lavinium editoriali

 


Villa Mattarana e Villa Favorita: i "Vini Veri" di Cappellano ed i
"Vini Naturali" di Maule scelgono strade diverse

(Prima parte)



Roma, 14/04/2006
 

Villa Mattarana, sede di ViniVeriL'appuntamento consueto con i vini naturali si è sdoppiato, quest'anno e per la prima volta, in due diversi momenti di aggregazione e degustazione.
Ho deciso di anticipare alcune considerazioni di carattere generale alle note di degustazione che saranno oggetto di un mio secondo articolo di prossima pubblicazione.
La manifestazione dei ViniVeri che solo da pochi anni si svolge a Villa Favorita, in quel di Montebello Vicentino, durante il periodo del Vinitaly, già da quest'anno ha avuto una sorta di prologo, proprio a Verona, presso Villa Mattarana, dove alcuni produttori hanno deciso di dar vita, a loro volta, ad un nuovo appuntamento per tutti gli appassionati di queste particolarissime realtà del vino. A dir il vero è stato il vecchio Gruppo ViniVeri capitanati da Teobaldo Cappellano a trasferirsi, insieme alle triple AAA di Luca Galgano (Velier Distribuzione), a Villa Mattarana mentre Angiolino Maule è rimasto a Villa Favorita inaugurando VinNatur. Senza dimenticarci di Critical Wine che si è tenuta in quegli stessi giorni presso il centro sociale La Chimica, sempre a Verona Est, ed a cui pure ho preso parte e di cui vi racconterò gli assaggi più interessanti. Chissà se questa ulteriore scissione sia stata veramente inevitabile considerato che pur in continua crescita il numero dei produttori di vini, cosiddetti naturali, rimane comunque ristretto e separandosi rischia di ridurre e danneggiare la visibilità di quel mondo del vino alternativo ben più importante dal punto di vista dei contenuti che dei numeri. A sentire le ragioni degli uni e degli altri non è facile prendere posizione.

Io mi sono fatto, naturalmente, una mia personalissima idea. Sembrerebbe, rileggendo i comunicati stampa, che Angelino Maule fosse contro il riferimento ad una codificazione rigorosa ("regola") da applicare e rispettare ciecamente, una sorta di requisiti minimi, per definire chi potesse prender parte o meno a questo tipo di associazioni ed eventi mentre il Gruppo ViniVeri avrebbe insistito in tale direzione. Ho semplificato, ovviamente, questioni che meriterebberero ben altro approfondimento. In realtà, leggendo nel manifesto di VinNatur, c'è un altro passaggio fondamentale e, forse, più chiarificatore quando afferma che "il movimento si pone l'obiettivo di fare cultura rifuggendo qualsiasi tentazione commerciale, cosa che va lasciata alle attività individuali di ogni produttore all'interno della propria Azienda. L'appartenenza al gruppo significa riconoscere in se stessi caratteristiche coerenti con gli altri viticoltori del movimento e non entrare in possesso di un marchio di fabbrica".

Villa Favorita, sede di VinNaturSe da un lato mi sento anch'io di abbracciare le considearazioni di Maule e che la storia quotidiana insegna come non sempre basti sottoscrivere una carta comune perché ci sia garanzia che quanto in essa sancito venga, poi, effettivamente rispettato ed applicato, dall'altro mi viene da pensare che ci sia un riferimento più o meno esplicito alla questione delle triple AAA. Da un lato c'è il richiamo ad una coscienza individuale che significa un approccio, una filosofia ed uno stile di vita che nessun protocollo potrà mai garantire, dall'altro non si può nascondere un'istintiva diffidenza per progetti come quello "triple AAA". Se infatti non si discute sui produttori che a questo progetto hanno aderito, che sono dei grandi (grandissimi, nel caso, di alcuni francesi), è altresì vero che le storture commerciali molto spesso possono diventare più aberranti ed insidiose di quanto si immagini. Ad esempio alcuni produttori hanno ammesso a Villa Mattarana di non aver potuto portare tutti i propri vini ma solo quelli in catalogo della Velier. Qualcuno mi obietterà che non c'è nulla di strano anzi che si tratta di una cosa scontata se si entra in un'ottica puramente commerciale. Appunto. Credo che Angelino Maule e chi come lui non vogliono che vini naturali si riducano ad un etichetta "puramente commerciale".
A Villa Favorita, sempre per fare un esempio, Delphine Veissiere di La Flute ha portato in degustazione tutte le etichette del produttore alsaziano Binner, nonostante avesse in catalogo solo tre delle sue referenze. Chi è stato ed ha potuto respirare lo spirito di tutte e due le manifestazioni si sarà, comunque, sono sicuro, fatto una propria idea.

Passando ai vini vorrei, infine, sottolineare alcune perplessità squisitamente di carattere degustativo e generale. Vinificare in bianco con lunghe macerazioni sulle bucce rischia di diventare per i vini naturali il limite che ha rappresentato ed ancora rappresenta, spesso, l'abuso delle barriques nel mondo dei vini "normali". Mi spiego. A chiunque sia capitato di assaggiare un vino bianco appena imbottigliato, ottenuto attraverso una vinificazione che preveda un prolungato contatto con le bucce e con lieviti indigeni, si sarà presentato al naso un vino dal profilo lievitoso (buccioso ed uvoso per dirla alla Maroni) con note di frutta candita ed una certa astringenza tannica al palato.
Tutt'altra cosa riassaggiare quegli stessi vini a distanza di qualche anno (c'è, ad esempio, chi esce direttamente a due se non addirittura tre anni dalla vendemmia), quando smaltito tutto il corredo primario il vino si esprime al meglio e compiutamente con tutta la sua complessità decisamente più minerale. I produttori che aspettano o che possono permettersi di aspettare non sono, però, molti. Inoltre i vitigni non mi sembrano tutti sopportare allo stesso modo questo tipo di procedimento. Quindi ci ritroviamo, assaggiando i vini più giovani, una serie di bianchi spesso molto uguali tra loro con il rischio, anche in questo caso, di forte omologazione e di perdità di quella identità varietale e territoriale che si vorrebbe salvaguardare. I produttori mi hanno risposto che solo attraverso questo tipo di vinificazione è possibile ridurre sensibilmente (se non addirittura evitare) l'impiego di SO2 (solforosa) ma io continuo a ribadire che in questo caso bisognerebbe necessariamente aspettare prima di immettere questi vini sul mercato.

In ultimo una critica, rivolta agli italiani più che agli stranieri, che è in realtà un invito alla moderazione evitando di cadere nella trappola di voler seguire a priori certi procedimenti di vinificazione o in taluni casi, più semplicemente, di voler stupire a tutti i costi producendo vini talmente estremi che a modo loro sono poco bevibili, tanto quanto quelli iperbarricati, iperestratti, concentrati e manipolati considerati omologati ed industriali. Meditiamo gente, meditiamo...

Fabio Cimmino