|
|
L'appuntamento
consueto con i vini naturali si è sdoppiato, quest'anno e per la prima volta, in
due diversi momenti di aggregazione e degustazione.
Ho deciso di anticipare alcune considerazioni di carattere generale alle note di
degustazione che saranno oggetto di un mio secondo articolo di prossima
pubblicazione.
La manifestazione dei ViniVeri che solo da pochi anni si svolge a Villa
Favorita, in quel di Montebello Vicentino, durante il periodo del Vinitaly,
già da quest'anno ha avuto una sorta di prologo, proprio a Verona, presso
Villa Mattarana, dove alcuni produttori hanno deciso di dar vita, a loro
volta, ad un nuovo appuntamento per tutti gli appassionati di queste
particolarissime realtà del vino. A dir il vero è stato il vecchio Gruppo
ViniVeri capitanati da Teobaldo Cappellano a trasferirsi, insieme alle
triple AAA di Luca Galgano (Velier Distribuzione), a Villa Mattarana mentre
Angiolino Maule è rimasto a Villa Favorita inaugurando VinNatur. Senza
dimenticarci di Critical Wine che si è tenuta in quegli stessi giorni presso
il centro sociale La Chimica, sempre a Verona Est, ed a cui pure ho preso
parte e di cui vi racconterò gli assaggi più interessanti. Chissà se questa
ulteriore scissione sia stata veramente inevitabile considerato che pur in
continua crescita il numero dei produttori di vini, cosiddetti naturali,
rimane comunque ristretto e separandosi rischia di ridurre e
danneggiare la visibilità di quel mondo del vino alternativo ben più
importante dal punto di vista dei contenuti che dei numeri. A sentire le
ragioni degli uni e degli altri non è facile prendere posizione.
Io mi sono
fatto, naturalmente, una mia personalissima idea. Sembrerebbe, rileggendo i
comunicati stampa, che Angelino Maule fosse contro il riferimento ad una
codificazione rigorosa ("regola") da applicare e rispettare ciecamente, una
sorta di requisiti minimi, per definire chi potesse prender parte o meno a
questo tipo di associazioni ed eventi mentre il Gruppo ViniVeri avrebbe
insistito in tale direzione. Ho semplificato, ovviamente, questioni che
meriterebberero ben altro approfondimento. In realtà, leggendo nel manifesto
di VinNatur, c'è un altro passaggio fondamentale e, forse, più
chiarificatore quando afferma che "il movimento si pone l'obiettivo di fare
cultura rifuggendo qualsiasi tentazione commerciale, cosa che va lasciata
alle attività individuali di ogni produttore all'interno della propria
Azienda. L'appartenenza al gruppo significa riconoscere in se stessi
caratteristiche coerenti con gli altri viticoltori del movimento e non
entrare in possesso di un marchio di fabbrica".
Se da un lato mi sento
anch'io di abbracciare le considearazioni di Maule e che la storia
quotidiana insegna come non sempre basti sottoscrivere una carta comune
perché ci sia garanzia che quanto in essa sancito venga, poi, effettivamente
rispettato ed applicato, dall'altro mi viene da pensare che ci sia un
riferimento più o meno esplicito alla questione delle triple AAA. Da un lato
c'è il richiamo ad una coscienza individuale che significa un
approccio, una filosofia ed uno stile di vita che nessun protocollo potrà
mai garantire, dall'altro non si può nascondere un'istintiva diffidenza per
progetti come quello "triple AAA". Se infatti non si discute sui produttori
che a questo progetto hanno aderito, che sono dei grandi (grandissimi, nel
caso, di alcuni francesi), è altresì vero che le storture commerciali molto
spesso possono diventare più aberranti ed insidiose di quanto si immagini.
Ad esempio alcuni produttori hanno ammesso a Villa Mattarana di non aver
potuto portare tutti i propri vini ma solo quelli in catalogo della Velier.
Qualcuno mi obietterà che non c'è nulla di strano anzi che si tratta di una
cosa scontata se si entra in un'ottica puramente commerciale. Appunto. Credo
che Angelino Maule e chi come lui non vogliono che vini naturali si riducano
ad un etichetta "puramente commerciale". A Villa Favorita, sempre per fare un
esempio, Delphine Veissiere di La Flute ha portato in degustazione tutte le
etichette del produttore alsaziano Binner, nonostante avesse in catalogo
solo tre delle sue referenze. Chi è stato ed ha potuto respirare lo spirito
di tutte e due le manifestazioni si sarà, comunque, sono sicuro, fatto una
propria idea.
Passando ai vini vorrei, infine, sottolineare alcune
perplessità squisitamente di carattere degustativo e generale. Vinificare in
bianco con lunghe macerazioni sulle bucce rischia di diventare per i vini
naturali il limite che ha rappresentato ed ancora rappresenta, spesso,
l'abuso delle barriques nel mondo dei vini "normali". Mi spiego. A chiunque
sia capitato di assaggiare un vino bianco appena imbottigliato, ottenuto
attraverso una vinificazione che preveda un prolungato contatto con le
bucce e con lieviti indigeni, si sarà presentato al naso un vino dal profilo
lievitoso (buccioso ed uvoso per dirla alla Maroni) con note di frutta
candita ed una certa astringenza tannica al palato. Tutt'altra cosa
riassaggiare quegli stessi vini a distanza di qualche anno (c'è, ad
esempio, chi esce direttamente a due se non addirittura tre anni dalla
vendemmia), quando smaltito tutto il corredo primario il vino si esprime al
meglio e compiutamente con tutta la sua complessità decisamente più
minerale. I produttori che aspettano o che possono permettersi di aspettare
non sono, però, molti. Inoltre i vitigni non mi sembrano tutti sopportare
allo stesso modo questo tipo di procedimento. Quindi ci ritroviamo,
assaggiando i vini più giovani, una serie di bianchi spesso molto uguali tra
loro con il rischio, anche in questo caso, di forte omologazione e di
perdità di quella identità varietale e territoriale che si vorrebbe
salvaguardare. I produttori mi hanno risposto che solo attraverso questo
tipo di vinificazione è possibile ridurre sensibilmente (se non addirittura
evitare) l'impiego di SO2 (solforosa) ma io continuo a ribadire che in
questo caso bisognerebbe necessariamente aspettare prima di immettere questi
vini sul mercato.
In ultimo una critica, rivolta agli italiani più che agli
stranieri, che è in realtà un invito alla moderazione evitando di cadere
nella trappola di voler seguire a priori certi procedimenti di
vinificazione o in taluni casi, più semplicemente, di voler stupire a
tutti i costi producendo vini talmente estremi che a modo loro sono poco
bevibili, tanto quanto quelli iperbarricati, iperestratti, concentrati e
manipolati considerati omologati ed industriali. Meditiamo gente,
meditiamo...
Fabio Cimmino
|