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Alessandro Caggiano: l'anima del Taurasi
Roma, 20/01/2007
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Ci sono
storie che forse nessuno conoscerà mai. Storie di uomini, contadini,
vignaioli che hanno dedicato l'intero spazio di una vita a produrre e
trasformare i frutti della terra senza che mai nessuno si sia occupato
di loro. Ignorati dalla critica, dalle guide, dalle riviste, dalle
manifestazioni di settore e, di conseguenza, sottratti anche alla
curiosità e all'attenzione di quei veri pochi appassionati. Non sto
parlando di pastori nomadi, allevatori di renne, pescatori o comunità di
monaci di qualche remoto angolo del globo per i quali, sia ben chiaro e
non di meno, nutro il più profondo e sincero rispetto. Parlo di piccole storie
che ci sfiorano, spesso, solo a pochi chilometri da dove abitiamo. Ho in mente
il turista moderno che non ha mai visto le bellezze della sua città e
decide di partire per qualche paradiso sperduto. Nulla di strano, nulla
di male, se non fosse solo per quella insopportabile sensazione di
impotenza che, ogni volta, mi coglie quando conosco vignaioli come
Alessandro e ne ascolto, rapito, il racconto. In quelle parole riesco a
respirare i profumi della vigna, del mosto, della cantina, del vino, del
sudore e di tutto ciò che è intorno e ci circonda. Un piccolo pezzo
di storia appartiene a quell'uomo, al suo racconto e alle sue parole.
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Non
riuscirò mai a rassegnarmi al fatto che un giorno insieme a quell'uomo
tutto ciò che egli rappresenta probabilmente scomparirà sotto i
colpi di qualche ruspa, nela presunta inevitabilità di una necessaria
modernizzazione. Raccontarne la storia diventa,
allora, non solo più un grande, immenso piacere ma un
improrogabile dovere. Alessandro Caggiano, 65 anni ben portati, ci accoglie con una fierezza,
nello sguardo, tutta irpina ed allo stesso tempo si mostra, da subito,
sorridente e cordiale. Timido e riservato cerca di sfuggire, tutto il
tempo, all'obiettivo della mia macchinetta digitale. Ed ogni
frammento di quell'incredibile racconto quasi deve essergli strappato
dalle labbra per poi spezzarsi senza soluzione di continuità alla benchè
minima
interruzione. C'è la consapevolezza di aver vissuto solo e semplicemente
la propria vita senza riuscire a coglierne sempre la straordinarietà dei gesti.
Le sue parole sono ricolme di orgoglio quando parla del suo aglianico,
l'aglianico di Taurasi, o come ama definirlo lui stesso dell'agro
taurasino, diverso da tutti gli altri, come lo è, sicuramente, il suo vino. Egli
è
cosciente, a modo suo, di averne preservato la memoria o, almeno,
sicuramente, una parte di essa pur senza la pretesa di aver avuto in
questo alcun
ruolo strategico predefinito.
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Il
titolo di questo mio tributo è già di per sé eloquente. Alessandro fu
tra i primi vignaioli, nel 1975, ad imbottigliare con una sua etichetta
l'aglianico dell'agro taurasino, durante gli anni in cui, per
intenderci, l'Enopolio di Taurasi aveva, momentaneamente,
sospeto la propria attività a seguito di una
grave crisi finanziaria. Alessandro possedeva, a quel tempo, quattro
vigneti localizzati in ordine sparso in diverse sotto-zone, tra le più vocate del territorio ed oltre ai rossi si dedicava
anche ai bianchi:
greco e fiano. Nel 1987 decise di dedicarsi esclusivamente alla
conduzione dell'attuale vigneto, una proprietà di un ettaro e mezzo per
una produzione di circa 6000 bottiglie, seguendo ante-litteram, pur
senza ricorrere a nessuna certificazione istituzionale, i dettami
dell'agricoltura biologica. Alessandro usa una piccola falciatrice per
taglaire l'erba, un pò di poltiglia bordolese (questa sì certificata
biologica) per trattare quando proprio occorre, del concime organico
sempre rigorosamente "bio"; in cantina ci sono alcuni tini d'acciaio di
varia capacità (3-6-10-20 ettolitri) e quaclhe vecchia botte, usata, da 6
ettolitri. Niente lieviti selezionati, niente enzimi, nessuna chiarifica
e nessun filtraggio. La permanenza in rovere varia dai 6 mesi ad un
anno.
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Dopo
essere stato il primo ad imbottigliare con la Doc, è stato anche il
primo ad etichettare con la Docg nel 1992. Lo fece solo, però, quell'anno
dal momento che decise subito, immediatamente e definitivamente, di
uscirne retrocedendo il proprio rosso, negli anni successivi, a semplice Vino da Tavola. Il suo vino, secondo il suo pensiero, non aveva nulla da condividere con gli altri rossi
presentati all'interno della Docg. Non si trattava di essere o sentirsi
migliori o peggiori, solamente di non riconoscersi in quelle
interpretazioni. Il problema principale, stando alle parole di
Alessandro, non risiede solo nella maggiore o minore vocazione delle
vigne (territorio, microclima, terroir), né nelle pratiche più o
meno spinte di vigneto e di cantina. Tutti questi fattori, insieme alla
sensibilità del produttore, pur essendo di fondamentale importanza non
bastano. Il punto cruciale sta nel materiale genetico della vite, sulla
cui originarietà sono ormai veramente in pochi, lui si considera tra
questi, a poter contare e poter vantare.
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Le sue
marze, quelle dell'87, provengono quasi esclusivamente da un vivaista
locale che si preoccupava di attingere materiale solo in zona. Oggi quel
vivaista non esiste più ed Alessandro continua a rinnovare il
vigneto per propaggine attraverso il sistema "fai-da-te" (non vi spaventate dunque se quando arrivate vedrete centinaia di
bottiglie di plastica tra i filari, sono parte strumentale in questo
singolare processo rigenerativo della vite). Alessandro ha anche provato
con delle barbatelle acquistate da fuori ma ha avuto sempre problemi
(con un tasso di mortalità decisamente più alto ed inaccettabile
rispetto a quello sopportato con le marze riprodotte in loco) e si è convinto che
quello fosse un segno del destino...pardon del terroir.
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L'etichetta
rimane alquanto anacronistica per approccio ed impostazione grafica ma
rappresenta lo specchio fedele del liquido in essa contenuto e della
filosofia produttiva di questo straordinario personaggio. Nella foto a
lato ecco due rare bottiglie delle sue primissime produzioni tra le
quali spicca quella con che riporta la prima annata Docg. All'inizio
i suoi vini possono sembrare duri ed aspri, Nulla di cui preoccuparsi.
E' quello che ci si dovrebbe aspettare da un aglianico di Taurasi.
Con gli anni le asperità si risolvono ed il vino acquisisce un'austerità
ed una finezza non comuni. E, mai come in questo caso, dove gli
imbottigliamenti sono molteplici, scaglionati nel tempo (anche a
distanza di mesi) ed i tappi non sempre affidabili al 100%, la
variabilità da bottiglia a bottiglia può diventare quasi la regola ed un
elemento, in ogni caso, da non sottovalutare.
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Abbiamo assaggiato, per
confortare la sua tesi, un '98 che è risultato in splendida forma. Dopo alcune note di
riduzione iniziale, il vino si è aperto su delicate note floreali e
terziarie, con un leggero quanto accattivante sentore di cioccolato.
Sembrava di mordere uno di quei cioccolatini con la ciliegia dentro:
quelli veri, col gambo che spunta fuori dall'involucro di cioccolato. Le
sfumature di rosa e l'austerità d'impianto fanno capire perchè un tempo
parlando di aglianico si diceva il nebbiolo del sud. Alessandro
ha conservato pochissime bottiglie a partire dall'87 fino ad oggi.
Purtroppo di ogni vendemmia ne ha conservate solo 2/3 esemplari, ben
custoditi nel silenzio e nell'oscurità di un angolo della sua cantina.
Peccato! Non vi resta altro che andarlo a trovare e sperare quando una volta arrivati in
cantina di riuscire ad entrare nelle sue grazie per convincerlo a
sacrificare qualcuna di queste vecchie annate. Sono sicuro che non sarà,
poi, così difficile conoscendo la sua generosità e la sua disponibilità
nell'accogliere gli ospiti.
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ll suo rosso VdT è ottenuto seguendo le
indicazioni varietali e percentuali stabilite dal disciplinare del
Taurasi. 85% di aglianico e 15% di sangiovese e piedirosso che
Alessandro ha piantato nelle parcelle della sua vigna meno adatte all'aglianico
(sulla parte più in basso della vigna
nella foto precedente). Quella in questa foto, invece, è una pianta
con più di ottanta anni che oramai produce solo pochissimi grappoli.
Alessandro ha voluto preservarla per testimoniare l'antico sistema di
allevamento a raggiera avellinese ("tesole" in dialetto irpino) ancora
diffuso nella zona tra alcuni piccoli contadini vignaioli.
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Il metodo
di allevamento che, al momento, si può osservare tra i filari è,
anch'esso, del tutto originale: assomiglia ad altri sistemi di
coltivazione senza coincidere con nessuno di essi. E' il risultato di tanto duro lavoro in
vigna.
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Questa l'unica regola d'oro di Alessandro
che ci mostra le mani, il suo principale strumento di lavoro, per
testimoniare la fatica e l'amore con cui ha sempre svolto il suo lavoro
di contadino.
La sua vigna, il suo universo. Ci confida di non aver mai lasciato la
sua vigna né la sua cantina neanche per brevi periodi e sempre più
spesso diventa forte la tentazione di andar via, di allontanarsi
per andare a vedere come è il mondo lì fuori.
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Certe volte penso a come sarebbe divertente
se il Consorzio di Tutela del Taurasi in occasione di Anteprima invece
di andare a far visita (come di prassi) da uno dei suoi
membri consociati, portasse i giornalisti da Alessandro Caggiano. Forse farebbe
il più grande autogol della sua breve storia oppure forse renderebbe
il grande merito che gli spetta ad un bravo vignaiolo. Più
semplicemente e di sicuro renderebbe onore alla storia di questa
illustre denominazione.
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Fabio Cimmino
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