|
E' incredibile notare come passi il tempo ma determinate persone non cambino. Qualcosa come cinque anni e mezzo fa, nel gennaio del 2002,
scrivevo su WineReport (do you remember?) un articolo intitolato "Comunicazione aziendale? Alla Cavit preferiscono il top secret" per commentare uno stravagante atteggiamento della grande
cantina di Trento che interrogata nell'ambito di un'inchiesta sul mercato del Pinot grigio italiano negli States, e sull'operazione
Ecco Domani che vedeva la Cavit partner, come fornitore di vino, del colosso
Gallo, mi aveva testualmente risposto "non possiamo raccontare
nulla alla stampa, l'accordo con Gallo ci vincola a non fornire alcun particolare". Sono trascorsi sei anni, é continuata la collaborazione
operativa con Gallo per la linea di vini denominata Ecco Domani, sino a che, in gran sordina
- e dobbiamo ringraziare il Corriere del Trentino
ed una coraggiosa giornalista, Francesca Negri, per aver spezzato la cortina di silenzio, improvvisamente Cavit, con una decisione che ha
spiazzato tutti, ha deciso "la risoluzione del contratto di fornitura con la Gallo Winery. Una scelta maturata
- ha dichiarato il presidente
della Cavit Adriano Orsi (nella foto) - "quale conseguenza naturale della rottura del fronte dei prezzi avvenuta all'inizio dello scorso anno quando i
margini di operatività dell'azienda si erano abbassati in modo eccessivo. Non c'era infatti più margine di guadagno sufficiente per continuare
il rapporto con l'azienda californiana e la forza di Cavit ci consente anche di poter prendere decisioni di questo tipo. Ora le strategie
guardano a rafforzare i rapporti con Palm Bay e cercarne di nuovi nei Paesi emergenti, come India e Cina. Esprimo pertanto la massima
tranquillità sulla questione e sul futuro di Cavit".
Questa la posizione ufficiale del management Cavit
- sommessa domanda: da quando in qua
le cooperative possono fare margini? Non è forse di per sé illegale, visto che la cooperativa non può fare profitti - e le nuove strategie,
dopo la scelta ufficialmente approvata dal consiglio della grande cantina cooperativa, ma questa decisione ha sollevato, com'era prevedibile,
un sacco di polemiche, anche se a difesa delle scelte del management Cavit e delle motivazioni che sono state fornite si è subito schierato
lo schermo protettivo di quel mondo politico e cooperativo trentino di cui Cavit è una delle più tipiche espressioni.
Perplessità, innanzitutto,
hanno suscitato le assicurazioni del presidente Adriano Orsi che si era dichiarato convinto che i trenta milioni di bottiglie, in larghissima
parte di Pinot grigio, potranno essere agevolmente ricollocate altrove rafforzando "i rapporti con l'importatore americano
Palm Bay" e cercando
di costruire nuovi rapporti in India e Cina". Ma questi due mercati, seppure interessanti ed emergenti, potranno davvero assorbire in breve tempo
la quantità di vino sinora destinata al marchio Ecco Domani? In un'intervista rilasciata al Corriere del Trentino
Renato Loss, enologo che da anni
lavora sui mercati esteri (ex direttore di produzione dello stabilimento che Cavit ha avuto in Cina dal 1997 al 1999), e con lui
Xie Kent di
ValueWine China, il più grosso importatore in Cina di vino italiano, sono stati chiarissimi: "oggi non esiste in giro per il mondo nemmeno un
mercato che possa assorbire in tempi brevi queste quantità». Loss, che opera in Cina da qualcosa come 18 anni, ha ricordato che Cavit ha già avuto
una breve esperienza in Cina, "al tempo ci sono state difficoltà con il partner cinese e Cavit non aveva colpe. L'unico errore può essere stato
non essere rimasti, perché oggi potrebbe avere un bel mercato in Cina", ma non vede grandi possibilità per il vino italiano in Cina, perché "l'Italia
non è conosciuta e il Trentino ancora meno. Andare a vendere vino in Cina non è una passeggiata e non prendiamo come esempio quello che è successo negli
Usa: lì gli emigrati italiani hanno fatto da ambasciatori del nostro vino. In Cina non c'è questo fenomeno". Quale mercato ha in Cina il vino? "La
Cina produce già il 50% del fabbisogno nazionale e punta a diventare autosufficiente. Il consumo annuo, secondo lo
Oiv, è di circa 15 milioni di
ettolitri. Per l'import non ci sono dati ufficiali: si parla di 30-40 milioni di bottiglie, il resto è vino sfuso, per un totale di circa 1,5
milioni di ettolitri". La stessa Gallo winery, che opera in Cina da 12 anni vende non più di 1.600.000 bottiglie all'anno, ed è la Gallo, non
l'ultima arrivata... Secondo Loss una cantina italiana vende in media il vino in Cina "a circa due dollari franco arrivo" e l'India attualmente
è solo "un mercato piccolissimo e molto meno promettente della Cina". Il rapporto interrotto con Gallo riguarda, va ricordato, qualcosa come
30 milioni di bottiglie su un totale di 75 milioni di bottiglie commercializzate da Cavit, ed un protocollo i cui dettagli non sono mai stati
resi noti: nessun dato ufficiale sull'ammontare del volume d'affari, sugli utili, sulla proprietà del marchio Ecco domani, che sembrerebbe
essere totalmente dei Gallo. In Trentino sono parecchi a dire che non sarebbe stata Cavit a prendere questa decisione, bensì a subirla e che
la scelta di rompere la collaborazione sarebbe stata interamente dei Gallo.
Ma non è finita, perché oltre alle perplessità, manifestate da un
esperto che conosce bene, e non per sentito dire, il mercato cinese ed i mercati internazionali, compresi quelli emergenti, sulla possibilità
che i trenta milioni di bottiglie sinora destinati a Gallo e alla linea Ecco Domani possano essere destinate agevolmente altrove, l'improvvisa
decisione della Cavit ha sollevato molte discussioni anche al proprio interno. Il presidente di una delle cantine sociali trentine che aderiscono
a Cavit, Filiberto Bleggi della
Cantina di Toblino, in un'intervista rilasciata al Corriere del Trentino, ha dichiarato "i miei soci e io siamo
tutt'altro che tranquilli. C'è preoccupazione in tutta la base sociale di Cavit e tra tutti i contadini trentini". In merito all'approvazione
all'unanimità della risoluzione del contratto con Gallo la cantina di Toblino ha specificato che "Il cda di Ravina è stato escluso da ogni
decisione ed è stato messo al corrente solo a cose fatte. Venerdì scorso abbiamo semplicemente preso atto di quello che è successo, ossia di
aver perso la commessa di Gallo che in questi anni ha rappresentato per Cavit il cliente più importante, per il quale sono stati fatti forti
investimenti e che ha garantito fino ad ora gran parte della redditività del consorzio". Secondo Bleggi "non ci sono da cercare capri espiatori
al di fuori del management di Cavit". Queste dichiarazioni del presidente della Cantina di Toblino hanno, come prevedibile, immediatamente
provocato una ferma e sdegnata risposta della Cavit. Convocato d'urgenza il Consiglio di Amministrazione ha condannato le dichiarazioni di
Bleggi in un comunicato che recita: "Il consiglio di amministrazione di Cavit, riunito su richiesta del presidente Adriano Orsi, a seguito
delle dichiarazioni rilasciate da Carlo Filiberto Bleggi - membro del consiglio di amministrazione di Cavit - relativamente alla "vicenda Gallo",
ha deliberato all'unanimità (tutti presenti, unico assente Carlo Filiberto Bleggi) quanto segue: le dichiarazioni rilasciate alla stampa non sono
veritiere e non rispecchiano l'andamento attuale di Cavit sul mercato americano; le stesse ledono gli interessi di Cavit e il regolare lavoro
cooperativo della cantina alimentando sterili polemiche su decisioni strategiche aziendali; il confronto tra membri del Consiglio deve avvenire
nelle sedi appropriate, all'interno del Consiglio stesso. La Cooperativa non approva l'utilizzo strumentale della stampa locale avvenuto nei
giorni scorsi. Inoltre il consiglio di amministrazione di Cavit ha ribadito all'unanimità la stima e la fiducia nei confronti del presidente
Adriano Orsi, del direttore generale, Giacinto Giacomini, del management e dei dipendenti di Cavit, riconoscendo a tutti professionalità e
capacità e non condividendo assolutamente le affermazioni, i giudizi e i toni riportati dalla stampa".
Non solo una presa di distanza da quel
"temerario" di Bleggi, dunque, ma con uno stile ed un linguaggio che ricordano quelli del politburo del Pcus all'epoca di Breznev, o, peggio
ancora, dell'epoca staliniana, ecco, puntuale, e arrogante, l'attacco alla stampa, quella non consenziente e allineata alla verità della Cavit,
colpevole di essersi fatta usare dal Bleggi e di aver fatto un'informazione strumentale. Come ho avuto modo di dichiarare al Corriere del Trentino,
"affermare che i giornali vengano strumentalizzati è offensivo. Dare conto delle affermazioni di una persona è un dovere della stampa. Quanto
alle dichiarazioni di Bleggi, tra cui quella che il cda di Cavit è venuto a conoscenza della perdita della commessa solo a cose fatte, le ipotesi
sono due: visto che Bleggi conosce il suo ambiente, o è stato preso da un momento di follia oppure ha avuto l'onestà di dire le cose come stavano.
Per quanto mi riguarda, credo nella sua buonafede, assolutamente non inficiata da rivendicazioni personalistiche". Ancora una volta, proprio come
avevo scritto cinque anni fa, per motivi che non riesco a capire Cavit non comunica in maniera chiara quali siano le vere ragioni della rottura di
un accordo che, fino a poco tempo fa, funzionava. La commessa Gallo, a quanto ho appreso, è andata a
Mezzacorona e
Schenk, competitor agguerriti
che sanno stare bene sul mercato: se non ci fossero stati margini interessanti, non credo proprio che avrebbero accettato la fornitura. Possibile
che Mezzacorona, Schenk, e Lavis (lo scorso anno Lavis -
Casa Girelli avevano stretto un accordo con Gallo suscitando le ire di Cavit e l'uscita
di Lavis dal Consorzio di secondo grado) accettino di dividersi una torta di 30 e più milioni di bottiglie se sono consapevoli che così facendo
agiranno in perdita? Come mai, quindi, l'accordo con Gallo non era più remunerativo per Cavit? Ritengo pertanto sia doveroso che il colosso di
Ravina, che convoca consigli di amministrazione per isolare Bleggi e non spende una parola per chiarire gli esatti termini della fine della
partnership con Gallo per il marchio Ecco Domani, indica al più presto una conferenza stampa, aperta non solo alla stampa locale, ma a quella
nazionale, per spiegare esattamente i termini dell'accordo e fornire una chiara spiegazione del perché non sia più in essere: poi ognuno farà
le sue valutazioni. Tutti vorremo capire cosa è successo, anche in Italia, non solo in Trentino: nel mondo del vino ci vuole chiarezza e trasparenza,
e non ci si deve limitare a "lavare i panni sporchi in casa", come ha auspicato in una dichiarazione il presidente della Federazione delle cooperative
trentine, Diego Schelfi. È un diritto di ogni contadino e cittadino trentino sapere come stanno le cose, visto che Cavit conta su grossi finanziamenti
provinciali". Questa strana vicenda della chiusura improvvisa con Gallo mi fa venire in mente l'operazione di Cavit in Cina alla fine degli anni
Novanta, aperta e chiusa altrettanto misteriosamente: si seppe solo che si persero un sacco di finanziamenti pubblici". Cinque anni fa in chiusura
del mio articolo su WineReport scrivevo:" Se qualcuno alla Cavit, con il pretesto di una clausola di quel contratto con i Gallo che ci piacerebbe
tanto leggere, non ha ancora capito che siamo nel 2002, nell'era della comunicazione aziendale, della trasparenza, del dialogo e dell'apertura totale
ai mercati e al consumatore, sarà bene che i responsabili della politica vitivinicola in Trentino, l'assessore provinciale all'agricoltura, il
presidente della Giunta provinciale, s'incarichino velocemente di dar loro una bella svegliata. Ombre, misteri, sospetti sulla principale azienda
vinicola di quel Trentino che dovrebbe far rima con vino e che preferisce invece giocare a nascondino con il consumatore e con il contribuente
regionale, che avrebbe tutto il diritto di sapere come siano spesi i suoi soldi, erogati in generosi contributi alle cooperative, non sono assolutamente
tollerabili.". Sono passati quasi sei anni ed i sistemi, in Trentino e alla Cavit, non cambiano. Data l'importanza di Cavit ed i suoi numeri
(consorzio di cantine sociali che riunisce 12 delle 15 Cantine sociali presenti in Trentino e rappresenta, con 5400 soci viticoltori e circa 7000
ettari coltivati a vite, il 70% della produzione enologica trentina), urge cambiare registro e fare chiarezza. L'epoca del Concilio di Trento e
dei principi vescovi è finita...
|