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	<title>Esalazioni etiliche &#187; le souffle de la musique</title>
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	<description>tutto quello che potremmo dire sotto l&#039;effetto dell&#039;alcol</description>
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		<title>L&#8217;uragano Hiromi conquista Roma</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 07:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>RoVino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Classe 1979, un prodigio della musica, energia pura, voglia di giocare con le note e capacità di farlo alla grande, come pochi altri dalla notte dei tempi. Hiromi è l&#8217;emblema di cosa è un vero talento al confronto con un bravo artista. Animale da palcoscenico, totalmente priva di qualsiasi supponenza, l&#8217;antitesi dello scorbutico e problematico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3645" style="float: left; margin: 8px 10px 10px 0px; cursor: hand" title="hiromi_uehara" src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/2012/01/hiromi_uehara.jpg" alt="hiromi_uehara" width="470" height="705" />Classe 1979, un prodigio della musica, energia pura, voglia di giocare con le note e capacità di farlo alla grande, come pochi altri dalla notte dei tempi. Hiromi è l&#8217;emblema di cosa è un vero talento al confronto con un bravo artista. Animale da palcoscenico, totalmente priva di qualsiasi supponenza, l&#8217;antitesi dello scorbutico e problematico Jarrett. Basta guardarla come si dimena al piano, i versi che fa, impossibile non fare il parallelo con il celeberrimo pianista di Allentown e noti subito che le sue movenze esprimono gioia, voglia di vivere e divertirsi, mentre in Jarrett esprimono tormento, introversione, faticosa lotta.</p>
<p>Vedere un concerto come quello avvenuto sabato 28 gennaio nella sala Sinopoli dell&#8217;Auditorium Parco della Musica lascia il segno, ti rimette in pace con il mondo, ti fa dimenticare per una sera i tanti problemi quotidiani che ti tolgono il sorriso, le incazzature di una vita che dà sempre meno possibilità per essere vissuta come vorresti. Entri in un&#8217;atmosfera quasi surreale dove tutto è possibile, una tecnica mirabolante che non annoia bensì trascina e sbalordisce perché è asservita all&#8217;energia e ad una conoscenza della musica impressionante. Nella sua incredibile velocità dei fraseggi non puoi non ricordare il grande Art Tatum, nella totale indipendenza delle mani e nello straordinario senso ritmico torni ancora a Jarrett, ma anche a McCoy Tyner, Cecil Taylor e al suo mentore Ahmad Jamal. E nonostante la sua inarrivabile maestria rivela tutta la sua semplicità, il suo porsi al pubblico con una modestia che quasi ti imbarazza tanto ci sei disabituato. E&#8217; deliziosa persino quando legge alcune frasi in italiano, comprensibilissime, ma ammettendo le sue difficoltà con la nostra lingua.</p>
<p>La sala era piena, il concerto è iniziato come da programma alle 21, Hiromi non aveva mai suonato a Roma, il suo sguardo appena salita sul palco era quasi intimorito, ma è bastato che toccasse il piano, rigorosamente Yamaha, per intraprendere un emozionante viaggio fra le note, durato un&#8217;ora e mezza con due bis, l&#8217;ultimo dei quali è il suo cavallo di battaglia che ha girato il mondo: Tom &amp; Jerry Show, una sua composizione che metterebbe a dura prova molti pianisti anche blasonati. Ma quasi tutti i suoi brani hanno una struttura tecnicamente complessa, continui cambi di ritmo, velocità estrema, potenza sonora ma anche dei pianissimo praticamente perfetti. Ne sono un esempio Bqe, Choux à la crème, Cape Cod Chips ed altri brani tratti dal suo Cd &#8220;Place to be&#8221;. Ma Hiromi è una <img class="alignnone size-full wp-image-3647" style="float: right; margin: 5px 0px 10px 10px; cursor: hand" title="hiromi_uehara2" src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/2012/01/hiromi_uehara2.jpg" alt="hiromi_uehara2" width="400" height="267" />pianista completa, la tecnica è in realtà strumento per esprimere tutto il suo amore per la musica, che appare ad esempio nel toccante brano Sicilian Blue, nato da un suo recente viaggio nell&#8217;isola che l&#8217;ha fortemente emozionata.<br />
Credetemi, dopo aver visto e ascoltato questo prodigio di soli 32 anni, alla cifra modestissima di 18 euro, vi apparirà necessario ridimensionare tutte le vostre esperienze precedenti, e vi verrà automatica la domanda: com&#8217;è possibile che il concerto di un talento del genere costi solo 18 euro quando nel mondo della musica ci sono artisti modestissimi che, grazie a un perfetto supporto pubblicitario, a video magnificamente allestiti grazie all&#8217;abilità di registi famosi, a palcoscenici con effetti strabilianti, a cori e coretti, a ballerini e quant&#8217;altro, riescono a strappare dalle tasche di giovani e non solo cifre da capogiro. Hiromi era lì, sola con il suo pianoforte, un microfono, quattro spot di luce bianca e nient&#8217;altro&#8230;ed è stata pura magia.</p>
<hr /><small>Copyright &copy; 2008<br /> This feed is for personal, non-commercial use only. <br /> The use of this feed on other websites breaches copyright. If this content is not in your news reader, it makes the page you are viewing an infringement of the copyright. (Digital Fingerprint:<br /> )</small>]]></content:encoded>
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		<title>Una serata di grande musica con Brad Mehldau e Joshua Redman</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jul 2011 05:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>RoVino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non potevo proprio lasciarmi sfuggire, lo scorso 13 luglio, il ritorno a Roma di due colossi del jazz come Brad Mehldau e Joshua Redman. Avevo prenotato il biglietto qualcosa come tre mesi prima per assicurarmi un posto vicinissimo nella sala Sinopoli dell&#8217;Auditorium Parco della Musica di Roma. Forse la sala con l&#8217;acustica migliore, almeno per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3499" style="float: left; margin: 8px 10px 10px 0px; cursor: hand" title="redman_mehldau" src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/2011/07/redman_mehldau.jpg" alt="redman_mehldau" width="470" height="368" />Non potevo proprio lasciarmi sfuggire, lo scorso 13 luglio, il ritorno a Roma di due colossi del jazz come <strong>Brad Mehldau</strong> e <strong>Joshua Redman</strong>. Avevo prenotato il biglietto qualcosa come tre mesi prima per assicurarmi un posto vicinissimo nella <strong>sala Sinopoli dell&#8217;Auditorium Parco della Musica di Roma</strong>. Forse la sala con l&#8217;acustica migliore, almeno per quanto riguarda i piccoli gruppi (quello dell&#8217;acustica discutibile, in un&#8217;opera moderna studiata proprio per accogliere la musica di ogni genere, rimane davvero inspiegabile&#8230;).<br />
Nella Cavea, invece, ovvero l&#8217;anfiteatro posto appena fuori della struttura dell&#8217;Auditorium, la stessa sera suonava <strong>Elton John</strong>, e anche in questo caso, il fatto che nelle pause o nei momenti in cui i due musicisti in sala sussurravano le loro note, si cogliessero in modo abbastanza netto le canzoni di John (tanto che Mehldau e Redman hanno anche scherzato riprendendone brevemente il canto), la dice lunga sui limiti dell&#8217;Auditorium. Ma questa è un&#8217;altra storia.<br />
Quello che conta, invece, è che i due artisti, perfettamente rodati da esperienze effettuate insieme sin dagli anni &#8216;90, consolidate dai concerti in duo che stanno effettuando da almeno un paio d&#8217;anni, hanno raggiunto un livello qualitativo gigantesco. Potrei riassumere le loro diverse personalità con due parole molto semplici, sicuramente riduttive ma che a mio avviso ne indentificano l&#8217;aspetto dominante: genio (Mehldau) e istinto (Redman). Basta vederli sul palco per rendersi conto dei due diversi approcci, sia fisici che musicali. Il concerto è partito subito bene, senza tentennamenti né la necessità di &#8220;scaldarsi&#8221;, sono stati preferiti brani classici, fra cui ho colto Thelonius Monk e Bud Powell, ma anche uno stupendo <strong>The Nearness of You</strong> di Hoagy Carmichael e Ned Washington. I fraseggi di Redman sempre nitidi, a tratti trascinanti, ma anche struggenti all&#8217;occorrenza, hanno segnato l&#8217;intero concerto, la sua dimestichezza con il sax tenore è proverbiale, ma al soprano non è assolutamente da meno. Mehldau è un autentico tessitore di armonie, caratterizzato dalla straordinaria indipendenza delle mani che, e questo è uno dei suoi punti forti, si alternano spesso nel segnare la ritmica o il canto, con la massima disinvoltura.<br />
La ciliegina sulla torta, però, è stato uno straordinario bis nel quale i due musicisti hanno eseguito il mitico <strong>Hey Joe</strong> di <strong>Jimi Hendrix</strong>, un blues fantasticamente reinterpretato (scelta non casuale, vista la nota esperienza di Mehldau nell&#8217;avventurarsi in temi di artisti provenienti da culture musicali differenti, come <strong>Radiohead</strong>, <strong>Nirvana</strong>, <strong>Beatles</strong> ecc.).<br />
Unico rammarico la totale assenza di brani tratti da <strong>Highway Rider</strong>, forse il capolavoro di Mehldau, un doppio cd uscito l&#8217;anno passato, eseguito con Joshua e tanto di orchestra, in cui ha messo ulteriormente in evidenza le sue eccellenti doti di compositore.<br />
Una cosa però la devo dire, e qui mi ritrovo con lo scorbutico <strong>Keith Jarrett</strong>: accade ancora troppo di frequente che il pubblico romano (ma forse potrei dire italiano) abbia troppa smania di applaudire e ululare, tanto da non saper aspettare neanche la fine dei brani, cosa tutt&#8217;altro che corretta nei confronti dei musicisti. La musica è fatta anche di pause, silenzi, sfumature, e quando arriva a livelli così alti di emozione, interromperla è segno di scarsa sensibilità. Per non parlare delle foto scattate con i cellulari, mentre sei immerso nel concerto ogni tanto vedi partire un flash, magari da decine di metri di distanza. Possibile che nessuno abbia spiegato a questi signori che la portata di questi flash è di pochi metri, per cui utilizzarli è del tutto inutile? Eppure ad ogni inizio concerto c&#8217;è un&#8217;annunciatrice che dice di non scattare foto&#8230; ma la correttezza e il rispetto delle regole non è mai stato il nostro forte.</p>
<hr /><small>Copyright &copy; 2008<br /> This feed is for personal, non-commercial use only. <br /> The use of this feed on other websites breaches copyright. If this content is not in your news reader, it makes the page you are viewing an infringement of the copyright. (Digital Fingerprint:<br /> )</small>]]></content:encoded>
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		<title>G.G.: ieri avrebbe compiuto 72 anni&#8230;e ce ne avrebbe dette tante!</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 12:15:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>RoVino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[O forse no, in fondo aveva già detto tutto, ma pochi, i soliti, ne hanno fatto tesoro, per il resto la macchina continua a percorrere la stessa strada insensata, un unico imperativo: la crescita!
Il Pil è troppo basso, non si cresce abbastanza, non siamo allo stesso livello del resto d&#8217;Europa.
Ma di cosa stiamo parlando? Come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3323" style="float: left; margin: 8px 10px 0px 0px; cursor: hand" title="gaber" src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/2011/01/gaber.jpg" alt="gaber" width="390" height="500" />O forse no, in fondo aveva già detto tutto, ma pochi, i soliti, ne hanno fatto tesoro, per il resto la macchina continua a percorrere la stessa strada insensata, un unico imperativo: la crescita!<br />
Il Pil è troppo basso, non si cresce abbastanza, non siamo allo stesso livello del resto d&#8217;Europa.<br />
Ma di cosa stiamo parlando? Come mai non c&#8217;è nessuno, non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentalizzato, che dica: forse sarebbe invece il caso di fermarsi un attimo e domandarci se questo divario sempre maggiore fra ricchi e poveri, questo attribuire ancora più che in passato il massimo valore al denaro, alla produttività e al consumo come unici obiettivi di una società, non ci stia portando verso un baratro dal quale uscire diventa sempre più improbabile, visto che ancora non se ne prende profonda consapevolezza.<br />
Si può andare avanti accettando come normale il fatto che ci sia sempre più insofferenza, violenza, rabbia, miseria materiale ma anche e soprattutto interiore, quella stessa miseria che svilisce qualsiasi qualità umana, si può accettare che, nonostante la memoria del nazismo, continuino in gran parte del mondo ad esserci popolazioni che vengono massacrate senza che questo provochi alcuna indignazione e conseguente reazione?<br />
Non abbiamo imparato nulla dal passato e la ragione è molto semplice, l&#8217;uomo è profondamente malato, e come spesso avviene, non vuole prenderne coscienza, nega l&#8217;evidenza, sta lentamente facendo deserto intorno e dentro di sé ma finge di non accorgersene, addirittura ha iniziato da tempo un processo di autodistruzione, contaminando tutto intorno a sé e consumando tutto quello che il pianeta può offrire restituendogli in prevalenza monnezza. Ogni giorno spariscono decine e decine di specie animali e vegetali, per sempre, scompaiono etnie decimate dalla guerra e dalla fame, si prosciugano le risorse della terra non reintegrabili, si distruggono migliaia di ettari di alberi e potremmo fare elenchi infiniti di tutte le assurdità che si stanno compiendo, e ormai tutti sanno che a breve il problema dell&#8217;acqua arriverà anche da noi.<br />
Eppure sentiamo parlare solo di Pil e crescita, di produrre e consumare di più, a prescindere dal fatto se questo abbia portato reale benessere sociale, o solo materiale e solo per coloro che se lo possono permettere. Tutti i programmi politici sono incentrati su concetti analoghi, annullando le differenze essenziali per una società alternativa. Qualunque tentativo di reazione, che come sempre parte dal mondo giovanile, non trova mai sostegno da parte del mondo politico, ma neanche da parte della popolazione, che non vuole essere disturbata nel proprio sonno mortale, non vuole essere toccata nelle proprie illusioni. Meglio guardare un reality, che di reale non ha nulla, si sa ma fa parte del gioco, è molto rassicurante e ci permette di non fare nulla, ma proprio nulla, soprattutto di guardarci dentro per vedere se c&#8217;è rimasto ancora qualcosa di vitale, se magari ognuno di noi ha le proprie responsabilità e partecipa volente o nolente a questo sfacelo, di cui continua a negare l&#8217;evidenza.</p>
<p>Non riesco a non pensare a quello che è accaduto in Fiat, emblema del mondo di oggi. Come mai il dipendente viene pagato dopo aver svolto il proprio lavoro (e oggi non è neanche più sicuro di esserlo), mentre colui che dovrebbe far risorgere un&#8217;azienda che non sta certo male per colpa di quel dipendente, intanto intasca centinaia di milioni e poi si vedrà se riuscirà a produrre risultati concreti? Come mai nessuno, a destra come a sinistra, ha posto in evidenza che dovrebbe esistere anche un&#8217;etica del lavoro? E&#8217; normale che mentre un lavoratore è a rischio di cassaintegrazione, di vedersi chiudere l&#8217;azienda dove lavora, che non ha il salario minimo per poter mantenere la propria famiglia, dall&#8217;altra parte un solo uomo, può tranquillamente rimpinzarsi di denaro? E il mondo politico non dice e non fa nulla, semplicemente perché è abituato a fare altrettanto. E&#8217; il comportamento del bulimico, dell&#8217;obeso, di colui che, non sapendo nutrirsi e darsi reale piacere, finisce con l&#8217;accumulare quantità spropositate di denaro, di terreni, di case, sottraendole alla comunità, con l&#8217;illusione di un maggiore benessere, materiale come sempre. Ed è normale che il sacrificio per risollevare l&#8217;azienda debba gravare proprio su chi ha meno mezzi e possibilità? E&#8217; come per le tasse, c&#8217;è chi le paga, da sempre, e lo fa anche per gli altri, quelli ricchi che sanno come non pagarle. E questo è il lato economico, ma dietro c&#8217;è quello etico e dei valori di una società, che manca completamente, e che non sembra più far parte dei programmi del mondo politico.</p>
<p>E noi stiamo a guardare, e ci incazziamo se qualcuno fa casino, si ribella, perché magari ci ha rovinato l&#8217;auto o rotto la vetrina del negozio, ma non ci facciamo nessuna domanda, come se fossimo tutti individui a sé, completamente staccati dalla società, del resto la televisione e i media in generale promuovono lo scollamento sociale, l&#8217;individualismo, l&#8217;egoismo, l&#8217;esibizionismo, l&#8217;autocompiacimento. Peccato che nessuno si piace veramente, nessuno ha reale stima di sé, altrimenti non assisteremmo a questa sfilata di volti sfigurati, di corpi modulati sulla base di un immaginario collettivo di bellezza che non serve assolutamente a nulla, anzi, fa lo stesso effetto che fa il cabernet sui nostri vini, gli sottrae personalità e identità. E i nostri figli? Cazzi loro. Impareranno anche loro a fottersene degli altri, a non avere etica né valori, a fregare il prossimo, a usare qualsiasi mezzo pur di raggiungere il proprio scopo, e impareranno la menzogna, fino a crederla vera, esattamente come sta già accadendo ora.</p>
<p>Paradossalmente, è proprio l&#8217;America che sta dando dimostrazione di intenti che guardano a reali cambiamenti sociali, Obama parla di investire nell&#8217;istruzione, nel lavoro, di ridurre gli armamenti, di non dipendere più dai petrolieri, mentre noi continuiamo a preoccuparci solo della crescita, non tenendo conto di ciò che essa provoca: aumento delle disuguaglianze e delle ingiustizie, produzione di un benessere illusorio dato dai beni materiali, sviluppo di una società malata della propria ricchezza, disarmonica, incapace di passare dai beni materiali come unico obiettivo al bene sociale, che è tutt&#8217;altra storia.</p>
<p>Caro Giorgio, come sarebbe bello poter dimostrare che avevi torto.</p>
<p>Vi lascio con questo suo brano: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=_YnfTsWCyT4"><strong>Giorgio Gaber &#8211; La razza in estinzione</strong></a></p>
<hr /><small>Copyright &copy; 2008<br /> This feed is for personal, non-commercial use only. <br /> The use of this feed on other websites breaches copyright. If this content is not in your news reader, it makes the page you are viewing an infringement of the copyright. (Digital Fingerprint:<br /> )</small>]]></content:encoded>
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		<title>Scratch My Back: Peter Gabriel rivela la sua maturità interpretativa in un album memorabile</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 09:46:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>RoVino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una lunga pausa, che nel mondo musicale di oggi può spesso significare la fine di un mito, quando questo è costruito ad uso e consumo di una moda, ma con Peter Gabriel la faccenda è profondamente diversa. Da sempre questo grande artista ha lavorato per dare vita a musica di livelli altissimi, di quella che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3041" style="float: left; margin: 8px 10px 10px 0px; cursor: hand" title="gabriel" src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/2010/05/gabriel.gif" alt="gabriel" width="470" height="468" />Una lunga pausa, che nel mondo musicale di oggi può spesso significare la fine di un mito, quando questo è costruito ad uso e consumo di una moda, ma con <strong>Peter Gabriel</strong> la faccenda è profondamente diversa. Da sempre questo grande artista ha lavorato per dare vita a musica di livelli altissimi, di quella che anche dopo vent&#8217;anni hai piacere di riascoltare, riconoscendogli sempre una profonda attualità.<br />
Così, quando Peter decide di immergersi in un lavoro che nasce nel settembre 2008 dal desiderio di rendere omaggio a quelle canzoni che lo hanno più emozionato, diventando interprete di altri &#8220;creators of the song&#8221;, avviene un altro importantissimo passaggio della sua carriera, di quelli che lasciano il segno.<br />
Non è facile rievocare pietre miliari come &#8220;Heroes&#8221; di David Bowie e Brian Eno, &#8220;Philadelphia&#8221; di Neil Young, &#8220;The Power Of The Heart&#8221; di Lou Reed, &#8220;Street Spirit&#8221; dei Radiohead o &#8220;The Boy In The Bubble&#8221; di Paul Simon e Forere Motloheloa. Ci vuole grande maestria e un progetto nella testa, qualcosa che accorpi in qualche modo questi brani così diversi e li accompagni in un ambito nuovo, in un contesto dove il pathos raggiunga livelli altissimi, quei livelli dei quali Gabriel è forse il massimo maestro, grazie anche ad una spiccata sensibilità musicale e alle sue enormi esperienze di fusione con altre culture.<br />
In questo album Peter canta tutti i brani, cosa che non gli capitava da molti anni, sostenuto dagli arrangiamenti strepitosi di <strong>John Metcalfe</strong>, <strong>Nick Ingman </strong>e <strong>Will Gregory</strong>, e accompagnato dalla <strong>London Scratch Orchestra</strong> condotta da <strong>Ben Foster</strong>.<br />
Per come la vedo io &#8220;<strong>Scratch My Back</strong>&#8221; è una pietra miliare, uno di quei capolavori che non si può non avere nella propria discoteca e non si può non aver ascoltato, in condizioni di assoluta concentrazione e abbandono, a volume congruo.</p>
<p>Il primo brano, &#8220;<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=dcV0uTJ4Niw&amp;feature=related" target="_blank">Heroes</a></strong>&#8220;, è già uno splendido biglietto di presentazione, via la ritmica e ingresso di autentica poesia musicale e interpretativa in un crescendo orchestrale da brivido (per chi vuol fare un confronto ecco la <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=zQFuNHCMF2Y" target="_blank">versione originale</a></strong> di Bowie). Non si può non rimanerne folgorati. E&#8217; il segnale di un approccio diverso che si confermerà in ogni brano del disco, la sezione ritmica classica formata da basso,  batteria e percussioni, strumenti che in passato hanno avuto un ruolo preponderante nei lavori di Gabriel, viene eliminata a favore di un linguaggio musicale fatto di crescendo e diminuendo, di momenti essenziali in cui la voce roca e modulata dell&#8217;autore spazia libera.</p>
<p>Chi conosce &#8220;<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=kCCpyrJiNKs" target="_blank">The Boy In The Bubble</a></strong>&#8221; nella versione originale di Simon tratta dall&#8217;album <strong>Graceland</strong>, rimarrà sbalordito da questa <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=zvAJfXuEdOA" target="_blank">trasformazione</a></strong> eseguita da Gabriel, accompagnato nella prima parte dal solo pianoforte, al quale si aggiungono man mano gli archi. Un brano di grande delicatezza e fascino.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-3042" style="float: left; margin: 8px 10px 10px 0px; cursor: hand" title="gabriel2" src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/2010/05/gabriel2.gif" alt="gabriel2" width="470" height="429" />&#8220;<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=nMD7FIpq11Q" target="_blank">Mirrorball</a></strong>&#8220;, degli <strong>Elbow</strong>, gruppo musicale di Manchester nato nel 1990, viene a sua volta rielaborato (<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=l_qsGP6L9F0&amp;feature=related" target="_blank">ascolta</a></strong>) dando ampio spazio all&#8217;orchestra che gli dona una cadenza totalmente diversa e un volto nuovo, ricco di spunti interpretativi che si riallacciano anche alla musica classica.</p>
<p><strong>Bon Iver</strong>, alias Justin Vernon, è l&#8217;autore di &#8220;<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=LuQrLsTUcN0" target="_blank">Flume</a></strong>&#8220;, un delicato brano in stile country accompagnato dalla sola chitarra acustica e cantato in coro, qui diventa ancora una volta un&#8217;altra musica (<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=BdR3_fTDF4U&amp;feature=related" target="_blank">ascolta</a></strong>), le cui suggestioni ci riportano inevitabilmente alla sensibilità espressiva di Gabriel.</p>
<p>&#8220;<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=l3juuI2H3xY" target="_blank">Listening Wind</a></strong>&#8221; dei <strong>Talking Heads</strong>, per la precisione del leader <strong>David Byrne</strong> e di <strong>Brian Eno</strong>, è un esempio del loro stile musicale avanguardistico (dovete aspettare la fine di <strong>Seen and Not Seen</strong> per ascoltarlo), legato al punk rock, al funk e alla world music. Peter Gabriel sceglie un&#8217;esecuzione (<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=P5dMi9VOu0U&amp;feature=related" target="_blank">ascolta</a></strong>) totalmente diversa, per certi versi meno &#8220;rivoluzionaria&#8221;, ma dal pathos indiscutibile e ricco di fascino.</p>
<p>Il sesto brano è nientemeno che &#8220;<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=n_hbdAvYBUE" target="_blank">The Power Of The Heart</a></strong>&#8221; di Lou Reed, una bellissima composizione del 2008 che è stata utilizzata anche per promuovere la campagna di Cartier per la fame nel mondo. In questo caso Gabriel opta per un arrangiamento completamente diverso (<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=YwOP67XhCJM&amp;feature=related" target="_blank">ascolta</a></strong>) e la sua interpretazione assume un tono per certi versi più interiore, profondo, nel suo stile.</p>
<p>Con &#8220;<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=Pyp34v6Lmcc&amp;feature=fvst" target="_blank">My Body Is A Cage</a></strong>&#8221; degli <strong>Arcade Fire</strong>, una band canadese nata nel 2003, è forse il brano che ha subito la trasformazione più radicale (<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=MeFezGJF7mA&amp;feature=related" target="_blank">ascolta</a></strong>), assume dei toni assai più cupi, non solo nell&#8217;orchestrazione ma anche nel timbro di voce di Gabriel, più basso del solito e in netto contrasto con il crescendo musicale. Bellissimo, travolgente.</p>
<p><strong>Stephin Merritt</strong>, leader del gruppo statunitense <strong>Magnetic Fields</strong>, è autore dell&#8217;ottavo brano, &#8220;<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=jkjXr9SrzQE" target="_blank">The Book Of Love</a></strong>&#8220;, in classico stile country, accompagnato dalla sola chitarra. Gabriel, ovviamente, percorre una strada del tutto diversa arricchendolo con un arrangiamento orchestrale che gli dona una straordinaria poesia (<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=AE73E0O3TMU&amp;feature=related" target="_blank">ascolta</a></strong>), grazie anche alla sua eccellente interpretazione vocale.</p>
<p>&#8220;<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=J4c54PAzXrM" target="_blank">I Think It&#8217;s Going to Rain Today</a></strong>&#8221; è un noto pezzo di <strong>Randy Newman</strong> (Randall Stuart Newman), famosissimo cantautore statunitense di origine ebrea, classe 1943, eccellente compositore e arrangiatore, tanto che nella versione proposta in Scratch My Back (<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=yLPKhj-B5Eo&amp;feature=related" target="_blank">ascolta</a></strong>), Gabriel ha voluto che fosse proprio l&#8217;autore a riarrangiarla.</p>
<p>Con il decimo, bellissimo brano, &#8220;<a href="http://www.youtube.com/watch?v=_gdBvdN0Auc" target="_blank"><strong>Après Moi</strong></a>&#8220;, della cantautrice e pianista russa <strong>Regina Spektor</strong>, Peter Gabriel interviene nuovamente operando una profonda trasformazione, forte di una straordinaria orchestrazione, dando vita ad un pezzo emozionante (<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=4WaericOLJY&amp;feature=related" target="_blank">ascolta</a></strong>), fra i più belli di tutto l&#8217;album.</p>
<p>Dal bellissimo film &#8220;<strong>Philadelphia</strong>&#8220;, la cui colonna sonora ha girato tutto il mondo, grazie ad artisti del calibro di Bruce Springsteen e Neil Young, ricorderà sicuramente il <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=kmaCQ4-2T5I" target="_blank">brano</a></strong> dal titolo omonimo, scritto e cantato da Young. Qui Gabriel si presta ad un&#8217;esecuzione (<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=kicERnTrpPQ&amp;feature=related" target="_blank">ascolta</a></strong>) di grande rispetto, riarrangiata e toccante, fortemente intimista.</p>
<p>L&#8217;album si chiude con un noto brando dei <strong>Radiohead</strong>, &#8220;<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=APLOFNMIabM&amp;feature=fvst" target="_blank">Street Spirit (fade out)</a></strong>&#8220;, anche in questo caso fortemente reinterpretato, eviscerato della ritmica, notturno, profondo, accompagnato dal piano ed eseguito con una voce flebile e tremolante straordinaria, quasi una ninna nanna, bellissimo (<strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=Hkm-kpxesXU&amp;feature=related" target="_blank">ascolta</a></strong>).</p>
<hr /><small>Copyright &copy; 2008<br /> This feed is for personal, non-commercial use only. <br /> The use of this feed on other websites breaches copyright. If this content is not in your news reader, it makes the page you are viewing an infringement of the copyright. (Digital Fingerprint:<br /> )</small>]]></content:encoded>
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		<title>Ciao Gianni</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Aug 2009 18:22:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Taglioni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Autunno 1980, forse il 21 novembre. A quei tempi suonavo il sassofono, che avrei continuato a suonare fino al &#8216;95, per poi passare al flauto traverso. Matricola universitaria me ne andai a vedere un concerto jazz gratuito che si teneva presso l&#8217;aula magna dell&#8217;università &#8220;La Sapienza&#8221;. C&#8217;era l&#8217;orchestra di musica &#8220;leggera&#8221; della Rai, che annoverava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2294" style="float: left; margin: 5px 10px 0px 0px; cursor: hand" title="Gianni Basso"  src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/giannibasso1.jpg" alt="giannibasso" width="242" height="340" />Autunno 1980, forse il 21 novembre. A quei tempi suonavo il sassofono, che avrei continuato a suonare fino al &#8216;95, per poi passare al flauto traverso. Matricola universitaria me ne andai a vedere un concerto jazz gratuito che si teneva presso l&#8217;aula magna dell&#8217;università &#8220;La Sapienza&#8221;. C&#8217;era l&#8217;orchestra di musica &#8220;leggera&#8221; della Rai, che annoverava nel suo organico elementi quali Sergio Corvini e Oscar Valdambrini alla tromba (che <em>svisavano</em> da paura), il bravissimo e magrissimo Dino Piana al trombone (che <em>svisava</em> pure lui), e Livio Cerveglieri al sax. Presentava Marcello Rosa, nella doppia veste di presentatore ed ospite trombonista. Ospite d&#8217;onore della serata era Gianni Basso, anch&#8217;egli col suo sax: era anche il mio strumento e gli prestai molta attenzione. Rimasi impressionato dal timbro di voce che Gianni riusciva ad imprimere al suo sassofono, dalla sua velocità, dall&#8217;inventiva e dall&#8217;apparente facilità con cui faceva tutto ciò. Ad un certo punto si alzò un tizio che era seduto in platea, alto, robusto, barbuto e coi capelli lunghi, e si mise a suonare il clarinetto in mezzo a questi mostri di bravura: era Tony Scott, grande clarinettista americano nato da genitori siciliani emigrati in America.<br />
Tanti artisti, tutti insieme. Serata memorabile&#8230; grazie Gianni.</p>
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		<title>Christian McBride &amp; Inside Straight: tecnica, swing, ma manca ancora qualcosa</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jul 2009 15:49:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>RoVino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non ci sono dubbi, oggi la qualità artistica, la preparazione tecnica, la conoscenza profonda dei grandi maestri sono patrimonio di molti musicisti jazz, esteri come italiani. Ci sono anche vere e proprie perle, fenomeni capaci di estrarre dai loro strumenti tutto lo scibile, non ci sono angoli inesplorati. C&#8217;è però un elemento che nessuna scuola, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2199" style="float: left; margin: 5px 10px 10px 0px; cursor: hand" title="Christian Mcbride" src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/christian_mcbride.gif" alt="Christian Mcbride" width="303" height="463" />Non ci sono dubbi, oggi la qualità artistica, la preparazione tecnica, la conoscenza profonda dei grandi maestri sono patrimonio di molti musicisti jazz, esteri come italiani. Ci sono anche vere e proprie perle, fenomeni capaci di estrarre dai loro strumenti tutto lo scibile, non ci sono angoli inesplorati. C&#8217;è però un elemento che nessuna scuola, nessuna accademia potrà mai dare perché appartiene esclusivamente alla sfera delle esperienze personali, della sensibilità che distingue un grande artista da un bravo artista.<br />
Di sicuro oggi non mancano gli strumentisti preparati, gente che sa destreggiarsi con facilità in ogni situazione musicale e questo non è poco. La cattiva musica diventa fenomeno raro.<br />
McBride rientra sicuramente nella sfera dei grandi talenti, il suo modo di suonare è sicuro, il contrabbasso non ha segreti nelle sue mani, ogni fraseggio, pur con qualche compiacimento narcisistico, ha una sua ragione d&#8217;essere. Pensando a contrabbassisti del calibro di Charlie Haden, Charles <img class="alignleft size-full wp-image-2201" style="float: left; margin: 5px 10px 10px 0px; cursor: hand" title="Copertina cd &quot;Kind of Brown&quot;" src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/cd_mcbride.gif" alt="Copertina cd &quot;Kind of Brown&quot;" width="258" height="258" />Mingus, Scott LaFaro, Ron Carter, viene naturale constatare che McBride (che vanta esperienze con musicisti del calibro di McCoy Tyner, Sting, Freddie Hubbard, Dianne Reeves, Chick Corea, Pat Metheny ecc.) viaggia su un terreno espressivo forse ancora troppo goliardico, gli piace stupire con la velocità dei passaggi, al contrario di un Haden essenziale ma dal tocco commovente, di altissima poesia.<br />
Ecco, quello che non sono riuscito a percepire &#8211; magari è un mio limite &#8211; nel concerto di ieri sera alla <strong><a href="http://www.casajazz.it/" target="_blank">Casa del Jazz</a></strong>, in via di Porta Ardeatina a Roma, è questa capacità di elevazione, di approfondimento interiore che supera l&#8217;estro tecnico preferendo ad esso un linguaggio magari più scarno ma di grande intensità emotiva (mi viene in mente lo straordinario <em>&#8220;The Melody at Night, With You&#8221;</em> partorito da <strong>Keith Jarrett</strong> dopo quella lunga mallattiache lo aveva tenuto forzatamente lontano dalla tastiera). Forse, di quel gruppo composto da Steve Wilson al sax, Peter Martin al piano, Warren Wolf Jr. al vibrafono, Ulysses Owens Jr. alla batteria e McBride al contrabbasso, è proprio il sassofonista, guarda caso il più anziano, che mi è parso più in grado di toccare momenti alti, seppur mai del tutto liberati.<br />
Questo non sottrae nulla ad un concerto comunque validissimo, piacevole, vibrante, dove forse il momento più coinvolgente e appassionato è arrivato con una bellissima interpretazione di Sofisticated Lady di Duke Ellington.<br />
Il gruppo ideato da McBride, a titolo di cronaca, era incompleto, infatti il pianista &#8220;di ruolo&#8221; è Eric Scott Reed e il batterista Carl Allen, che potrete trovare, invece, nel cd che ha dato origine al concerto: <em>&#8220;Kind of Brown&#8221;</em>, dedicato al grande contrabbassista Ray Brown.<br />
Nel gruppo è emerso quello che, per me, era il maggior talento, ovvero il giovane vibrafonista Warren Wolf, grande agilità e scioltezza e una capacità di &#8220;trattare&#8221; lo strumento con assoluta padronanza.<br />
Del cd citato vi segnalo una chicca, l&#8217;ultimo brano <em>&#8220;Where Are You?&#8221;</em>, composto da Harold Adamson e Jimmy McHugh nel 1937 per il film <em>&#8220;Top of The Town&#8221;.</em></p>
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		<title>Brad Mehldau: quando jazz diventa un termine molto riduttivo</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jul 2009 11:46:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>RoVino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non lo nascondo, Mehldau è forse il pianista che in questo momento riesce a coinvogermi maggiormente, tanto che in due anni l&#8217;ho già visto e ascoltato 4 volte, tre da solo e una in trio. A volte c&#8217;è chi, inevitabilmente, tende a paragonarlo o a contrapporlo ad altri musicisti, primo fra tutti forse Keith Jarrett. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2194" title="Brad Mehldau" src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/brad_mehldau.jpg" alt="Brad Mehldau" width="470" height="346" style="float: left; margin: 5px 10px 10px 0px; cursor: hand" />Non lo nascondo, Mehldau è forse il pianista che in questo momento riesce a coinvogermi maggiormente, tanto che in due anni l&#8217;ho già visto e ascoltato 4 volte, tre da solo e una in trio. A volte c&#8217;è chi, inevitabilmente, tende a paragonarlo o a contrapporlo ad altri musicisti, primo fra tutti forse Keith Jarrett. Debbo dire che sicuramente delle cose in comune le hanno, ne ho avuto ancora più incisiva dimostrazione in numerosi momenti dell&#8217;ultimo concerto visto, domenica scorsa alla Cavea del Parco della Musica di Roma.<br />
In comune hanno, ad esempio, forti influenze classiche, la capacità di spaziare con destrezza tra diversi generi musicali, reinterpretandoli e strappandoli dalla loro natura originaria con grande maestria; una straordinaria indipendenza delle due mani e uno spiccato senso ritmico, la facoltà di farti entrare in un mondo emozionale complesso e variegato, la potenza e dinamicità della mano sinistra, certi fraseggi ed arpeggi ossessivi ecc.<br />
Così non c&#8217;è da stupirsi se Brad si diletta con brani come Teardrop dei Massive Attack o come Paranoid Android dei Radiohead, o ancora 50 ways to leave your lover di Paul Simon; difficile poterlo considera un jazzista sebbene in questa materia sia eccellente, soprattutto in trio, come del resto è sempre stato Jarrett.<br />
Una cosa è certa, non si può non rimanere coinvolti dal suo tocco e dall&#8217;incredibile pathos che in molte occasioni riesce a trasmetterti; però una critica mi sento di fargliela, troppe incisioni, davvero, che finiscono col fornire un panorama discografico con alti e bassi, non all&#8217;altezza delle sue reali qualità.</p>
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		<title>Wayne Shorter Quartet al Parco della Musica: una lezione di musica ad altissimo livello</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2009 10:17:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>RoVino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sicuramente il concerto che Wayne Shorter ha eseguito ieri sera all&#8217;Auditorium Parco della Musica, nella gremita Sala S.Cecilia, farà discutere. Premetto che le foto che vedete qui non sono mie, dato che non sono un fotografo professionista rispetto sempre le regole previste ai concerti: niente foto e cellulari spenti. Pertanto ritengo giusto segnalare l&#8217;autore (della prima, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1745" style="float: left; margin: 5px 10px 10px 0px; cursor: hand" title="Wayne Shorter Quartet a Roma nel 2006. Foto di Davide Susa" src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/wayne_shorter_quartet_roma2006_davide_susa.jpg" alt="Wayne Shorter Quartet a Roma nel 2006. Foto di Davide Susa" width="470" height="285" />Sicuramente il concerto che <strong>Wayne Shorter</strong> ha eseguito ieri sera all&#8217;<strong>Auditorium Parco della Musica</strong>, nella gremita Sala S.Cecilia, farà discutere. Premetto che le foto che vedete qui non sono mie, dato che non sono un fotografo professionista rispetto sempre le regole previste ai concerti: niente foto e cellulari spenti. Pertanto ritengo giusto segnalare l&#8217;autore (della prima, l&#8217;altra non so di chi sia), il bravo <strong>Davide Susa</strong>, che ha immortalato il gruppo nella precedente performance del 2006, sempre a Roma.</p>
<p>Farà discutere perché la musica di Wayne Shorter degli ultimi anni non segue più gli schemi e le dinamiche a cui bene o male sono tutti abituati. Non a caso si può dire che il concerto di ieri è stato un continuum, due esecuzioni lunghissime e senza alcun calo di tono, che hanno fatto spazientire forse qualcuno abituato a scaldare le mani più volte, quasi come fosse una necessità improrogabile applaudire le gesta di questo o quel musicista. Ma non c&#8217;era tempo per questo, il medley, se così possiamo chiamarlo, è ormai il leit motiv delle esecuzioni live di Shorter e del suo straordinario quartetto, composto da altrettanti leader dalla personalità carismatica: Danilo Perez al piano, John Patitucci al contrabbasso e Brian Blade alla batteria. Mostri sacri del jazz (ammesso che abbia ancora un senso collocare questa musica in un termine ormai fin troppo generico), che nonostante la loro trabordante maestria individuale, sono perfettamente capaci di legare magnificamente, di offrire al pubblico un saggio di musica &#8220;in quattro&#8221; e non eseguita da quattro, distinti, musicisti. E&#8217; il segno non solo di una rodatissima unione, che va avanti da quasi otto anni, ma anche di una comunione di intenti e di filosofie, perché la musica di ieri sera si assume un ruolo &#8220;alto&#8221; e allo stesso tempo &#8220;altro&#8221;, senza concessioni a virtuosismi gratuiti, a solismi da applauso, ma in totale armonia, con una base ritmica di straordinaria efficacia. Wayne Shorter, con i suoi quasi 76 anni e un&#8217;esperienza musicale fra le più incredibili della storia del jazz, che vanta collaborazioni con personaggi storici come Miles Davis, Art Blakey, Elvin Jones, McCoy Tyner, Joe Zawinul (con lui fondò nel 1971 il mitico gruppo Weather Report), Herbie Hancock, Dave Holland, con escursus in terreni musicali diversi con Joni Mitchell, Pino Daniele, Carlos Santana per citarne alcuni, ha raggiunto un livello di maturità sia compositiva che esecutiva che ha pochi confronti.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-1746" style="float: left; margin: 5px 10px 10px 0px; cursor: hand" title="wayne_shorter_quartet" src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/wayne_shorter_quartet.jpg" alt="wayne_shorter_quartet" width="252" height="352" />Ascoltare questo gruppo ieri sera è stato per me un segnale importante, un messaggio di attenzione, un richiamo alla sostanza e alla profondità delle cose, della vita, in totale contrapposizione con una realtà sempre più vuota, effimera, superficiale, priva di spessore. L&#8217;intero ciclo esecutivo mi è sembrato appartenere dal punto di vista compositivo esclusivamente alla mano di Shorter, ma non sono così preparato da esserne certo. Fra i brani eseguiti senza interruzioni ho riconosciuto Joy Ryder, composto proprio dal sassofonista nel lontano 1988, ma riproposto nel 2005 proprio con questo gruppo nell&#8217;album &#8220;Footprints Live!&#8221;,  e mi è sembrato ci fosse un accenno anche a Sanctuary, altro suo brano nato ai tempi di &#8220;Bitches Brew&#8221;, il disco della &#8220;svolta rock&#8221; di Miles Davis.<br />
Indubbiamente il percorso interiore di Shorter ha avuto un&#8217;influenza determinante nel suo stile dedgli ultimi dieci anni, e a questo proposito voglio ripproporvi un estratto da una bella intervista che <strong>Gianfranco Salvatore</strong> gli fece nel lontano 1995, ma che evidenzia proprio il tratto peculiare della personalità dell&#8217;artista e consente una ulteriore chiave di lettura della sua musica:<br />
&#8220;<em>Avevo già avuto la fortuna di intervistarlo anni fa a Parigi, e dunque ero preparato a quel modo spiazzante con cui, dietro un sorriso, riesce a capovolgere il senso delle domande che gli vengono poste. Con lui è come essere di fronte a un maestro Zen, sempre pronto ad aggiungere una centoduesima storia al repertorio. Non a caso Shorter si interessa da anni al Buddismo, praticandolo a modo suo, specialmente sul piano dialettico e della comunicazione interpersonale: quasi volesse indurre nel suo interlocutore un&#8217;illuminazione capace di mettere in crisi il modo di pensare della realtà comune, che per le filosofie orientali è solo un&#8217;apparenza. Contrario ad assoggettarsi alle convenzioni della storia &#8211; e delle cronache musicali, che ne fanno parte &#8211; il sassofonista, in un colloquio privato, preferisce sciogliere i normali rapporti di causa ed effetto nell&#8217;eterna ruota del karma, a cui fa spesso riferimento, divertendosi a far saltare in aria tutte le categorie prefabbricate, tutte le formulazioni preconcette. Non mi sono stupito, dunque, quando nella conferenza stampa tenuta a Roma il 21 settembre, alla domanda di un collega, che sperava di sapere da lui cosa gli avessero trasmesso cinque anni con i Jazz Messengers, altrettanti con Miles Davis e ben quindici con i Weather Report, ha risposto che per lui fu fondamentale il rapporto con il trombettista Lee Morgan, col quale discuteva quale tipo di pantaloni o di scarpe fosse più hip, più &#8220;figo&#8221;, e soprattutto l&#8217;insegnamento dei manager dei tre gruppi citati, da cui imparò tutto sulla contrattualistica musicale</em>&#8230;&#8221;.</p>
<hr /><small>Copyright &copy; 2008<br /> This feed is for personal, non-commercial use only. <br /> The use of this feed on other websites breaches copyright. If this content is not in your news reader, it makes the page you are viewing an infringement of the copyright. (Digital Fingerprint:<br /> )</small>]]></content:encoded>
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		<title>Esperanza Spalding, un animaletto da palcoscenico</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 14:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>RoVino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Auditorium Parco della Musica]]></category>
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		<category><![CDATA[Esperanza Spalding]]></category>
		<category><![CDATA[jazz vocalist]]></category>
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		<description><![CDATA[Viene una naturale diffidenza nel leggere le presentazioni dei concerti, ve lo immaginate un articolo che propone un artista parlandone male? E chi ci andrebbe! Conviene fidarsi del proprio istinto e osservare il musicista anche attraverso le immagini che lo ritraggono, si possono intuire molte cose. Ad esempio che Esperanza Spalding, ventiquattrenne di Portland, nell&#8217;Oregon, ha un&#8217;espressione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-1544" style="float: left; margin: 5px 10px 5px 0px; cursor: hand" title="Esèperanza Spalding" src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/esperanza_spalding2.jpg" alt="Esèperanza Spalding" width="470" height="376" />Viene una naturale diffidenza nel leggere le presentazioni dei concerti, ve lo immaginate un articolo che propone un artista parlandone male? E chi ci andrebbe! Conviene fidarsi del proprio istinto e osservare il musicista anche attraverso le immagini che lo ritraggono, si possono intuire molte cose. Ad esempio che <strong>Esperanza Spalding</strong>, ventiquattrenne di Portland, nell&#8217;Oregon, ha un&#8217;espressione che trasmette energia, limpidezza, gioia di vivere, che sono già elementi a suo favore, ma si scopre anche che il suo corpo esile ma armonioso sembra nato per stare sul palcoscenico, il suo rapporto con il contrabbasso è assolutamente fisico, non è escluso che la notte lo tenga sotto le coperte. Insomma, ieri sera sono andato al Teatro Studio, la piccola sala dell&#8217;Auditorium Parco della Musica di Roma dove verrebbe da pensare che finiscano gli sfigati, quelli di &#8220;serie b&#8221;, e invece questa ragazza, accompagnata da un divertente quanto bravo <strong>Otis Brown III</strong> (non Briwn come hanno scritto sulla presentazione) alla batteria e da <strong>Leonardo Genovese</strong> alle tastiere, si è dimostrata un vero talento, ha cantato e suonato divinamente con una naturalezza disarmante, scaldando velocemente l&#8217;atmosfera della sala.<br />
Che sia un giovane prodigio musicale se ne sono accorti in molti, a partire dai numerosi musicisti che l&#8217;hanno voluta al loro fianco, come <strong>Pat Metheny</strong>, <strong>Joe Lovano</strong>, <strong>Stanley Clarke</strong>, <strong>Patti Austin</strong>, il noto batterista <strong>Horacio &#8220;El Negro&#8221; Hernández</strong>, il sassofonista <strong>Donald Harrison</strong> e molti altri. Ma Esperanza è già matura per comportarsi da leader e lo ha dimostrato ampiamente anche in occasioni passate a Perugia e Roma. Il suo album d&#8217;esordio <strong>Junjo</strong>, ha evidenziato subito una personalità spiccata e uno stile originale, oltre a delle ottime qualità come compositrice. Ieri mi ha stupito per l&#8217;estrema facilità con cui riusciva a differenziare i fraseggi con la voce e il contrabbasso, strumento dove in alcuni tratti mi ricorda <strong>Eddie Gomez</strong>, bassista che seguivo e adoravo ai tempi del trio con <strong>Bill Evans</strong>.<br />
La sua concezione di trio (anche se in verità doveva essere un quartetto, ma il chitarrista non è venuto) è tutt&#8217;altro che standard, il modo di comunicare fra loro, i fraseggi, l&#8217;abbandono del solito cliché che vede ogni strumentista fare il proprio assolo ad ogni brano, l&#8217;interpretazione si jazzistica ma del tutto aperta a nuove sfaccettature, rendono il suo lavoro di assoluto interesse. Segnatevi quest&#8217;artista, perché la prossima volta che verrà a Roma, l&#8217;aspetta la sala Santa Cecilia, a pieno diritto.</p>
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		<title>Con Giovanni Allevi si diventa tutti più buoni&#8230;anche al Senato</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Dec 2008 08:39:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>RoVino</dc:creator>
				<category><![CDATA[le souffle de la musique]]></category>
		<category><![CDATA[Concerto di Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Allevi]]></category>
		<category><![CDATA[Senato della Repubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci vorrebbe un Giovanni Allevi in ogni parte del mondo, non come un nuovo Messia, no, ma come portatore di gioia, voglia di vivere e comunicare con il prossimo. Si, perché al di là di giudizi positivi o negativi che si possono dare sul suo lavoro e su certe enfatizzazioni delle sue qualità musicali, il musico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/giovanni_allevi.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1521" style="float: left; margin: 5px 10px 5px 0px; cursor: hand" title="Giovanni Allevi" src="http://www.lavinium.com/laviniumblog/wp-content/themes/tma/images/uploads/giovanni_allevi.jpg" alt="" width="444" height="336" /></a>Ci vorrebbe un Giovanni Allevi in ogni parte del mondo, non come un nuovo Messia, no, ma come portatore di gioia, voglia di vivere e comunicare con il prossimo. Si, perché al di là di giudizi positivi o negativi che si possono dare sul suo lavoro e su certe enfatizzazioni delle sue qualità musicali, il musico e filosofo Giovanni Allevi, nato ad Ascoli Piceno sotto il segno dell&#8217;ariete 39 anni or sono, ha il potere di trasmettere sensazioni che molti hanno dimenticato.<br />
La semplicità, la comunicativa diretta e senza filtri, che lascia vedere con chiarezza la sua anima pura, fatta di note e di passione, fortemente emotiva e sensibile, timida, piena di energia quasi incontrollabile, il suo linguaggio che guarda alla gente comune, privo di accademica pomposità e di fin troppo frequenti atteggiamenti di distaccata superiorità, fanno di Giovanni Allevi un personaggio fortemente positivo e necessario.<br />
Il suo successo trova forti motivazioni non solo nella musica ma proprio nel suo potere comunicativo, guardandolo, ascoltandolo, seguendo il suo gesticolare a tratti frenetico a tratti armonioso, si percepiscono le sue intenzioni sincere, aperte, la voglia di comunicare amore attraverso la muscia, ma in una modalità straordinariamente alla portata di tutti. Come lui stesso afferma: &#8220;<em>Stiamo tornando nel Rinascimento italiano, dove l&#8217;artista deve essere un po&#8217; filosofo, un po&#8217; inventore, un po&#8217; folle, deve uscire dalla torre d&#8217;avorio e avvicinarsi al sentire comune</em>.&#8221;.<br />
Niente di più vero e necessario, in un&#8217;epoca fra le più cupe di tutta la storia dell&#8217;uomo, dove il lavoro è stato progressivamente privato del suo nobile destino, assoggettato ad una cieca e inutile iperproduttività orientata prevalentemente al consumismo sfrenato, dove le persone sono strumenti, oggetti da spremere ed eliminare quando non servono, spesso privati della dignita di uomini. Dove il sentimento, la propria intimità, le vicissitudini famigliari sono diventati fenomeni di piazza, da spiattellare in televisione e spacciare per realtà, come cosa del tutto normale.<br />
Ma soprattutto un mondo che non sa più comunicare con i giovani, un mondo sempre più vorticoso e incapace di equilibrarsi, il cui messaggio sembra dire &#8220;non fermate il mondo, ho troppa paura di scendere&#8221;.</p>
<p>Giovanni Allevi, dunque, è arrivato sulla Terra quasi come un alieno, per alcuni fastidioso e incomprensibile, eppure maledettamente umano, tanto da riuscire a rimuovere polvere e ragnatele persino dagli incartapecoriti personaggi del mondo politico. Così, al tradizionale Concerto di Natale che si è svolto nell&#8217;Aula di Palazzo Madama al cospetto del Presidente del Senato Schifani, del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, del Presidente della Camera Gianfranco Fini, del Presidente della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick, dei Vicepresidenti del Senato Rosi Mauro, Vannino Chiti, Emma Bonino, dei ministri Angelino Alfano con la moglie, Umberto Bossi accompagnato da tutta la famiglia, Maurizio Sacconi, Altero Matteoli, Elio Vito, Roberto Calderoli, degli ex Presidenti del Senato Nicola Mancino e Franco Marini, del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta con la moglie, del Presidente della Rai Claudio Petruccioli e del direttore della prima rete Fabrizio Del Noce, del procuratore antimafia Piero Grasso e della nipote di Giacomo Puccini signora Simonetta, più cinquanta fortunati giovani studenti invitati dal Senato, Giovanni Allevi ha fatto vibrare l&#8217;aula con la sua musica e quella di Giacomo Puccini (non Giovanni, come molti erroneamente hanno scritto).<br />
Ora, mi trattengo dall&#8217;esprimere la mia opinione sulla musica di Allevi, che a mio avviso è ancora troppo &#8220;in divenire&#8221;, bisognosa di trovare un percorso più personale e maturo, rimane il fatto che questo giovane (ma non tanto) artista ha la capacità di &#8220;rimettere a posto le cose&#8221;, di ridare ai sentimenti il giusto valore, di saper essere semplice, diretto, comunicativo, in poche parole di arrivare al cuore di molti giovani (non tutti ovviamente, non mancano altrettanto numerosi detrattori) con un messaggio pulito, vero, emozionale, totalmente distante dalle falsità del nostro vivere quotidiano.</p>
<hr /><small>Copyright &copy; 2008<br /> This feed is for personal, non-commercial use only. <br /> The use of this feed on other websites breaches copyright. If this content is not in your news reader, it makes the page you are viewing an infringement of the copyright. (Digital Fingerprint:<br /> )</small>]]></content:encoded>
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