da Raffaele del
Franco, è stata condotta dal giornalista del "Mattino" di Napoli Luciano
Pignataro, esperto di vini campani e amico intimo del prof. Trosi. Presenti,
tra gli altri, Giovanni Ascione e Maurizio Paparello (Bibenda), Ugo
Baldassarre (TigullioVino), Carla Capalbo, Pasquale Carlo, Antonio Del
Franco (Ais Avellino), Paolo De Cristofaro (Gambero Rosso), Maristella Di
Martino, Annibale Discepolo, Giampaolo Gravina (Espresso) , Maurizio
Paolillo (Porthos), Fabio Pracchia (Euposia).
Contrariamente alla canonica verticale condotta seguendo un ordine
necessariamente decrescente a partire dall'annata più giovane è stato
preferito seguire un ordine casuale. Due batterie senza un criterio
cronologico. Scelta voluta dallo stesso Raffaele Troisi per sdrammatizzare
un evento nato quasi per gioco durante le serate trascorse con gli amici a
stappare, per curiosità, alcune di quelle bottiglie custodite in cantina e
rimanendo, ogni volta sempre di più, sconvolti dalla loro capacità non solo
di tenuta ma dalla notevolissima qualità del loro eccezionale contenuto.
E' bene dirlo subito non ci sono molte aziende (a dire il vero forse solo
altre due o tre in tutta l'Irpinia) in grado di poter offrire una simile
opportunità. La famiglia Troisi, come sopra ricordato, già a metà degli anni
ottanta, imbottigliava ed etichettava in proprio. I vigneti esistevano
ancora da prima quando le uve venivano conferite a terzi. Vini che non erano
stati progettati per durare a lungo. Il vero segreto è stato, però, ciò
nonostante quello di credere in una certa idea di vino. Dopo questi assaggi
abbiamo tutti la convinzione e la conferma che il Fiano può invecchiare bene
nel tempo. Basta, innanzitutto, vinificarlo in una certa maniera
privilegiando acidità e freschezza. Si tratta, oggi come allora, di una
scelta particolarmente coraggiosa che porta ovviamente sul mercato dei vini
meno facili ed accessibili nell'immediato e che possono incontrare non poche
difficoltà nel farsi strada tra i consumatori ed in un ambiente, quello della
ristorazione, che vuole, anzi pretende, vini d'annata pronti e piacevoli da
consumarsi da subito. Solo dopo aver ottenuto un prodotto con queste
determinate caratteristiche si può procedere, poi, a mettere da parte
qualche bottiglia ed avere la pazienza di aspettare.
Altra osservazione che mi preme sottolineare è la diversità, come deve o
almeno dovrebbe sempre essere, riscontrata tra le annate pur nella continuità
di uno stile rispettoso dell'identità varietale e territoriale dell'uva.
Filo conduttore, ripeto, la grande acidità, la ricerca estrema della
freschezza, unico salvacondotto in grado di garantire ed assicurare un
luminoso futuro.
La verticale
Fiano di Avellino 2003 (da maggio fino ad ottobre sole, siccità, temperature
sopra la media):
colore carico. Naso Maturo. Piuttosto chiuso, fin dalle fasi iniziali, si apre
lentamente su note calde, iodate e dolci di cioccolata bianca. Caso raro nei
bianchi, si fanno strada al naso, col passare dei minuti, ricordi di frutta
rossa anche in confettura.
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Fiano di Avellino 1990 (importanti escursioni termiche tra il giorno e la
notte, vendemmia di struttura ed equilibrio):
uno dei più apprezzati di questa prima batteria. Colore paglierino non
particolarmente carico, vivo, vibrante. Mela cotogna, poi crostata di
frutta, crema pasticcera, zafferano. Fine ed elegante. Fresco al palato
grazie all'acidità che lo sostiene.
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Fiano di Avellino 2005 (annata difficile, piovosa, quantità ridotta di uva
ma ottima qualità):
decisamente giovane nei riflessi verdolini. Si tratta di un campione di
vasca ancora viziato dagli aromi post fermentativi di frutta quasi esotica.
S.V.
Fiano di Avellino 2000 (l'estate ha visto un continuo alternarsi di sole e
pioggia):
minerale. Intrigante. Accenni di idrocarburi. Animale e speziato. Mi piace.
Mi ricorda i riesling della Mosella. Decido di tenermi il bicchiere e di non
svuotarlo per seguirne l'evoluzione.
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Fiano di Avellino 1992 (all'insegna della variabilità):
continua in scia con il campione precedente denotando un profilo decisamente
minerale. Carattere unico. Pungente. Scorbutico che non sembra abbia voglia
di mollare nulla nel bicchiere. Ci tornerò su questa bottiglia alla fine
della degustazione e quasi mi innamorerò di questo vino che secondo me
durerà ancora a lungo.
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Fiano di Avellino 1993 (settembre con rilevanti escursioni termiche tra il
giorno e la notte):
si ritorna sul registro del '90 almeno inizialmente. Lascia, poi, posto a
sentori gessosi che ricordano uno champagne invecchiato. Molto interessante
anche se non mi sembra trovare lo slancio e gli equilibri dei campioni
migliori. Rimane scomposto a lungo nel bicchiere prima di trovare nel finale
una maggiore serenità espressiva.
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Fiano di Avellino 1996 (vendemmia abbastanza pulita ed asciutta, una
grandinata a fine giugno ha ridotto la quantità):
non particolarmente ampio al naso. Chiuso ed introverso. Il primo e il più
lento a concedersi della seconda batteria. Un sentore di caramella d'orzo ed
un profilo più maturo ci riporta al 2003. Questo '96 porta l'etichetta del
cru Arechi prodotto fino a qualche anno fa.
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Fiano di Avellino 2004 (annata classica):
il fiano come la stragrande maggioranza dei consumatori, ma anche dei
degustatori, ha imparato a conoscerlo. Giovane, il più "facile". Primario:
frutta bianca e fiori gialli con un'aromaticità intensa ma che spesso può
diventare, quando comincia ad essere ripetitiva, banale e scontata. Non in
questo caso dove lascia intravedere sullo sfondo i primi accenni di
mineralità idrocarburica. Un bianco da aspettare. Se lo faremo, saprà
probabilmente regalarci tra dieci, quindici, vent'anni, le stesse emozioni
di alcuni dei campioni degustati in questa e nella precedente batteria.
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Fiano di Avellino 1988 (annata classica, piena e longeva): la prima
bottiglia presentava qualche problema ed il colore tradiva un'età notevole. Si è
dovuti ricorrere ad una seconda per mettere tutti d'accordo sulla straordinaria
qualità di questo vino. La più emozionante, sicuramente, dell'intera
degustazione. Fine, elegante. Il naso è ancora fresco così come reattivo al
palato. Standing ovation!
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Fiano di Avellino 1995 (settembre caldo e umido che ha causato qualche
problema di botrytis):
il naso mi è sembrato all'inizio piuttosto stanco (ho pensato ad un'annata
particolarmente matura) ma al palato di contro ha mostrato fin da subito un'acidità viperina, citrina. In bocca recupera, dunque, lo slancio grazie alla
notevolissima acidità. Nel frattempo il naso è divenuto più chiaro e
decifrabile riportandomi con la mente al '93. Stile gessoso, da champagne
fermo. Per chi ama il genere una vera e propria goduria.
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Fiano di Avellino 1994 (annata irregolare, una gelata all'inizio di aprile
ha ridotto drasticamente la quantità):
anche se mostra un profilo già piuttosto evoluto e, sicuramente, tra i vini
più interessanti della batteria. Qualcuno fa notare come in questo campione
più che negli altri si avverta quel sentore di farina di castagne che sembra
marcare inconfondibilmente il fiano che nasce tra le colline di
Montefredane. Ha ancora vita davanti a sé.
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Chiosa
Il risultato di questa splendida degustazione sottolinea, ancora una volta
di più, il potenziale di longevità del Fiano di Avellino sacrificato nella
veste d'annata cui tutti siamo, ormai, abituati per venire incontro alle
esigenze, sopra ricordate, di una ristorazione, troppo spesso, miope e
impaziente. A latere della degustazione sono state, tra l'altro, per la
cronaca, aperte due bottiglie di Greco una del 1995 ed un'altra del 1993. La
'95, in modo particolare, è stata un tuffo al cuore per la straordinaria
forza espressiva che è stata in grado di regalare a tutti i presenti. Chissà
che Raffaele non decida, presto, di regalarci altre indimenticabili
emozioni, stavolta con il suo Greco.
"Times are changing": finalmente e fortunatamente qualcosa si sta muovendo.
Fabio Cimmino
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