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Ogni volta che partecipo ad
Alba Wines Exhibition, la
manifestazione organizzata dall'Unione Produttori Vini Albesi con il
supporto fondamentale dell'agenzia
Well Com, che da 12 anni presenta alla
stampa le nuove annate dei vini di Langhe e Roero a base nebbiolo, mi
rendo conto di quanto sia un evento utile sotto molteplici aspetti: per
l'opportunità di conoscere più a fondo le diverse realtà di questi
luoghi attraverso gli incontri con i produttori, le visite presso le
cantine, le cene nei ristoranti tipici, per il numero elevato di
aziende, quest'anno 183, che presentano i loro vini, offrendo una
straordinaria occasione di verificare in modo pressoché completo il
meglio della produzione di ciascuna annata, e perché no, per la
possibilità di confrontarsi e scambiare opinioni fra giornalisti. Ma il
segno più profondo, quello che ti rimane dentro e ti induce una
involontaria malinconia quando ne sei lontano, lo lascia quello
straordinario paesaggio di colline coperte da vigneti disposti
frequentemente ad anfiteatro, che nell'arco di un anno assumono attraverso il succedersi delle stagioni, colorazioni che vanno dal
verde, all'arancione, al rosso, al bianco, la bellezza di comuni come
Verduno, Serralunga, Castiglione Falletto, Barolo, e le genti che da
sempre vivono in questi luoghi ricchi di storia, di orgoglio, di
tradizioni.
Certamente non è tutto meraviglioso, anche qui ci sono
contraddizioni, cose che con gli anni sono cambiate e non sempre in
meglio, aree dove l'edilizia ha superato qualche limite, zone dove
c'erano boschi, o noccioleti, o ancora frutteti, ora interamente coperte
da vigne, perché l'economia tirava dalla parte del vino; c'è una
tecnologia che a volte ha invaso troppo le cantine, inducendo stili e
metodi aggressivi, orientati più ad ottenere facili successi che a
migliorare la qualità dei vini, dimenticandone la natura, le radici, le
diverse espressioni di ogni annata. Ma anche questo è un aspetto che, in
qualche modo, sta trovando una sua misura, dei confini, la gente fa
esperienza e impara, e qualcuno ci ripensa, si ravvede, o almeno cerca
una dimensione più rispettosa, soprattutto chi ha la fortuna di avere
dei ricordi, una storia su cui fare riferimento. Ecco allora che quei
colori stracarichi e concentrati, assai poco attribuibili al nebbiolo ma
che tanto hanno aiutato a "farlo piacere" a chi del nebbiolo non sa
nulla, quelle pratiche spinte, volte ad ottenere vini potenti, massicci,
monolitici, dolci, di anno in anno tendono a ridursi, a ridimensionarsi.
Ed anche le barriques, quei piccoli legni che sembravano mezzo
indispensabile per restare al passo con i tempi, oggi sono usate con più
cautela, con tostature più delicate, in alcuni casi sono state
sostituite da tonneaux, un po' meno invasivi, in altri si è preferito
puntare a botti di medio calibro, tra i 10 e i 30 ettolitri, quelle con
cui il nebbiolo sembra trovare la migliore espressione. La rivincita dei
tradizionalisti? No, questo no, perché non sempre tradizione è sinonimo
di qualità. Piuttosto il recupero della tradizione con il vantaggio di
avere maggiore esperienza e mezzi migliori. Ma alla fine è sempre la
natura che detta le regole, chi le rispetta farà sempre prodotti onesti,
veri, a volte grandi a volte meno, ma il vino è questo; il mercato, il
business, le mode non devono esserne mai padroni, pena la perdità
dell'identità e dell'unicità della combinazione
vitigno-territorio-uomo.
Alba Wines Exhibition 2007, ha quindi il pregio
di mettere in contatto chi produce vino con chi ne scrive, di favorire
un canale di comunicazione che permette da ambo le parti di
confrontarsi, discutere, dissentire o condividere filosofie, sensazioni,
modi di percepire il vino e tutto ciò che gli ruota intorno. L'evento
si è svolto da lunedì 7 a giovedì 10 maggio 2007 nel consueto Palazzo
Mostre e Congressi di Alba, ed ha visto la partecipazione di oltre 50 giornalisti nazionali e internazionali. La
novità principale di quest'anno consiste nell'uscita dal programma di
degustazioni alla cieca dei Nebbiolo d'Alba. Si è iniziato, infatti,
lunedì con 29 Roero 2004 e i primi 45 Barbaresco 2004
provenienti dai comuni di Treiso e Neive. Martedì si è proseguito con 4
Barbaresco di Alba, 17 di Barbaresco e 1 proveniente da comuni vari; poi è
stata la volta di 53 Barolo 2003 provenienti principalmente da
Castiglione Falletto (15), Verduno (7) e Serralunga d'Alba (27).
Mercoledì 9 interamente dedicato al re dei vini: 30 provenienti da
Barolo, 5 da comuni diversi e 42 da La Morra. Giovedì 10, infine,
si sono presentati sempre a bottiglia rigorosamente coperta i Barolo
2003 di Novello (4), Monforte d'Alba (31) e comuni vari (5); la
mattinata si è conclusa con gli assaggi di 32 Barolo Riserva 2001.
Una
volta tanto voglio iniziare con una nota di merito per i Roero 2004, una
delle maggiori sorprese di questa tornata di degustazioni: finalmente
una buona percentuale di questi vini si è spogliata di eccessi,
baroleggiamenti, colori stracarichi, legno, concentrazione, a tutto
vantaggio di una bevibilità e di una piacevolezza che negli ultimi anni
stentavano ad emergere. Certo, potrebbe essere un "effetto non
premeditato", dovuto alla paura di un'altra annata con brutte
sorprese come sono state le due precedenti; infatti con la 2004 le rese
sono prepotentemente aumentate e non tutti se la sono sentita di
lavorare in vigna per ridurle sensibilmente, ma io sono un ottimista,
questi Roero sono davvero buoni e vale la pena goderseli proprio perché
sono così.
Fra i 29 campioni assaggiati spiccano Malvirà con il
Superiore Mombeltramo (profumi di ciliegia, viola e rosa, ben
calibrato nella trama tannica e dal tessuto fruttato ampio, arricchito
di delicata speziatura) e il Superiore Trinità (dal colore
rubino delicato e senza esasperazioni, bouquet più speziato, lungo e
ben delineato al palato), mentre Ca' Rossa ci propone un Mompissano
dai toni balsamici e mentolati arricchiti da nuances fruttate, bocca
pulita, tannino misurato, ottima persistenza e un Audinaggio meno
travolgente ma giocato su belle note floreal-fruttate e un palato già
equilibrato e serbevole. Molto bene anche i Roero Superiore e base
dell'azienda Pace dei fratelli Negro, il primo stranamente più
misurato e fresco nonostante la maggiore potenza, il secondo
caratterizzato da toni di ciliegia matura, prugna e liquirizia,
quest'ultima molto marcata al palato. Ottimo il Vigna Costa dei
fratelli Massucco, dai riflessi corallini, naso fine e
affascinante, molto floreale e successivamente ammantato di frutto vivo
e pulito, perfettamente riproposto all'assaggio. Irriducibile l'azienda Negro
di Monteu Roero, che propone i due cru Sudisfà e Prachiosso
in uno stile ancora molto marcato dal legno, con note dolci e di frutta
matura, dei due è più equilibrato il Prachiosso. Gradevole e dotato di
un frutto fresco bilanciato da una buona speziatura il Roero di Stefanino
Morra. Se la cava molto bene anche Maurizio Ponchione con il Monfrini,
dal bellissimo colore rubino brillante, caratterizzato da una bella
speziatura e da una succosità di beva niente male. Riusciti anche il Superiore Castelletto di Malabaila e
il Roche Dra Bôssôrâ di Michele Taliano. In una fase
alquanto nebulosa è apparso invece il Roche d'Ampsej di Correggia,
che non mi sembra trovare quello slancio e quella dinamicità espressiva
che lo hanno reso famoso negli anni passati. Nel prossimo articolo le
mie impressioni sui Barbaresco 2004.
Roberto Giuliani |