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Il Chianti Rùfina
è una delle sette sottozone del Chianti ed è l'area più alta ma anche la
più piccola, con i suoi 12.483 ettari che coinvolgono parte dei Comuni di Dicomano, Londa, Pelago, Pontassieve e Rùfina,
tutti in provincia di Firenze. E' un territorio molto particolare che,
per composizione, esposizione, microclima e altitudine, si discosta
notevolmente dalle altre zone della Docg. Attualmente sono iscritti
all'Albo poco più di 750 ettari vitati, che nei prossimi anni arriveranno a
circa 1000, grazie ad un lavoro accurato di impianto e reimpianto effettuato negli ultimi anni. La conformazione del
territorio, composto principalmente da pietre calcaree, galestro e alberese,
l'esposizione prevalentemente a Sud e un'altitudine che in alcuni
casi supera abbondantemente i 500 metri slm. conferiscono ai vini,
almeno potenzialmente, eleganza, finezza e longevità. E' indubbio
che il lavoro di zonazione e i forti investimenti operati tra il 1999 e
il 2005, superiori a quelli di qualunque altra zona del Chianti, sono la
dimostrazione di una volontà precisa di miglioramento e di ottenere
parametri qualitativi elevati. D'altro canto la selezione di nuovi cloni
di sangiovese e l'espianto di vecchie vigne non viaggiano sempre a
favore di una politica di territorio. Le vecchie vigne sono poco
produttive, ma se vengono gestite da gente esperta possono offrire uve
di una qualità e una complessità espressiva, grazie proprio alla
maturità delle piante e al loro profondo radicamento nel terreno, che
non hanno pari. La scelta dei cloni (come dei lieviti selezionati e
delle pratiche standardizzate di cantina) può provocare il rischio di
omologazione o quantomeno la riduzione delle differenze che proprio la
zonazione dovrebbe rimarcare. Il nemico numero uno, che condiziona non
poco le politiche economiche e industriali, è dato dalla forte
concorrenza dei Paesi che riescono a proporre vini di buon livello con
costi di manodopera molto più bassi dei nostri. Il problema nel Chianti
Rùfina si sente parecchio, visto che l'esportazione rappresenta il
65-70% della produzione vinicola (America, Nord Europa, Cina, India
ecc.). E' quindi comprensibile che molti produttori siano orientati a
proporre vini di stampo più moderno assecondando le richieste del
mercato. Ma se questo può avere un senso in zone dove la viticoltura ha
origini recenti, lascia non poche perplessità in territori di antica
tradizione, dove i vitigni si sono ambientati da secoli e presentano le
condizioni ideali per fornire prodotti di elevata qualità e di
inimitabile carattere.
Queste mie personali perplessità nascono proprio
dal confronto che ho avuto modo di fare tra le vecchie annate degustate
il 16 novembre e le anteprime del giorno successivo di cui vi ha già parlato
dettagliatamente Alessandro Franceschini nel suo articolo dal
titolo emblematico Anteprima Chianti Rùfina 2007: alla ricerca della differenza. Perplessità
che, ovviamente, non possono trovare risposte definitive in tempi
immediati, ma che richiedono giustamente una serie di verifiche nel tempo.
Sta di fatto però che oggi in cantina si lavora un po' troppo, si fa il
vino sfruttando tecniche che lasciano un segno molto marcato, al punto
da riuscire a nascondere spesso anche le differenze tra le diverse annate,
senza però riuscire ad evitare di sottrarre proprio quegli elementi che
caratterizzano in modo fondamentale i vini di quel territorio. La
zonazione effettuata nel Chianti Rùfina è un ottimo lavoro e ci
auguriamo che un giorno sia diffusa su tutto il territorio nazionale, ma
è necessario che sia seguita da una politica che ne tenga conto
realmente, puntando all'assoluto rispetto di quelle differenze e di
quelle peculiarità che rendono un'area fortemente vocata alla
vitivinicoltura, senza scendere a facili compromessi o forzature che possano
vanificarne i giusti obiettivi.

Sei vini non sono molti (in realtà
erano sette, ma la Riserva 1979 della Fattoria di Grignano presentava
problemi di tappo) per stabilire quanto il Chianti Rùfina, con le
conoscenze e le tecniche dei tempi andati, sia capace di evolvere bene
nel tempo, ma ci hanno fornito sicuramente ottimi spunti di riflessione
oltre, in alcuni casi, grandi emozioni, tanto più se pensiamo al fatto
che in quegli anni non si facevano certo selezioni clonali e, in molti
casi, accanto al sangiovese c'erano modeste percentuali di colorino,
malvasia nera, canaiolo e magari un po' di uve bianche. Peccato che fra
i campioni non c'erano i vini della storica Fattoria Selvapiana,
la cui assenza non è però da imputare all'organizzazione bensì ad una
precisa scelta del produttore. La degustazione è iniziata con il
Montesodi 1985 dei Marchesi de' Frescobaldi: annata
caratterizzata da inverno piuttosto rigido e da un'estate molto calda,
ottima maturazione delle uve e vendemmia in molti casi eccellente. Il
vino, che ha sostato in barrique per 22 mesi, si presenta di colore
ancora vivo e concentrato, un rubino centrale con bordi granati, mentre
la trama olfattiva denuncia in modo ancora inequivocabile la presenza
del piccolo legno, che è lecito immaginare non verrà mai completamente
assorbito, ma la cosa non mi stupisce visto che è un elemento che fa
chiaramente parte della filosofia aziendale. Oltre alle note tostate, si
colgono interessanti sfumature di viole appassite, ciliegie in
confettura, tabacco, cuoio, grafite, toni terrosi e richiami di carne
alla brace e tartufi neri. Al palato è morbido sebbene sostenuto da un
tannino ancora fin troppo deciso, probabilmente amplificato da quello
del legno, mentre si nota una leggera pungenza alcolica; non mancano né
il frutto né l'acidità ma il vino chiude serrato dal tannino.
La Riserva
1984 di Travignoli è ottenuta da sangiovese in purezza ed è
frutto di un'annata iniziata molto bene, con una primavera calda,
interrotta poi dalle piogge che si sono manifestate a più riprese nei
mesi di maggio, giugno, fine agosto e settembre, che hanno costretto ad
una selezione molto attenta in vigna e ad una sensibile riduzione del
raccolto. Il colore denuncia subito la difficile annata nel più marcato
granato che all'unghia vira già verso l'aranciato. Il profilo olfattivo
è quello che ci si aspetta da un vino figlio di questa annata, è infatti
dominato da note terziarie, molto cuoio, fiori secchi e macerati,
tabacco, frutta sotto spirito, poi menta e la tipica radice di
rabarbaro, profumo che è un po' l'elemento caratterizzante di questo
territorio. All'assaggio dimostra di avere ancora carte da giocare
grazie ad una buona dose di freschezza, il tannino è misurato e il
finale ci propone una piacevole sapidità. Torniamo indietro di dieci
anni, con la prima annata di produzione del Montesodi 1974,
prodotto in 4.500 esemplari e... passato 18 mesi in barrique (chi
avrebbe immaginato che già allora i Marchesi avessero dotato la cantina
di piccole botti!). La 1974 è stata un'annata eccellente che ha permesso
un'ottima estrazione di polifenoli al giusto grado di maturazione. Il
colore è ancora rubino con riflessi granati, il bouquet è intenso e
parte subito con effluvi di scatola di sigari, cenere, grafite, prugna
secca e fiori appassiti, poi arriva di nuovo la radice di rabarbaro,
sfumature di cedro del libano e liquirizia. In bocca è astringente, toni
verdi e asciuganti lasciano presumere la presenza di raspi durante la
pigiatura. Arrivano le emozioni forti con una splendida Riserva Fattoria di Bossi 1962 dei
Marchesi Gondi, quarantacinque anni portati benissimo. Figlio di
un millesimo molto buono ma non eccezionale, questo rosso d'antan si
propone alla vista con un bel colore granato ancora abbastanza
concentrato e unghia appena aranciata. Al naso appare particolare e
molto suggestivo, con note iniziali un po' gommose che via via si aprono
a profumi sempre più complessi e ampi, dal tabacco al caffè, poi cuoio,
prugne secche e in confettura, mallo di noce, zenzero e altre spezie
orientali. Al palato è sapido, balsamico, elegantissimo, lungo,
avvolgente, davvero notevole e una lezione di quello che la terra può
dare quando non la si stravolge in cantina. Il quinto campione è il
Chianti Rùfina Fattoria di Poggio Reale 1960 dell'azienda
Spalletti, proveniente da un'annata produttivamente scarsa ma molto
interessante. Il colore è granato con sfumature mattone e nel mio calice
c'è un po' di fondo, ma per fortuna non condiziona la degustazione. La
trama olfattiva parte con toni decisamente selvatici, animali, sfumature
di catrame, note dolci di cotognata, carne, un filino agrumato che
ritrovo poi all'assaggio, dove l'equilibrio è esemplare, c'è ancora
freschezza ed un finale molto bello, elegante e pulito. Riaccostandolo
al naso scopro ancora venature di fiori passiti e mallo di noce. Dulcis
in fundo un altro capolavoro di Spalletti, il Fattoria di
Poggio Reale Selezione Etichetta Rossa 1955, che ha fatto vacillare
la mia convinzione di portare bene i miei 52 anni. Il colore è
semplicemente splendido, ancora un granato luminoso, vivo, con unghia
aranciata (e ci mancherebbe!); naso elegante, raffinato, straordinario
per la nota di ciliegia in confettura e successivamente di prugna,
menta, alloro, sottile nelle venature di cuoio e tabacco da pipa, molto
minerale, le spezie non mancano di certo, dalla noce moscata al pepe
nero e all'anice stellato, poi arriva la grafite, il sottobosco,
tartufi e mille altre sensazioni che sembrano non finire mai. Al palato
è ancora vivo e vibrante, sapido, profondo, davvero avvincente.
Breve conclusione Credo che questa splendida degustazione di
vecchie annate - e di questi casi me ne sono capitati molti altri - ci
ponga di fronte a seri dubbi che quei vini prodotti oggi con l'intento
di essere più pronti e morbidi, rotondi, diciamo pure ruffiani, possano
avere l'eleganza, la complessità e la progressione evolutiva di quelli che
vi ho appena descritto. Forse i vini del passato erano meno perfetti,
meno tecnologici ma ogni volta che se ne stappa una bottiglia si scopre
che hanno un'anima, che sono in grado di dare emozioni straordinarie, di
raccontare il loro tempo senza nascondere nulla, mostrandosi proprio per
questo terribilmente veri, concreti, reali. Ecco, questo si che oggi è
spesso difficile da preservare, sarebbe molto bello se non andasse
perduto.
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