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Nel
percorrere il lungo viaggio attraverso la storia, i luoghi, le persone,
le diverse filosofie e tradizioni che rendono il vino una fonte
straordinaria di arricchimento e un fenomeno unico per la sua capacità
di legare in modo imprescindibile l'uomo alla natura, mi rendo conto di
quanto il suo destino sia profondamente diverso da quello di una
semplice bevanda di consumo. Questa mia convinzione, pur non essendo né
vignaiolo né produttore, è andata formandosi negli anni attraverso il
contatto diretto con gli uomini che il vino lo fanno, ascoltando le loro
motivazioni, i loro obiettivi, osservando il loro rapporto con
l'ambiente, cercando di carpire l'essenza del loro pensiero e
verificando se e quanto del loro modo di essere e vivere è percepibile nei
vini che producono. E' evidente che il mondo del vino ha subito un
progressivo e sempre più radicale mutamento, entrando poco alla volta a
far parte dei processi commerciali e industriali, sia in veste di vino
per il consumo quotidiano che di prodotto d'elite, di status simbol,
trasformandosi, nella sua forma estrema, in oggetto da possedere più che
da bere. All'interno di una realtà così contraddittoria,
in cui nascono da motivazioni profondamente diverse e convivono piccoli e grandi vini, il cui prezzo è determinato troppo
spesso più dai media e dal mercato che dalla loro
qualità intrinseca, dove a produzioni di nicchia si accostano volumi da
grande industria e a vignaioli di esperienza tramandata, che in
vigna ci si sporcano le mani, si affiancano industriali, avvocati,
notai, attori, cantanti, politici che il più delle volte affidano la
"creazione" dei loro vini a enologi di grido, col solo obiettivo di
ottenere proprio quel cult wine che assai raramente ha una reale
identità, mancando il diretto legame fra l'uomo e la terra, ebbene
diventa assai difficile divulgare la vera essenza di quello che molto
più raramente di quanto si crede merita l'appellativo di "nettare degli
Dei".
Il vino si può fare in molte
parti del mondo, ma questo non corrisponde alle sue reali possibilità:
la qualità dei terreni e il clima fanno sempre la differenza, non si può
pretendere di fare vino degno di questo nome in zone e climi inadatti,
eppure accade, anche in Italia, nonostante a partire dagli anni Settanta
si è progressivamente passati da una produzione quantitativa ad una
qualitativa. Purtroppo quella fase, che sembrava rappresentare davvero
un passaggio storico verso una maggiore consapevolezza, ha subito una
flessione indietro dal momento in cui si è preteso di ottenere qualità e
allo stesso tempo quantità, visto il sempre maggiore successo di
immagine, e di conseguenza economico. La fame di denaro è una brutta
bestia, non fa ragionare, fa compiere azioni irresponsabili e dà vita a
truffe e raggiri, spariscono i valori fondamentali, il rispetto per
l'ambiente, gli individui diventano "consumatori", l'unico obiettivo è
aumentare sempre il capitale e la produzione, a scapito della qualità.
Per fare questo si ricorre a tutti i mezzi che la chimica e la
tecnologia permettono, si disbosca per impiantare vigneti, incuranti dei
possibili danni ambientali, si piantano le uve che fanno più comodo e
che si adattano un po' ovunque, così si beve cabernet e chardonnay in
tutto il mondo, perché questo giochetto con il nebbiolo, il sangiovese,
l'aglianico, il fiano, il verdicchio, non si può fare. Le guide, che
avevano un compito nobile, di informare, raccontare, sono diventate
parte attiva di un sistema che ha creato falsi miti, ha indirizzato
scelte produttive, ha condizionato chi i vini li compra, ha favorito un
malcostume dilagante che ha trasformato profondamente la nostra
percezione del vino. Se ne fa troppo e male, e si guarda ai potenziali
nuovi mercati per produrne ancora di più. La vite è una pianta, non è
una macchina, e la terra troppo sfruttata non ha più niente da dare,
così ecco che subentrano fertilizzanti, concimi chimici, interventi sempre più
pesanti per ottemperare ad un deficit naturale che la nostra ingordigia
non ha saputo prevenire. Per fortuna le cose non stanno solo in
questo modo, la realtà ha diverse sfaccettature, alcune spiacevoli altre
no.
Un esempio eclatante di questo doppio aspetto del mondo del vino ci
viene da una piccola zona a sud-est di Siena, dove risiede una delle
denominazioni più note al mondo, Brunello di Montalcino. Come
ormai tutti sanno, da alcuni mesi la zona si trova nell'occhio del
ciclone a causa di una serie di sequestri preventivi di vino effettuati
per conto della Procura di Siena, che aveva avviato delle indagini nel
settembre 2007 nei confronti di alcuni importanti produttori di Brunello
e Rosso di Montalcino. Sono stati sequestrati la bellezza di 6.500.000 litri di Brunello e 700.000 di Rosso
(ovvero oltre 8,5 milioni di bottiglie di Brunello e quasi 950 mila di
Rosso) delle annate 2003 e successive, per gran parte dei quali è stato accertato che non
sono composti da sangiovese al
100%, come previsto dai rispettivi disciplinari. La quasi totalità dei produttori coinvolti, ha successivamente richiesto e ottenuto il declassamento a IGT
Toscana Rosso di parte del vino sequestrato in modo da poterlo
commercializzare ugualmente (1.100.000 litri di Brunello e circa 450.000
di Rosso). Tralascio di addentrarmi in questo argomento spinoso che
richiederebbe un articolo interamente dedicato, come del resto ho già
fatto in più di un'occasione, e vi rimando al
comunicato della Procura di Siena per avere le informazioni complete
sulla vicenda. Quello che mi preme evidenziare, invece, è
che certi fenomeni, assai meno circoscritti di quanto si creda, sono
indicativi di un sistema che non funziona a dovere, e non potrebbe
essere altrimenti, perché non ha alcun senso assegnare istituzionalmente
a consorzi di produttori di controllare che gli stessi produttori
rispettino le regole stabilite dai disciplinari. Ha ancora meno senso
quando in un consorzio coesistono colossi dell'industria e piccole
realtà, fatto che provoca inevitabili squilibri di potere al suo
interno. Le motivazioni e le esigenze di un'azienda da milioni di
bottiglie sono ben diverse da quelle di una che dispone di pochi ettari
di buona terra accudita con esperienza e abilità.
Era il 1978 quando l'enologo
piemontese Ezio Rivella, con mandato dei fratelli John ed
Harry Mariani, atterrò (esatto, con l'elicottero) in quel lembo di
Sant'Angelo Scalo che guarda alla Maremma, delimitato dall'Orcia e
dall'Ombrone, per effettuare il più grosso investimento che la storia
del vino italiano e non solo ricordi, accompagnato da fior di ingegneri, geologi,
agronomi, meteorologi, operai, meccanici, geometri, tutti impegnati
nella creazione di Villa Banfi. Gli americani si erano insediati
a Montalcino, questa volta non per fare l'ennesima base militare, ma per
occuparsi di vino. e per fare questo non hanno badato a spese, si parla
di quasi 200 miliardi di lire. Il territorio, svariate centinaia di
ettari precedentemente acquistati, subì una trasformazione radicale,
decine di cingolati e mezzi speciali furono impegnati per fare piazza
pulita del bosco, livellare, modellare, spianare. Una multinazionale era
entrata dalla porta principale, in un piccolo mondo che viveva di ritmi,
abitudini ed esigenze assai diversi. Fu indubbiamente traumatico, non
solo per il territorio ma anche per la gente del posto, che già aveva
visto arrivare molti "stranieri" nella loro terra, soprattutto milanesi
e romani. Ma come sempre accade, quando arriva qualcuno che riesce a
portare vantaggi a tutta la comunità, l'atteggiamento cambia, fino a
diventare riconoscimento, quasi devozione. Montalcino cresceva, arrivavano finalmente soldi e notorietà, forestieri e indigeni
acquistavano nuovi terreni per fare Brunello, gli ettari vitati
crescevano di anno in anno, un vero e proprio boom che ha portato agli
oltre 2.000 ettari attuali. Senza aver fatto i conti con il
sangiovese...
Sei
anni prima, nel 1972, un assicuratore milanese decide di scendere a
Montalcino con la moglie Graziella e di acquistare il podere Case
Basse, 23 ettari situati a quasi 350 metri di altitudine, con
esposizione prevalentemente a sud-ovest, che guardano alla Maremma.
Nessuno avrebbe puntato una lira su quel terreno abbandonato e incolto a
Montalcino, la gente del posto ironizzava su quell'uomo con i baffi e lo
sguardo risoluto e deciso, Gianfranco Soldera. Cosa poteva
saperne un assicuratore di vino! Ma sebbene avesse svolto
un'altra attività, Soldera discendeva da una famiglia trevigiana da sempre
legata al vino. Non sapevano che lui era giunto a Montalcino dopo aver
cercato per lungo tempo in Veneto e Piemonte una vigna che
corrispondesse alle sue aspettative. Così, nonostante lo scarso credito
dei montalcinesi, piantò il sangiovese su circa 6,5 ettari della
tenuta, i migliori e meglio esposti. Il suo obiettivo era quello di
stupire, di ottenere non un grande, ma un grandissimo Brunello di
Montalcino, un vino sostanzialmente diverso da tutti, lontano da quello
tradizionale e restio di Biondi Santi, un rosso elegante, di grande
equilibrio, apprezzabile appena uscito in commercio, ma capace di
invecchiare magnificamente per molti decenni. Per fare questo,
Gianfranco Soldera sapeva bene che doveva conoscere vita, morte e
miracoli di quel terreno e del sangiovese grosso, era fondamentale
sperimentare, trovare i cloni più adatti, lavorare in vigna operando per
ridurre le rese, selezionare i grappoli migliori, e lavorare
rigorosamente a mano. Quindi 6 ettari e mezzo erano più che giusti, a
Case Basse il concetto di qualità pone automaticamente un veto alle
smanie di espansione. In cantina niente acciaio inox ma vinificazione
nei classici tini di legno, fermentazioni senza controlli elettronici
della temperatura, sfruttando il freddo della cantina, macerazioni molto
lunghe sulle bucce, lieviti indigeni, formatisi negli anni attraverso
una selezione naturale del più forte sul più debole. Niente filtrature
né chiarifiche, tanto tempo nelle botti (la Riserva 1983 c'è rimasta per
66 mesi), tanto affinamento in bottiglia. Il vino doveva uscire dalla
cantina pronto per essere apprezzato. A Case Basse non c'è mai stato
posto per wine maker di grido, Gianfranco si è sempre fatto consigliare
da Giulio "bicchierino" Gambelli, uomo dal palato e dal naso
straordinari, anche se l'ultima parola è sempre la sua. Ma Soldera, che
ha trascorso molti anni in Langa, aveva un suo riferimento, un uomo del
vino che riteneva e ritiene tuttora insuperato, Giovanni Conterno,
probabilmente la persona che ha più influito sul suo modo di concepire
un grande Brunello.
Soldera
sa bene quanto sia importante la ricerca, sotto tutti gli aspetti,
climatico, agronomico, enologico; mai farsi cogliere impreparati se mai
dovesse arrivare un parassita a Case Basse, e se c'è del denaro che è
sempre speso bene è proprio quello dedicato alla sperimentazione,
all'approfondimento di tutte quelle tematiche che possono contribuire a
garantire un ecosistema in pieno equilibrio, senza doversi affidare a
metodi invasivi, inquinanti, che fanno danni all'uomo come
all'ambiente. E' proprio questo equilibrio, l'ottenimento della sanità
delle uve mediante un lavoro di vigna attento e preventivo, che
consente la formazione di lieviti indigeni forti e resistenti, capaci
di far partire le fermentazioni in modo spontaneo, persino a temperature
normalmente impensabili. Il ruolo dei lieviti è importantissimo,
contribuisce fortemente a dare al vino una dimensione espressiva
superiore; fondamentale il contributo scientifico che il Prof.
Massimo Vincenzini, dell'Università di Firenze sta dando a partire
dal 1994 a Case Basse, durante le fasi di prevendemmia, vendemmia e
vinificazione. Molto importante anche il lavoro di ricerca che sta
effettuando l'equipe del Prof. Mario Fregoni dell'Università
Cattolica di Piacenza sulle mutazioni climatiche e gli stress idrici
della vite, che stanno evidenziando come le vigne di Case Basse siano
molto resistenti e in grado di sopportare senza particolari difficoltà i
periodi di siccità. Nulla è lasciato al caso, in cantina si permette
all'acqua di filtrare, se ne sente il ticchettio lungo le pareti di
pietre, un modo assolutamente naturale di consentire la giusta umidità.
Le bottiglie bordolesi sono perfette per la conservazione del vino,
hanno la spalla larga rispetto alla base, l'incavo profondo, il collo alto,
il colore scuro che protegge dalla luce. Anche il sughero è
importantissimo, di elevata qualità, i tappi sono lunghi 5 cm., devono
essere in grado di durare per molti anni. In questa oasi, per la quale
offre un notevole contributo anche Graziella, che cura con passione il
giardino, utilissimo per l'ecosistema.
Tornare a trovare Gianfranco è
sempre un piacere, molti lo ritraggono come una persona difficile,
umorale, presuntuoso, un caratteraccio. Può darsi, certamente è
consapevole delle sue capacità, pretende molto da se stesso e, come
spesso accade, anche dagli altri, sa anche molto bene che uno come lui,
che si da regole ferree per raggiungere i suoi obiettivi, non può essere
molto gradito in un mondo dove certi principi vengono visti come
limitazioni e non come pregi, ma questo non è importante se non nella
misura in cui impone il distacco, l'autosufficienza. Del proprio vino e
delle proprie scelte si assume tutta la responsabilità. Così non c'è da
stupirsi se il suo Brunello di Montalcino è ancora oggi riconosciuto
come un punto di riferimento, una sicurezza, in Italia come all'estero.
Le vigne sono quelle, il sangiovese grosso, ovvero il brunello, è
l'unico a dimorarvi, perché una grande vigna vuole un grande vitigno.
Non ce ne sono molte, e questo a Montalcino lo sanno bene. Mercoledì
scorso dunque, una delle tante giornate piovose che hanno caratterizzato questa
fine d'autunno, sono tornato da Soldera, come al solito lungo il
tragitto mi sono fermato per scattare qualche foto, poche a dir la
verità perché la pioggia era piuttosto fitta. Mentre costeggiavo
Montalcino e prendevo la via che porta all'Hotel Bellaria in direzione
di Sant'Angelo, mi domandavo in che condizioni avrei trovato la strada
che conduce all'azienda, dimentico che, al contrario di quella che va da
Le Potazzine e Sanlorenzo, questa è asfaltata fin davanti casa. Lo
sterrato fiancheggia la vigna ed è l'unico punto dove si può
parcheggiare senza recare disturbo a chi transita. La motivazione della
visita? Degustare il Pegasos 2005, magari a tavola, come giustamente
preferisce sempre Gianfranco. Ma prima una bella chiacchierata, poi gli
assaggi in cantina. Ora, se a qualcuno non fosse ancora giunta
voce, in cantina niente sputacchiere, ci mancherebbe altro! Per fortuna
il vino lo reggo bene, e poi quando si tratta di assaggiare dalle botti
le varie annate di vino "atto a divenire Brunello", di sputare
quel vino non ci penso proprio. Si parte dalla botte n. 2 da 63,40 ettolitri,
annata 2008 da piante giovani, le sensazioni sono di grande
freschezza, si sente la menta, c'è una sapidità tutta minerale, manca
solo quella profondità e persistenza che arriva solo dalle viti adulte,
magari di 30 anni. Per Gianfranco, ovviamente, non ci sono dubbi che
queste uve non potranno divenire Brunello, salvo sorprese, perché il
vino è cosa viva, in continua evoluzione, non si sa mai. Andiamo alla
botte n. 7 da 57 hl, da vigne giuste, trentenni: altra pasta,
un'articolazione diversa, non c'è il fruttino fresco da vino giovane,
qui la trama si fa più fitta, complessa, di grande finezza, un
bell'impianto floreale fa da contraltare ad una ricchezza fruttata quasi
palpabile, netta la menta, sensazioni salmastre, macchia mediterranea,
al palato ti avvolge subito e ti sconcerta per il tannino levigatissimo
nonostante si stia assaggiando un infante, grande lunghezza e pulizia,
lo attende un futuro radioso. Si scende di un millesimo con la botte n.
30 da 60,7 ettolitri, la 2007 è stata un'annata difficile, sono
una selezione attenta poteva portare a questo risultato comunque
eccellente, sta tutto qui, in questa botte, quasi sicuramente, perché la
n. 13 da 50 hl non sembra allo stesso livello, il vino appare più
monolitico, meno elegante e complesso. Facciamo un altro passo indietro
verso una grandissima annata, la 2006, botte n. 9 da 85 hl:
fatico a parlare tanto sono rimasto affascinato dalla carica espressiva
di questo vino, la rosa, la viola, la ciliegia, l'onnipresente menta, il
timo, cenni di tabacco, tanta mineralità, bellissimo anche all'assaggio,
rotondo eppure vibrante, sapido, dal tannino vellutato, con quella
misura nell'alcol che è caratteristica di un vino nato per essere
elegante più che potente. Con la 2005, che a Case Basse è andata
benissimo, abbiamo l'esempio perfetto di cos'è un vino digeribile, la
misura è la sua grandezza, è succoso, fine, senza sbavature, di quelli
che a tavola ti rendono felice; riposa nella botte n. 11 da 75
ettolitri. Finiamo il giro con l'annata 2004, dalla botte n. 5 da 65
ettolitri: non credo sia solo merito del fatto che è quella più avanti
con la maturazione in botte, mi sembra piuttosto che questo millesimo
racchiuda in sé tutto quello che si può chiedere ad un vino, poco
importa stare lì a raccontare del pepe, della menta, del tabacco, delle
sensazioni terrose, non è rilevante, quello che più conta è che è
infinito, struggente, preciso in ogni sfumatura, non gli manca nulla,
sono certo che dopo l'affinamento in bottiglia sarà uno dei più bei vini
del 2004 che troveremo in circolazione...se faremo in tempo.
E il Pegasos? da dove viene? Come mai, visto che è un sangiovese 100%, non è un Brunello di Montalcino?
Un vino di serie b? Macché, ce ne fossero di Brunelli come questo! La
verità è che quando le cose non sono perfette, o meglio non rispondono
alla visione che Gianfranco ha del suo Brunello, non ci pensa due volte a
"declassarlo" a Igt. Lo aveva già fatto in passato con l'Intistieti, vi
ricordate? Nell'85 era uscito addirittura come vino da tavola. Ebbene,
il Pegasos 2005 è figlio di una botte che ha dato risultati leggermente
diversi, nonostante le uve provengano sempre dalla stessa vigna, l'Intistieti,
il cru di Case Basse. Perché? Precisiamo subito che non si tratta di una
seconda scelta di uve, assolutamente, non è nella filosofia del
produttore. Le motivazioni di questa differenza, ripeto molto leggera,
possono essere spiegate solo come un capriccio della natura, qualcosa
che sfugge al controllo umano; nell'uva ci sono centinaia di componenti,
magari qualche grappolo più maturo, o un equilibrio diverso delle varie
sostanze, la posizione di certe piante rispetto ad altre, le radici
appena meno sviluppate. Si può pensare qualsiasi cosa, ma rimane una
pura supposizione. Di fatto, in una botte dell'annata 2005, il processo
di maturazione è stato leggermente più veloce, tanto che dopo "solo" 32
mesi, Gianfranco ha deciso di passare il vino in bottiglia e di farlo
uscire come Igt. Solo lui poteva essere così rigoroso, perché vi
assicuro che l'unico limite che può avere il Pegasos è che
probabilmente, invece di 60 o più anni, ne durerà una quarantina. Ma a tavola quel limite,
ve lo assicuro, era del tutto irrilevante, la bottiglia si è esaurita
molto presto e ne abbiamo dovuta aprire un'altra; solo la consapevolezza
che poco dopo sarei dovuto tornare a casa mi ha impedito di continuare a
berne. Cosa che ho fatto prontamente il giorno dopo con mia moglie,
perché il vino di Soldera non si lascia al ristorante, mai!
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