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Toglietevelo dalla testa,
andare a mangiare i piatti tipici della cucina regionale a La Forma
dell'Acqua ha poco senso. Non perché Marco Goldin Panigada
non potrebbe prepararveli, anzi, sarebbe sicuramente un'esperienza
gratificante, ma non approfittare del suo estro e lasciarsi trasportare
dove lui vuole nell'impero del gusto, sarebbe un grave errore,
un'occasione persa di arricchire la memoria di sensazioni forti e
coinvolgenti. Sabato 16 dicembre ho avuto modo di pranzare con mia
moglie in questo ristorante situato nei pressi di Ospedaletto Euganeo,
quasi a metà strada fra Padova e Rovigo. Ma chi è Marco Goldin Panigada? All'aspetto appare
un giovanotto piuttosto alto e piazzato, dallo sguardo vivo e penetrante
che sembra trapassare completamente le lenti dei suoi occhiali, non
penseresti mai, di primo acchito, che in lui si nasconda un grande
spirito creativo, che rifugge qualsiasi forma di routine, che si nutre
della continua ricerca, instancabile e con quel guizzo artistico che fa
la differenza. Al contrario appare una persona normalissima, senza
quella spocchia e quei fin troppo frequenti atteggiamenti da prima donna
(ma perché non primo uomo, poi? Un retaggio maschilista che ha ben poco
senso, visto che gli uomini in quanto a narcisismi non hanno nulla da
invidiare all'altra metà del cielo) di molti chef di grido, convinti
spesso di essere unici, inimitabili e irraggiungibili. Quando parla
di Ferran Adrià, Juan Roca o Carme Ruscalleda, tre
grandi maestri spagnoli, non ne nasconde l'influenza ricevuta,
soprattutto dal punto di vista del gusto di sperimentare, di andare
oltre, ma sempre con la consapevolezza di sapere dove vuole arrivare.
Per Marco la vista e l'olfatto sono certamente elementi importanti, ma
possono a volte essere ingannevoli e fuorvianti. La vera prova decisiva,
quella che rappresenta la summa di tutti i suoi sforzi, avviene in
bocca; è lì che si esalta o si demolisce il piatto, che si gode o si
soffre, si ama o si odia. Ed è lì che concentra il suo lavoro. La
preparazione dei piatti non mira a colpire l'attenzione
dell'osservatore, non vuole ammiccarlo e convincerlo con funamboliche
composizioni estetiche: l'aspetto dei piatti è essenziale, equilibrato,
pulito, nulla più. E non è sua preoccupazione se il profumo dei diversi
ingredienti utilizzati non appare del tutto armonico e stimolante, non
potrebbe essere altrimenti in certe sue creazioni spinte.
E
ha ragione, perché nel degustare al cucchiaio il "Corallo di
capasanta in panatura di cacao e pepe", l'effetto strabiliante avviene nel
momento in cui si rompe il tessuto carnoso fondendosi alle spezie: la
sensazione è dirompente, inattesa e assolutamente equilibrata pur nella
sua incisiva, diciamo pure, tumultuosa aromaticità. Il Sauvignon 2006
di Lis Neris, assolutamente classico nei suoi sentori di foglia
di pomodoro, salvia, peperone e pipì di gatto, si sposa perfettamente a
questo piatto, grazie alla grande persistenza e forza espressiva che
hanno ambedue. Il "Caldo e freddo di capasanta", alla quale è
stata tolta solo la membrana esterna, appena scottata e condita con
sale, pepe rosa e nero, rucola e olio extravergine ligure, è
semplicemente deliziosa. Assai diversa per impatto dalla portata
precedente: qui è l'armonia di sapori che delizia il palato, facendoci
rammaricare solo del fatto che si tratta di una dose unica... ma è
giusto così, visto che Marco ha in serbo numerose sorprese. Con questo
piatto, ma ancor più con il successivo, si è rivelato perfetto lo Spumante Brut Il Carlino, un
prodotto davvero ben fatto, ottenuto da pinot bianco e chardonnay in
parti pressoché uguali, opera della mente fervida di Giuseppe Trisciuzzi
(e-mail:
giuseppetrisciuzzi@gmail.com),
che ha personalmente selezionato i vini da spumantizzare (metodo
Charmat, con presa di spuma di oltre 90 giorni, che in futuro salirà
sicuramente, date le forti qualità espresse). E' un vino di cui vi ho
scritto anche in passato, che sembra ogni anno migliorare ed estrae dal
cilindro un'ampiezza espressiva e un equilibrio esemplare tra acidità e
morbidezza, che lo rende davvero godibile (tanto che non ho potuto fare
a meno di assaggiarlo a più riprese, anche a fine pasto).
Si è poi passati ad una
composizione di quattro diversi assaggi: "Involtino di bresaola,
orata e radicchio trevigiano", "Foglia di cavolo sbollentata e
ripiena di salmone e porcini in tartare", "Cucchiaio di olive
taggiasche, carciofi e pomodori secchi con coperchio di branzino", "Mousse
di salmone, pescespada affumicato e pomodorini"; il tutto
accompagnato da "Insalata di fagioli, seppioline e moscardini".
Ancora una volta sono rimasto stupito per il grande equilibrio, per la
capacità di Marco di esaltare ogni componente: straordinaria la mousse
per eleganza e piacevolezza, ne avrei assaporata in quantità
industriale; ottima la composizione al cucchiaio, dove i sapori
sembravano amalgamarsi perfettamente (il branzino era quasi commovente);
ineccepibili e altrettanto gustosi l'involtino e la foglia di cavolo
ripiena, mentre quello che poteva sembrare un semplice contorno,
l'insalata di fagioli, si è rivelato un piatto capace di integrarsi
magnificamente ma che poteva andare benissimo anche da solo, per quanto
era buono. La portata successiva è il "Piatto dei dolci naturali",
così composto: seppioline a scaglie con tartufo; canoccia (cicala di
mare) su trito di zucca; gamberone ai ferri avvolto nel lardo e guarnito
con riduzione di aceto balsamico e salsa di soia. Di questo piatto ho
apprezzato in modo particolare il gamberone, che ha trovato nel lardo e
nella riduzione una chiave di lettura affascinante; non meno
interessante l'abbinamento delle scaglie di seppioline (da precisare che
Marco evita completamente l'uso del limone nelle preparazioni e riduce
al minimo l'apporto di sale per lasciare emergere meglio il sapore dei
singoli componenti) con il tartufo e la canoccia su trito di zucca, la
cui dolcezza risultava perfettamente calibrata. Con questi diversi assaggi è stato divertente accostare anche
il Benavides 2006 di
Vignale di
Cecilia, a base moscato e garganega.

A questo punto potrei dire
che l'appetito è stato già ampiamente soddisfatto, ma in realtà sembra
che i piatti di Marco abbiano una digeribilità notevole, tant'è vero che
all'arrivo del piatto successivo non abbiamo avuto alcuna esitazione! Il
buffo nome attribuitogli dall'autore, "Dispetto a Giuseppe",
ovvero Giuseppe Trisciuzzi, con il quale è legato da una bella amicizia,
nasce da un simpatico utensile a forma cilindrica con in testa uno
stantuffo e alla base una piccola campana con una lama. Questo oggetto
di provenienza spagnola, che Giuseppe sta da tempo cercando di avere, ha
la funzione di tagliare perfettamente e prelevare la parte superiore del
guscio d'uovo, in modo da poter vuotare l'interno senza che questo si
frantumi. Il ripieno scelto da Marco è un purè con parmigiano e tartufo
con confettura di mele e cipolle di Tropea. A questo particolare
composto va abbinato, a parte nel piatto, del fegato di maiale.
L'effetto è notevole, perché la parte amarognola del fegato scompare
grazie alla presenza della confettura, lasciando in bocca una sensazione
estremamente piacevole e intensa, molto persistente. A questo punto era
il momento di abbinare un vino rosso, la scelta è andata sul Valpolicella Classico Superiore
2005 dell'azienda Dall'Abaco Fedrigoni, di Tommaso Bianchi,
molto profumato ed equilibrato. A dimostrazione che Marco scherzava,
ecco arrivare subito un piatto che rimette a posto le cose: "Omaggio
a Giuseppe", un eccellente filetto di manzo al Choco & Wine
con funghi porcini. Questa crema, ottenuta da cioccolato non concato e
vino rosso, è il fiore all'occhiello di Trisciuzzi, un prodotto che sta
avendo enorme successo, grazie anche alla collaborazione di numerosi
produttori che hanno messo a disposizione i loro vini migliori, dal
Brunello di Montalcino all'Amarone, dal Barolo al Nobile di
Montepulciano. In questo piatto ha un effetto magnifico, succulento,
tanto che i porcini potevano anche non esserci. Con questo brillante
piatto abbiamo stappato il Dolcetto d'Alba La Matinera 2006 di
Rocche dei Manzoni,
con il quale abbiamo voluto ricordare il produttore, Valentino
Migliorini, grande uomo di Langa, scomparso il 13 dicembre scorso. Per chiudere in bellezza
Marco ci ha portato un "Sambuchino ricoperto di panna cotta
(volutamente meno densa) e polvere di caffè". Una vera delizia
per il palato, tanto che - e dire che non sono un amante della sambuca -
me ne sono fatto portare un'altra razione, di dimensioni imbarazzanti...
Ristorante La Forma dell'Acqua
Via Altura, 4 - Ospedaletto Euganeo (PD)
Tel. 340/8630805
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