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Lo scorso
28 Aprile presso il
Consorzio per la tutela dei vini Bolgheri Doc ho atteso la degustazione organizzata per conoscere
le nuove annate che escono in commercio nel corso del 2007: Bolgheri
Rosso 2004 e 2005, Bolgheri Rosso Superiore 2004
oltre a IGT 2003 e 2004 e bianchi 2005 e 2006. Ho preferito, questa volta, evitare un elenco schematico ed esaustivo di
tutte le etichette con relativo punteggio/valutazione preferendo piuttosto uno sguardo generale alle diverse tipologie.
Di volta in volta, ho ritenuto necessario fare alcune premesse. Considerazioni indispensabili che
evidenzino e facciano riflettere sullo stato dell'arte della zona e della denominazione. Non ho mai amato i vini di
Bolgheri e dintorni e sempre più con difficoltà riesco, quando li degusto, a trovare il giusto coinvolgimento emotivo.
Non amo i vitigni internazionali e non amo un certo stile di vini, pertanto mi risulta difficile relazionarmi a questa
realtà. Penso sia doveroso esplicitare questo mio sentimento perché chi mi legge possa comprendere meglio i miei giudizi
che talvolta potranno sembrare particolarmente critici. In molti casi, poi, non
capisco l'affollamento di etichette
all'interno dell'offerta di uno stesso produttore. La sensazione è che, finiti i tempi delle vacche grasse, l'ampliamento
produttivo di molte cantine sia stato presto destinato o re-indirizzato a coprire le fasce più basse di mercato dove la
domanda appare più stabile e forte. Un'ultima osservazione vorrei, invece, dedicarla alle presunte accuse di modernità
che ho sentito in quei giorni riferite ad alcune etichette della zona. Ho capito bene?! Penso che i vini di Bolgheri
siano vini che rappresentino lo stile "moderno" per antonomasia, come potrebbe essere diversamente! Che, poi, si
auspichi il raggiungimento di una maggiore eleganza e finezza nello stile produttivo complessivo della zona con vini più
leggiadri e meno grevi che in passato, ritengo sia ben altro appunto e che le due cose non vadano confuse, come troppo
spesso accade.
I Bianchi (16)
Bolgheri non è certo una zona di bianchi, su questo penso siamo tutti d'accordo. Al di là di rare eccezioni il panorama
è piuttosto sconfortante. Dei sedici campioni degustati ho trovato solo quattro vini degni di nota. Alcuni bianchi mi sembrano
troppo pensati, altri di contro troppo poco curati. Come sempre la giusta via sta nel mezzo coniugando sobrietà ed attenzione
nei dettagli si possono ottenere risultati dignitosi. Il Bolgheri Bianco 2006 di
Michele Satta, ottenuto da un uvaggio di
trebbiano e vermentino fermentato ed affinato in solo acciaio, è un vino semplice dal frutto primario ed ancora fermentativo
che si lascia apprezzare per la ricchezza della materia prima, per pulizia e precisione realizzativa. Molti dei vini che
dichiarano vermentino in purezza lasciano molti dubbi e sospetti sulla presenza di una percentuale più o meno significativa
di sauvignon. Non bastano solo (e non sempre), secondo me, vendemmie anticipate nonché i presunti e suggestivi aromi di
macchia mediterranea tipici di questi territori a spiegare profili così verdi, pungenti e vegetali. Il
Capofitto 2006 di
Serni Fulvio Luigi, ottenuto da un blend di vermentino e malvasia di Candia vinificato in acciaio "sur lies", come il campione
precedente gioca sulla semplicità del frutto privilegiando freschezza ed immediatezza. Il
Costa di Giulia 2006 è ancora un
bianco di Michele Satta dove al vermentino si affianca, questa volta, un 35% di sauvignon blanc sempre fermentato ed affinato
al 100% in acciaio. L'acidità in questo campione viene esaltata dalla presenza di un leggero residuo di carbonica. Tra i 2005
si fanno notare per motivi opposti il Mezzodì di Batzella ed il
Grattamacco Bianco di Collemassari. Uve tutte internazionali
per il primo, frutto di viogner e sauvignon blanc dal profilo peculiare da imputare probabilmente ad una vinificazione decisamente
sperimentale: sur lies per alcuni mesi in acciaio e, quindi, in barriques. Assolutamente controverso l'assaggio del Grattamacco
Bianco: il profilo palesemente ossidativo è parso per alcuni un limite invalicabile mentre per altri, come il sottoscritto, una
nota di carattere ed orginalità affatto trascurabile. Esordio positivo per i bianchi di
Terre del Marchesato, sia il vermentino
Emilio I che il Papeo, la versione vinificata con le bucce in barrique, hanno destato una buona impressione.
I Rosati (4)
Se i ristoranti della zona privilegiano una cucina di pesce particolarmente saporita (penso al caciucco), una valida
risposta in termini qualitativi e di prezzo può tranquillamente arrivare più da questi vini che da bianchi troppo spesso
alcolici e indisciplinati. Una categoria, quella dei rosati, che riceve sempre più apprezzamenti non solo dalla critica di
settore ma anche dagli operatori, in particolare dalla ristorazione, e dai consumatori. Due campioni mi sono parsi sopra tutti
in una tipologia eccessivamente trascurata che potrebbe, invece, essere sicuramente più ampliata e sviluppata con buoni margini
di successo e soddisfazione. Ottimo il Bolgheri Rosato 2006 di
Michele Satta che, con un 70% di sangiovese al suo attivo,
esibisce un naso fruttato e dolce mentre chiude sapido, secco ed asciutto al palato. Molto più ricca e concentrata
la versione di Tringali-Casanuova che assomiglia più ad un rosso che ad un rosato anche nella esuberante gradazione
alcolica. Ancora una prestazione positiva per Terre del Marchesato più classico e tradizionale nel suo approccio spensierato
e beverino.
I Rossi Bolgheri Doc (40)
Ho avuto molte difficoltà a degustare i rossi, in totale cinquantaquattro campioni, dalle gradazioni alcoliche sempre piuttosto
elevate e dalla materia prima molto corposa e strutturata, con una dotazione di tannini spesso piuttosto generosa ed
aggressiva. Decisamente buoni i Bolgheri Rosso 2005 di Collemassari e
Michele Satta, vini dotati di un frutto maturo,
dolce e in grado di offrire maggiore complessità ed ampiezza. Buoni anche i
Bolgheri Rosso 2005 di Le Macchiole e il
Moreccio 2005 di Casa di Terra dall'interessante rapporto qualità prezzo. Sempre di
Casa di Terra molto piacevole il
Mosaico 2004. Ancora Michele Satta con il suo Piastraia 2004 mette a segno un'altra prova, l'ennesima, abbastanza convincente.
Così come, passando ai Rossi Doc Superiore, il Maronea 2004 di Casa di Terra, pur bisognoso di ulteriore
affinamento in bottiglia, conferma i
sempre più confortanti risultati raggiunti da questo giovane, simpatico e un po' burbero, produttore toscano. Il
Guado de'
Gemoli 2004 di Giovanni Chiappini mostra un carattere più rigoroso al naso ed una beva succosa al palato. Apprezzabile anche
se di stile diverso il Guado al Tasso di Antinori. Finale in crescendo con
Ornellaia, Sassicaia e Grattamacco, tutti 2004,
ad occupare la scena. Un po' indietro rispetto agli altri il Sassicaia, ancora sul rovere l'Ornellaia mentre più delicato e
fine l'approccio del Grattamacco.
I
Rossi IGT (14)
Interessanti le prove offerte dal Lagone 2004 di Aia Vecchia, il
Foglio "38" 2004 di Fornacelle, il Paleo 2003 ed il
Messorio 2003 di Le Macchiole. Quest'ultimo mi è parso una spanna sopra tutti ed uno dei pochi merlot in circolazione
in grado di stimolare sensibilmente la mia attenzione. Il Levia Gravia 2001 di
Caccia Al Piano sembra, invece, sfruttare
senza problemi il vantaggio dell'annata lasciando emergere un carattere più muscoloso e potente. Fuori programma davvero
straordinario il Cavaliere 2003 di Michele Satta: la dimostrazione liquida di come il sangiovese si possa fare anche a
Bolgheri se si hanno i terreni adatti e la passione giusta. Sicuramente alcuni di voi si staranno chiedendo se Michele
Satta sia il mio produttore preferito o cosa. In parte sicuramente sì, in zona è uno dei miei preferiti ma in realtà, poi,
c'erano ancora tre etichette di questo produttore in degustazione che non mi sono particolarmente piaciute.
Fabio Cimmino
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