|
Il vino costa troppo? C'è chi ritiene
scandaloso il lievitare dei prezzi in pochi anni, chi considera il vino un
optional, chi una moda, chi un'immancabile compagno a tavola. E c'è chi non
intende spendere più di 15 euro per una bottiglia di vino (dato emerso da
un'indagine del 2003 su un ampio numero di consumatori, svolta da Eurisko per conto del
Consorzio del Chianti Classico), valore che
esclude la quasi totalità di Barolo, Barbaresco, Brunello, Amarone, Taurasi, i
supertuscan, numerosi Chianti Classico, quasi tutti i vini di punta siciliani,
gran parte delle tipologie passite e vendemmia tardiva, numerosi Franciacorta,
gli Sfurzat della Valtellina e un'infinità di altri vini sparsi per lo Stivale.
Ha ragione il consumatore a considerare il costo dei vini esagerato? In gran
parte si, anche se la colpa dell'aumento indiscriminato dei prezzi non è da imputare tutta ai
produttori, bensì all'intera catena di distribuzione e vendita, sulla quale
spesso le aziende non hanno nessun controllo. Tutti i produttori che abbiano una
produzione di vini abbastanza elevata da poter coprire un ampio mercato interno
ed estero, si avvalgono di aziende distributrici, che non lavorano gratis, le
quali consegnano la merce ad enoteche, wine bar, ristoranti e grandi magazzini.
Ciascuno di questi applica un ricarico variabile che eleva notevolmente il
prezzo originario. Così un vino che esce dalla cantina a 10 euro più IVA,
quindi 12 euro (che è il prezzo medio di una buona Barbera d'Alba), si troverà
in enoteca a 15-18 euro e al ristorante a 20-25 euro (variabile che può
aumentare o diminuire da regione a regione). Ed ecco che il "cosumatore tipo" non acquisterà quel vino.
E stiamo parlando di una Barbera,
non di un Barolo. Dove va a finire allora il grande vino italiano? In gran parte
all'estero, Stati Uniti in primis, per la restante parte nei ristoranti di un
certo livello e nelle migliori enoteche, dove il consumatore emerso
dall'indagine Eurisko farà acquisti molto difficilmente. Il vino è
cultura, il vino è storia. Benissimo, ma come mai, ancora una volta, quando un
bene di consumo, si "eleva" culturalmente, non è più patrimonio
comune? Non prendiamoci in giro, sappiamo tutti qual'è il reddito medio di un
lavoratore dipendente, molti meno sanno qual'è il reddito delle nuove classi
lavoratrici, di questi giovani, spesso laureati, che entrano nel mondo del
lavoro dalla porta di servizio, con contratti a tempo determinato e senza
nessuna certezza sul loro futuro. Per questi giovani spendere 15 euro per una
bottiglia di vino (cioè per una buona Barbera) è davvero un lusso, peccato
perché sono loro a rappresentare i consumatori di domani.
Furbi e onesti,
un difficile equilibrio C'è chi decanta le sue doti
miracolose, chi denuncia le furberie e l'insufficienza di controlli, chi ne
parla perché è lo "status symbol" del nuovo millennio. E' evidente che, se si conosce poco o nulla di questo mondo, degli
investimenti a medio e lungo termine che devono fare molti produttori prima di
ottenere nelle proprie cantine un vino che risponda alle loro aspettative, dei
rischi a cui sono sottoposti i vigneti con l'avvicendarsi delle stagioni, dei
reali risultati ottenuti in anni di ricerche scientifiche sulle effettive
proprietà del vino e sui, seppur parziali, benefici che si possono ottenere bevendone
una quantità moderata, si corre il ragionevole rischio di parlarne a
sproposito, senza alcun rispetto di chi ha dedicato la propria vita e il proprio
impegno a questo lavoro. I furbi esistono, come da sempre esiste chi trae
profitto dall'ingenuità e ignoranza degli altri, ma questo non significa che
sia giusto fare di tutta l'erba un fascio. E' vero, ci sono cose che non
dovrebbero accadere, ma la tracciabilità totale sul percorso di un alimento,
quale che esso sia, è possibile ma corruttibile. Ci vorrebbe una quantità di
controlli costante su tutto il territorio che richiederebbe un dispendio enorme
di uomini, mezzi e denaro, insostenibile in una nazione che fatica sempre più a
contenere il proprio deficit. E poi, chi controlla i controllori? Nel non
lontano 1986 c'è stato il tristemente famoso scandalo dei vini al metanolo, ma
ci sono stati anche i prosciutti di San Daniele contraffatti e altamente
tossici, c'è stata la diffusione di pasta prodotta con grano proveniente da
zone radioattive, oli venduti come extravergini di oliva mescolati con oli
raffinati e non solo, peperoncini con coloranti cancerogeni, alimenti scaduti
con etichetta sostituita e via discorrendo. Abbiamo i Nas che svolgono un ruolo
egregio e, spesso, ci evitano brutte sorprese, ma non è possibile controllare e
impedire tutto, si può solo contenere. E' quindi inutile demonizzare questo o
quel prodotto, questa o quella categoria, generalizzare i giudizi mettendo tutti
sullo stesso piano. Il vino ha sofferto molto per gli scandali del passato, ma
è anche cresciuto, ha risalito faticosamente la china fino a raggiungere
livelli qualitativi mai così elevati e guadagnare l'interesse di un mercato
diffidente e instabile. Il vino italiano deve anche guardarsi da una concorrenza
spietata e, in qualche modo, dovrà comunque rivedere la propria politica: non
si può sottovalutare paesi come la Spagna, capace di produrre una grande
quantità di vino di qualità a prezzi assolutamente competitivi.
Scelte più ponderate, disciplinari più intelligenti I disciplinari vitivinicoli sono andati via via affinandosi,
pur non senza difficoltà e ripensamenti. Se da una parte è necessario
conoscere le esigenze e l'esperienza dei produttori, dall'altra non si può, per
ragioni puramente commerciali, cedere su troppi fronti, pena l'inutilità dei
regolamenti. Purtroppo l'Italia è ancora molto indietro nella conoscenza del
proprio territorio e dei propri vitigni. Siamo ancora nella fase di
sperimentazione, fase che la Francia ha ampiamente superato. La Francia dispone
di una conoscenza dettagliata delle proprie aree viticole e delle
possibilità espressive delle uve che vi si coltivano. L'Italia, al
contrario, non ha raggiunto ancora una sola zona effettivamente consolidata,
dimostrato dal fatto che persino le aree più tradizionali come quelle del
Barolo e del Brunello, hanno visto annettere negli ultimi venti anni un numero
enorme di vigneti e nascere un cospicuo numero di produttori di queste tipologie.
Ad esempio, la superficie vitata a Barolo è passata in soli 5 anni, da 1.253
ettari nel 1997 a 1.573 ettari nel 2003 (fonte Regione Piemonte -
Assessorato Ambiente, Agricoltura e Qualità). Segno evidente che la conoscenza
qualitativa di quei territori è ancora parziale. Tutto questo movimento, fra
l'altro, non è
certamente indipendente da esigenze commerciali. Laddove la richiesta è forte e
la quantità disponibile di prodotto insufficiente, si "allenta la
mano", consentendo l'ingresso di nuovi vigneti e "rivedendo" i
confini del disciplinare. In altre zone si modificano, ad esempio, le
"dosi" che compongono questo o quel vino. In altre ancora, nascono nuove denominazioni di origine, che già
prevedono nell'uvaggio dei vini una composizione a più ampio spettro (vedi la
recentissima Doc Erice in Sicilia, che per
le tipologie "bianco" e "rosso" prevede un 60% minimo di uve
autoctone e fino al 40% di "uve idonee alla coltivazione nella
regione", che significa poter utilizzare in quantità rilevante vitigni
quali chardonnay, sauvignon, sémillon, müller thurgau, cabernet franc,
cabernet sauvignon, petit verdot, sangiovese ecc.). Questo cosa significa? E'
molto semplice: in pochi anni sono stati rivisti molti disciplinari per favorire
l'utilizzo di uve cosiddette migliorative (i vari merlot, cabernet, chardonnay
per intenderci) in aree storiche, di ferrata tradizione (con l'intento di andare
incontro alle richieste del mercato attuale e senza nessuna lungimiranza sulle
conseguenze future di una simile scelta); in altri casi sono state create delle
"Doc ad hoc", che già prevedono esclusivamente o quasi l'uso di
vitigni internazionali, prevalentemente in quelle zone (vedi ad esempio l'area a
sud del Chianti e a ridosso della costa maremmana) dove non c'era una vera
tradizione vinicola. Il concetto è: ottenere risultati prima possibile. Ed è
ovvio che vitigni come il merlot e lo chardonnay, che si adattano con facilità
a qualsiasi ambiente, sono una mano santa per quei produttori che danno
priorità al successo economico, rassicurati dalle piogge di consensi e premi
che, con l'aiuto di un enologo di grido, riescono ad ottenere in pochi anni di
lavoro, grazie all'omogeneità di vedute delle più note guide italiane,
allineate al gusto esterofilo imperante. Ma queste scelte rischiano di
interrompere un percorso di approfondimento iniziato oltre venti anni fa, che
doveva portare ad acquisire la massima conoscenza "delle nostre realtà
territoriali". Lavoro che solo alcuni hanno realmente fatto,
impegnandosi anche nella selezione clonale di vitigni storici come il nebbiolo,
il sangiovese, il montepulciano. Certo non tutti i vitigni potranno dare i
frutti sperati, ma ad oggi non ne sappiamo abbastanza, c'è ancora tanto da fare
e da sperimentare, sarebbe davvero un peccato perdere una simile opportunità a
vantaggio di una momentanea certezza che poco ha da proporre di innovativo e
caratterizzante. L'Italia è un paese per sua natura ideale per la coltivazione
della vite; le numerose dominazioni che ha dovuto subire non le hanno portato
solo sofferenze e privazioni, ma anche cultura e un patrimonio ampelografico
superiore a qualsiasi altro paese, un valore inestimabile sul quale poter
lavorare alacremente e con convinzione. Per fortuna c'è chi lo ha capito.
Roberto Giuliani
|