pippo: ciao
pluto: che fai?
pippo: mi sto dedicando alle letture ed appena torna il mio socio gli scrocco un passaggio a casa, che non sono ancora guarito dal piccolo attacco influenzale. Ho appena letto l’editoriale di Macchi, leggilo anche tu
pluto: si è quello che stavo per fare ora, ciao
pluto: ho letto quello sul primitivo di manduria. vabbé ma che macchi se n’è accorto adesso? Sono anni che progressivamente stanno modificando tutti i disciplinari sostituendo frasi e termini più restrittivi con espressioni dichiaratamente più “aperte”. è ovvio che tutto il mondo è paese e nessuno resta a guardare. tipicità e territorialità un cavolo, non dipende dal 15% o meno, ma dall’assurda crescita di vigneti in zone dove la tipicità te la puoi scordare. Logicamente nessuno, dove conviene, rinuncia ai suoi ettari, quindi bisogna allentare i limiti.
pippo: ma l’ha scritto Porcelli, se non sbaglio, comunque
pluto: si, va bene, però io non capisco come fanno a non rendersi conto che non è nel disciplinare restrittivo che si garantiscono certe caratteristiche ma nelle zonazioni applicate realmente, e nell’espianto delle vigne dai posti sbagliati. Il punto cruciale è questo. Ora, se non si può imporre l’espianto, ad esempio a Montalcino, è ovvio che prima o poi il disciplinare si dovrà cambiare, perché il sangiovese da brunello non si può fare su 2000 ettari. 500 è grasso che cola…
pippo: Penso sia un’insieme di sangiovese in purezza nei pochi terroir giusti a tirar fuori il vero, autentico Brunello, ma questo vale in molte altre denominazioni. Ovvio che il successo commerciale ha fatto si che le maglie si allargassero, come in langa.
pluto: infatti. allora perché continuare a difendere un disciplinare che non può asservire al sistema vigneto? Le due cose si devono parlare, altrimenti non serve a niente. Al momento si sta piegando i disciplinari in modo da garantire un livello medio più adeguato di produzione vinicola, ma a scapito del territorio. c’è un’altra via praticabile?
pippo: Ora come ora sarebbe impossibile far diminuire i confini della denominazione, taglieresti fuori tantissimi produttori, ci sarebbe la rivolta. La via migliore chiedi? Difficile. Se fossi Soldera, potrei permettermi di uscire dal disciplinare, stile Montevertine, ma se fossi Le Potazzine, non uscirei.
Comunque, purtroppo, il problema di fondo è che il concetto di DOC o DOCG non può andare d’accordo con una produzione semi-industriale o industriale. Punto. Se fai volumi puoi ottenere una certa correttezza formale del vino ma non il terroir. Questo vale per ogni prodotto commestibile. Il problema è stato aver voluto usare le DOC come dei brand aziendali.
pluto: già. ora, appurato che non si può cancellare dalla produzione tanti produttori, appurato che mantenendo i disciplinari rigidi, si arriva ad un calo della qualità sempre maggiore, appurato che i taroccamenti sono l’unico modo al momento per fare vini che piacciano laddove il terroir non è all’altezza, che vogliamo fare?
pippo: Dare un segnale uscendo in toto dal disciplinare e rientrarci solo e soltanto se i limiti territoriali vengono ridisegnati, cosa che non avverrà mai. Oggi come oggi per uno come Soldera o gli altri 5/6 che fanno veri vini lì, stare sullo scaffale a fianco di Brunelli, magari in purezza, ma indecorosi, è uno sputtanamento
pluto: si, ma io ho detto cosa vogliamo fare, non cosa non faremo, esprimi un tuo pensiero, rinunci?
pippo: Cosa dobbiamo fare noi come comunicatori intendi?
pluto: no, cosa dobbiamo fare come produttori, secondo te, qual è l’alternativa praticabile alla brutta piega che ha preso il vino italiano
pippo: Avere il coraggio di dire: fare un vino di territorio e fare un vino industriale insieme è impossibile. Ergo, se non c’è la volontà di ritornare al concetto originario di denominazione, di tutele di un prodotto tipico, con determinate caratteristiche, che possono anche non piacere, noi usciamo dalla denominazione e lo vendiamo come vino da tavola
pluto: quindi ci dovrebbe essere una rottura fra chi fa il vino secondo regola e chi no?
pippo: Partiamo dall’inizio. Quando è stata messa su carta la denominazione Brunello, i confini erano quelli giusti per il sangiovese lì oppure erano già sbagliati sin dall’inizio?
pluto: non era possibile saperlo con certezza, anche Rivella quando è arrivato a Sant’Angelo si è portato fior di esperti per valutare il territorio, ma con il sangiovese non si può giocare d’anticipo, per cui avrebbe dovuto successivamente ridurre fortemente la produzione di Brunello a vantaggio di Moscadello e Sant’Antimo, ma come sappiamo sono di fatto due flop dal punto di vista dell’interesse del mercato, ecco perché tutti si tengono stretto il Brunello. Uscire dalla denominazione? Impossibile, significherebbe che i taroccatori continuano a sfruttare il marchio mentre gli altri avrebbero vini anonimi, ciascuno con un nome diverso, non è più tempo di supertuscan
pippo: Ma infatti, oggi, dato che lì il nome Brunello di Montalcino DOCG è diventato sinonimo di successo come avere Dolce e Gabbana su una cintura, uscire dal disciplinare, per la maggior parte, significa il suicidio commerciale. Per alcuni, che fanno piccole produzione e sono unanimemente considerati i leader, non ci sarebbero invece problemi penso. Uno compra Salvioni perchè e lui a fare un grande vino, non perchè è dentro il disciplinare. Guarda Montevertine, scusa: forse uno dei chianti più territoriali che esistano, che usa un uvaggio antico addirittura nel pian del ciampolo, eppure successo ne ha anche se in etichetta non c’è scritto chianti, nome forse ancor più brandizzato del brunello
pluto: si, ma sono casi singoli, troppo pochi per incidere su scelte che coinvolgono migliaia di aziende. Cos’altro si può fare? e si può fare davvero qualcosa?
pippo: Per non arrendersi, perché in effetti uscire dal disciplinare equivarrebbe un po’ ad una resa, del tipo “chi si estranea dalla lotta è un gran figlio di mignotta”, allora bisogna innestare un lento e profondo cambiamento a partire dalle guide probabilmente. Quindi a partire dalla critica. Altra matassa mica da ridere.
Difficile però, perché gli interessi commerciali e pubblicitari fanno si che le guide esistano solo se non parlano male di certi vini, questa la mia impressione. però, anche se non l’ho ancora sfogliata, mi sembra, per esempio, che l’Espresso quest’anno abbia avuto coraggio nel segnalare vini che erano scomparsi dalla critica importante di settore.
Comunque mi sembra che tu voglia arrivare a qualcosa che hai già in mente, vero?
pluto: ma, non so, mi frullano un po’ di cose ma ancora confuse.
pippo: Si, sai cos’è. Il discorso è lungo e profondo e tocca argomentazioni concettuali di base che vanno al di là del sangiovese in purezza si, sangiovese in purezza no.
pluto: certo, ma da quello che ci siamo detti traspare
pippo: Ti faccio un esempio: ieri sera ho comprato un etto e mezzo di crudo in un supermercato. Gli ho chiesto: dolce per favore, al fiocco se possibile, non all’inizio. Ed il salumiere mi fa “il San Daniele è solo all’inizio, le dò il Parma”. Ok gli ho detto. Indecoroso! Salato, secco con un sapore dozzinale ed anonimo. Ora, era certificata dal consorzio del Parma quella coscia! C’è un disciplinare che dice come deve essere il prosciutto crudo Parma! E non è certo quello il sapore!
Ora, quale è il problema? Che non fanno controlli, che ci sono produttori che taroccano?
Può essere, ma il vero problema è che abbiamo insegnato alla gente a chiedere Il Parma e non un crudo generico con tanto di bombardamento mediatico, ma non abbiamo insegnato loro la cosa più difficile e che commercialmente non va bene. Cioè a sapere qual è il vero sapore, profumo e gusto del crudo di Parma. Se trasponi il tutto sul vino è la stessa cosa.
pluto: bravo, è proprio questo il punto. tutti vogliono il lardo di colonnata e noi glielo diamo facendogli credere che lo sia, tanto non sanno qual è il suo vero sapore e aspetto.
pippo: Questo lavoro di educazione al gusto, di formazione etc…chi lo deve fare? Ma soprattutto lo hanno veramente fatto o si sono piegati agli interessi economici di chi invece ha sfruttato ben bene la denominazione oramai diventata Brand Aziendale?
pluto: non si tratta solo di educare al gusto, ma di far capire che non tutto è a disposizione di tutti, l’abolizione dei cicli stagionali degli alimenti ha fatto danni enormi. Oggi tanti non sanno più o non hanno mai saputo qual è la frutta di stagione, quali ortaggi, come è fatto un vero pollo, ecc.
pippo: giusto, anzi, giustissimo
pluto: vabbé, fermiamoci qui, anche perché di cose da dire ce ne sarebbero davvero tante.
pippo: ok
pluto: ciao, alla prossima
pippo: ciao
Sono d’accordo. Il problema sarebbe quello di far capire ai consumatori che non si può sempre trovare tutto, in barba ai cicli stagionali. Oggi si mangiano sempre le stesse cose, sempre presenti sui banconi delle botteghe, belle come il sole, ma senza un’anima.
D’altronde chi viene bombardato giornalmente da “I 4 salti in padella” che domande mai si potrà porre se il vino o il cibo che sta degustando è espressione del territorio oppure no?!
Saluti. Giovanni
Ma di una sana zonazione, ad esempio a Montalcino, che ne pensate? Invece di escludere (tanti) produttori dalla denominazione, si potrebbero, al contrario, definire i vigneti di maggior pregio lasciando così il diritto di produrre un Brunello di seconda classe agli industriali o ai meno baciato da madre natura, mentre gli altri potrebbero esporre in etichetta, con orgoglio e correttezza, la superiorità del terroir di provenienza del proprio vino.
Certo Emiliano,
è quello che ci si aspetterebbe da gente che sa guardare con intelligenza al futuro, ma non mi pare, almeno finché avremo al Consorzio gli attuali rappresentati, che ci sia un simile progetto.
Ciao Roberto,
tutti i problemi che metti in campo sono veri ma di difficilissima attuazione. Difficilissima è eufemismo spinto perchè togliere ettari a denominazioni di prestigio come il Brunello sarebbe come togliere il pacchetto di maggioranza di Mediaset a Berlusconi. Da una parte credo quindi che sia più semplice lavorare con quello che hai in casa e quindi evitare intanto allargamenti ad altre uve di DOC come quella del primitivo (tra l’altro mi pare sia stata respinta dai produttori). A qualcuno potrà pure sembrare un modo di svuotare il mare con il colino ma pensa un po’ al MOSE a Venezia e capirai quanto sforzi titanici portino, alla fine, a ben poco. Usiamo quello che abbiamo quindi, sperando che una futura educazione alimentare porti quei benefici che tutti vorremmo. Sul caso Montalcino in particolare e rischiando di contraddirmi, credo sempre che la zonazione migliore nel “migliore dei mondi possibili” sarebbe quella che si otterebbe aprendo il disciplinare ad altre uve e creando così il Brunello di Serie A e quello di Serie B(con altro dentro). Fermo restando un’analisi “cazzuta” che stabilisca il 100% di sangiovese in modo irreprensibile.
Il problema e’ di piu’ ben complessa natura. Magari ci fosse solo a livello enologico ma e’ facilmente riscontrabile in tutti i settori ed e’ dovuto sempre allo stesso motivo….la speculazione. Naturalmente l’unica arma per mettersi al riparo e’ il buon gusto ed un ottimo portafoglio.