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Era il mese di Settembre, nel regno armonioso di Bacco e Pan, le tosche
colline baciate dal sole, mostravano la loro serena bellezza. Nelle vigne degradanti
sino al pianoro, le turgide zocche bordate di verdi pampini, erano dolci e granite.
Beppe tornò da scuola eccitato per l'inattesa telefonata di Franco, un vecchio compagno di Liceo, emigrato in America a cercare fortuna. Ora possedeva a New York
un grande supermercato che gestiva col figlio.
Franco detto familiarmente Ciccio, prima di ripartire dall'Italia, voleva rivedere l'amico, noto e impenitente scapolone che alla fine si era sposato.
Quando all'ora di pranzo Ciccio arrivò, i due che non si vedevano da un trentennio,
si abbracciarono a lungo. Sapendolo un accanito fumatore, Franco portò a Beppe due stecche di Camel, alla moglie un fascio di orchidee e giocattoli ai figli.
In sala, la tavola era già preparata con la tovaglia di fiandra. I candelabri inglesi e le posate mostravano il loro argenteo splendore, i calici di cristallo brillavano tersi.
Un sobrio bouquet di roselline gialle ornava il centro tavola. L'unica nota stonata era la bottiglia di Pepsi Cola richiesta espressamente da Franco e posta davanti al suo piatto.
Per aperitivo sorseggiarono una bionda Vernaccia di San Gimignano. Finalmente
si misero a tavola. Ciccio si dimostrò una buona forchetta. I due amici intervallavano
il buon cibo ai romantici ricordi di gioventù. Prima che l'amico fosse arrivato Beppe
aveva scelto dalla sua cantina, per il dessert la Malvasia delle Lipari (passito ambrato e delizioso, addolcito al sole delle Eolie); come brindisi finale volle il mitico Moscato di
Noto, detto anche il Pollio (dal re di Siracusa Pollio Argivo). Plinio il vecchio diceva
che bevendo "l'haluntium," il dolce vino spandeva intatto l'afrore del mosto.
Per quel lieto giorno, Beppe immolò sull'altare dell'amicizia due bottiglie di Brunello
di Montalcino del 1971. Del pregiato tesoro ne conservava una decina. Per lui, l'anno ‘71
era stato fatidico, grazie alla nascita del figlio, dopo due bimbe. Quindi, stappare quelle preziose bottiglie, era come levargli un pezzo di cuore. Tuttavia con generosità, aveva messo a respirare" il rubro nettare degli dei" nella panciuta caraffa di cristallo, (degno
abito per il sangue porpureo del vino), affinché l'anima del sublime elisir potesse ossigenarsi e emanare la ricca fragranza. Dopo le succulente tagliatelle al ragù di cinghiale e prima dell'arrosto misto con patatine novelle, Beppe decantò i pregi del
vino principe di Montalcino, spiegando all'amico che il Brunello per l'intenso colore
rubino, per il caldo aroma, il sapore asciutto e armonico, si poteva paragonare al
limpido Falerno, che al tempo di Orazio si produceva in Campania ed era ritenuto
un ottimo e pregiato complemento sulle carni e la selvaggina.
L'americano assaporando di gusto un morbido boccone di agnello, ascoltò assorto e
paragonò il lauto pranzo ad una cena di Trimalcione. Poi, rivolto all'amico con sguardo ironico e furbetto disse: "Noto con piacere che sei sempre lo stesso epicureo "e prima
che l'altro potesse ribattere, declamò con voce baritonale la celebre frase oraziana:-
"Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus…" (Ora si deve bere e battere
la terra col piede sciolto dai ceppi..), non contento dell'effetto desiderato l'ospite incalzò, recitando esultante, un verso di Bacchilide:- " Lene tormento scalda, dai calici / effuso,
il core; penetra l'anima / di Venere il vivo desio / al licor di Dioniso compagno / Sublimi
i crucci dall'uom s'involano…"
La pronta risposta di Beppe non si fece attendere, versando il vino nel bicchiere di Franco, citò con palese orgoglio il verso composto da Orazio per lo scampato pericolo dalla caduta di un albero e declamato durante il pranzo in onore di Mecenate, prefetto di Roma:- " E oggi è l'anno, questo giorno di festa/ toglierà la pece che sigillava l'anfora / usa dal tempo di Tullo
a respirare fumo / Leva, Mecenate, cento coppe in onore / dell'amico tuo
salvo.
Poi Beppe, alzando il calice brindò con Franco e la famiglia, ma restò interdetto vedendo che Ciccio afferrata alla sua destra la bottiglia di Pepsi Cola, battezzò il sublime Brunello con una buona spruzzata. Per tale delitto di sordo palato e lesa maestà, Beppe attonito, tacque di colpo e fulminò l'amico con occhi dilatati. Riavutosi dallo stupore, per non urtarlo troppo, si strinse nelle spalle e da buon padrone di casa, abbozzò un sorrisetto di circostanza. Incrociò il calice con quello di Franco e brindò alla loro salda amicizia, come se nulla fosse accaduto. Del resto, era suo dovere, glissare sull'evento increscioso, finire il pasto in letizia, annegando la rabbia e l'onta subita nella morbida dolcezza di un trionfale Tiramisù.
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