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Vadiaperti e la sfida irpina alla Coda di Volpe
Roma, 27/02/2007
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Era
ormai già quasi buio quando siamo arrivati da Raffaele Troisi a
Vadiaperti. Le foto sono state per questo motivo leggermente ritoccate, alla meglio,
per evitarne l'indecifrabilità più totale. Siamo a Montefredane, sulla
strada parallela a quella di Antoine Gaita di Villa Diamante e a circa
300 metri in linea d'aria da Sabino Loffredo di Pietracupa, che è
sull'altro versante della collina. Eppure sarà che si è fatto sera e che la
temperatura ha rinfrescato, sembra faccia molto più freddo. Sicuramente
la maggiore esposizione alle correnti contribuisce a irrigidire
ulteriormente le condizioni climatiche. Il nome della cantina, del
resto, non nasce
per caso. Siamo in corrispondenza di un vero e proprio valico di
passaggio sulle
vecchie rotte della transumanza. Era il 1984 quando il padre, il
"Professor" Antonio, cominciò a imbottigliare in proprio. Un pioniere
(si tratta della terza azienda, in ordine cronologico, fondata in
Irpinia) in una zona dove era abitudine consolidata quella di conferire
l'uva ad un unico grande soggetto praticamente monopolista.
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Raffaele, oltre a farci degustare i suoi bianchi 2005 e 2004 già imbottigliati, ha voluto guidarci attraverso le vasche d'acciaio della sua
cantina per introdurci all'ultima difficile vendemmia: la 2006.
Una vendemmia resa problematica a causa di una tremenda grandinata che colpì i vigneti
della zona proprio mentre si avvicinava il momento della raccolta dei
grappoli. Risultato: drastica riduzione del raccolto ma qualità
decisamente superiore delle uve salvate alle intemperie. In particolare
gli assaggi hanno mostrato come i vini ricavati dalle vigne più vecchie
ancora con il vecchio sistema a tendone mostrino un carattere minerale e
territoriale palesemente più marcato rispetto agli impianti più recenti,
a spalliera. Raffaele ritiene infatti che il sistema di allevamento non
dia di per sé alcuna garanzia in merito alla migliore o minore qualità
delle uve. Ogni tecnica di coltivazione così come il sesto d'impianto
assumono una loro valenza specifica a seconda delle diverse condizioni
pedo-climatiche. Microclimi solo apparentemente simili posso dare
risultati completamente diversi. Ecco, dunque, la coda di volpe
proveniente dalla vigna più vecchia, e ancora condotta a tendone,
regalare una prestazione di inaspettata e straordinaria verve minerale.
Ecco proporci nel bicchiere due Fiano, provenienti da due cru, che
offrono un
profilo profondamente diverso a seconda del sistema d'allevamento
impiegato. Infine il Greco, proveniente dalle piante
più anziane sempre allevate seguendo l'antico metodo a tendone, ci
regala un
bianco dall'acidità spettacolare che rifiuta di fare la malolattica e
Raffaele lo asseconda per poter realizzare un vino in grado di affrontare un lungo invecchiamento.
Troisi
promette una riserva e spiega che un vino del genere si spiega anche
attraverso la cucina locale. Sul posto, infatti, si pratica una cucina tradizionalmente legata al consumo del maiale ed un bianco
da potersi abbinare ad un filetto di porco sapientemente saltato in
padella con le papaccelle ha da essere strutturato, sapido, acido e
persistente. Il Greco di Tufo è sicuramente l'uva bianca più indicata
per interpretare una siffatta tipologia.
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Dopo
aver testato la nuova annata ed averne tratto qualche indicazione di
massima ci rifugiamo all'interno della casa dove sul tavolo ci sono già
alcune bottiglie aperte nei giorni precedenti. Coda di Volpe, Fiano di
Avellino e Greco di Tufo sia 2005 che 2004. In questo modo, tenuto conto
degli assaggi effettuati dalla vasca del 2006, avremo alla fine della
nostra degustazione una mini verticale di tre anni più che significativa
per farsi un'idea dello stile di produzione aziendale. Vadiaperti
produce anche rossi. Le vigne di proprietà sono tutte vocate alla
produzione bianchista, sulla quale in questo momento Raffaele sembra
voler concentrare i suoi sforzi, e dalle quali sta ricevendo le maggiori
soddisfazioni.
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I
bianchi aziendali si caratterizzano innanzitutto per un filo
conduttore che è la spiccata e peculiare mineralità espressa al palato
attraverso acidità molto elevate e una sapidità non comune,
caratteristiche entrambe palesemente e nitidamente percepibili. Si
prestano quindi molto bene all'invecchiamento come ha dimostrato una
recente e storica verticale del suo Fiano d'Avellino e che si ripeterà
in primavera sul Greco. L'altra faccia della medaglia è rappresentata da
una certa chiusura, nei primi mesi che seguono l'imbottigliamento, che li
rende ostici e scontrosi ai palati meno smaliziati. Da qui l'idea sempre
più concreta di Raffaele, a partire dal Greco 2006, di produrre una
duplice versione: un'etichetta base, più pronta e fruibile da subito, e
una "riserva" da medio-lungo invecchiamento.
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Ci siamo. I
bicchieri inziano a roteare vorticosamente. Nella sala il silenzio di
tutti noi è rotto dalle parole di Raffaele che continua a fornirci il
maggior numero possibile di dati e informazioni riguardanti i suoi vini. Circa 7 ettari
di vigna e 80.000 bottiglie prodotte. Raffaele, laurato in chimica, è
anche l'enologo dell'azienda. La vocazione di Vadiaperti è
essenzialmente bianchista anche se il produttore vinifica da sempre l'aglianico
proveniente da vigneti di altri comuni nell'area di Taurasi. Etichetta
quest'ultima con la quale, fino ad oggi, non si è ancora confrontato in
attesa della vendemmia giusta per poter offrire un prodotto degno di
questa illustre denominazione.
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La
Coda di Volpe nella foto è la 2005. Elogi e riconoscimenti quasi unanimi
hanno da sempre accompagnato le uscite di questa etichetta, spesso premiata
per l'ottimo rapporto qualità-prezzo. Eppure è nata quasi
per sfida. Raffaele l'aveva voluta anche andando contro la diffidenza e
le perplessità del padre. Oggi quella di Vadiaperti si può
considerare una delle più riuscite se non la migliore interpretazione di
sempre di questo vitigno. Un'uva non particolarmente entusiasmante perché dotata di poco nerbo e quindi
sistematicamente sottovalutata. Un bianco considerato da consumarsi
velocemente dopo la vendemmia. Così nascono, molto spesso, alcune delle
prevedibili versioni tutto frutto del beneventano e di altre denominazioni
campane. Quella di Vadiaperti punta, invece, decisa sulla mineralità, lo
fa senza
compromessi. Il frutto è marginale. La 2005 mi aveva fatto gridare,
prima dell'estate, finalmente ad un bianco campano miracolosamente
paragonabile ad un riesling del Palatinato. Il riassaggio di oggi
conferma le positive vibrazioni di allora. Ma ancor più stupefacente la
2004 che mostra una freschezza addirittura maggiore del millesimo più
recente. Un'inaspettata sferzata di acidità viperina senza forse però la
stessa sapidità e persistenza.
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Il
Greco di
Tufo 2005 è ancora un bimbo in fasce: giovanissimo, chiuso e difficile da decifrare.
Dobbiamo aspettarlo ancora qualche settimana, qualche mese forse. Il
2004 sembra aver sofferto le generose rese dell'annata pur confermando
un carattere tendenzialmente rigoroso e austero. Il 2006, come già più
volte accennato, sarà probabilmente l'anno della svolta. Aspetto con
ansia di acquistare e riassaggiare una volta in bottiglia la famosa
"riserva" se mai vedrà la luce. Il greco di Vadiaperti sarà
probabilmente oggetto di una degustazione aziendale che si terrà in
primavera e che si preannuncia voler bissare il successo dello scorso
anno ottenuto grazie ad una storica quanto incredibile verticale del suo
fiano.
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Il
Fiano 2005 è, sicuramente, uno dei campioni più
rappresentativi e qualitativamente più significativi di questa
difficilissima annata. Penso che
come questo solo pochi: il Cupo di Pietracupa, Guido Marsella ed il
Vigna della Congregazione di Villa Diamante. Neanche a farlo apposta due
su tre sono i suoi vicini di vigna. Faccio autocritica e penso a quanto fosse stato,
ingiustamente, criticato la scorsa primavera (anche dal sottoscritto sia
ben chiaro) in occasione dell'anteprima Bianchirpinia. Il millesimo 2004,
una vendemmia - sulla carta - molto meno complicata da gestire, riesce a
malapena a stargli dietro: troppo diverso è il passo e la cifra di questo
straordinario 2005. Il naso è intenso e allo stesso tempo gentile. Si possono
respirare fiori e frutta bianca pervasi da una sottile quanto fascinosa
nota fumé tipica del terroir di Montefredane. C'è una mineralità dolce e gessosa, elegante e
raffinata che pervade e rischiara ogni sorso. Non esageratamente
aggressiva come nel caso di un Greco e non fine a se stessa come nella
Coda di Volpe. Giù il cappello.
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I
calici ormai svuotati sono disponibili per un ultimo, immancabile, riassaggio di
quello che ciascuno di noi ha gradito maggiormente. E' tempo di fare il bis. Quasi tutti
rivogliono il Fiano 2005, io invece mi accontento (si fa per dire) di
ripassarmi la Coda di Volpe 2004. Nel frattempo Raffaele impugna dei
salamini dal profumo invitante, ultimi ricordi di un maiale ucciso l'anno
prima. Di lì a poco ci sarà anche il tempo per sfumacchiare una
sigaretta, l'unico o uno dei tanti (chissà) vizi al quale Raffaele non
riesce proprio a rinunciare.
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E' ormai tardi e per alcuni dei mie compagni
di ventura è giunto il momento di rientrare a casa. Peccato! Raffaele
vorrebbe rimanere lì e continuerebbe a parlarci dei suoi vini ancora per ore. Mi sembra quasi
una scortesia dover andar via così improvvisamente... Una buona scusa
per ritornare presto a Vadiaperti.
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Fabio Cimmino
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