Era quasi inevitabile che il tam-tam mediatico che ha coinvolto giornali, wine blogger, televisione, sulla delicata questione delle indagini della procura di Siena su probabili irregolarità da parte di sempre più numerosi produttori di Brunello di Montalcino, avrebbe avuto ripercussioni ben oltre il circondario ilcinese. La questione dei vitigni “non conformi” al disciplinare e la consapevolezza che anche le analisi di laboratorio più moderne presentano un margine d’errore, per quanto piccolo, che va considerato quando, come nel caso del Brunello, si dovrebbe rilevare nel vino la presenza del sangiovese al 100%, margine d’errore che, in vigna, può essere attribuito anche a vivaisti “distratti”, sta cominciando a dare i suoi effetti.
Proprio ieri, infatti, sono stati pubblicati sulla G.U. due decreti che sanciscono la nascita della Docg Dolcetto di Ovada Superiore (o semplicemente Ovada) e la revisione della Doc Dolcetto di Ovada. Stiamo parlando, per chi non la conoscesse, di una delle numerose denominazioni piemontesi che prevedono la produzione di un vino con l’utilizzo di uva dolcetto al 100%.
“E allora? Cosa c’è di strano?” qualcuno si chiederà. Apparentemente niente, se non fosse che per la prima volta è stato inserito nel disciplinare Doc un breve ma estremamente chiaro paragrafo sulla base ampelografica del Dolcetto di Ovada che recita: “Dolcetto al 100%. Tuttavia è consentito che nell’ambito dei vigneti siano presenti, fino ad un massimo del 3%, i vitigni non aromatici ritenuti idonei alla coltivazione dalla regione Piemonte“.
Paragrafo che, in modo piuttosto arguto, non è stato aggiunto nel disciplinare dell’Ovada Superiore.
Allora l’Ovada Docg rimane dolcetto 100%? Attenzione, riflettete un attimo, sulla carta si, ma come si fa a “garantire” che nel vino non ci sarà neanche quel 3% consentito nella doc, quando i vigneti si trovano all’interno dei confini aziendali? Perché mai si è sentita la necessità di introdurre questa furbesca novità?
Se la ragione fosse “per evitare che, a causa di errori dei vivaisti, un giorno arrivino i controlli e rilevino irregolarità nei vigneti“, allora questo rischio riguarda anche la Docg e, per logica conseguenza, tutti quei vini che sono ottenuti da monovitigno.
Questo paragrafo alquanto subdolo, da una parte introduce il beneficio del dubbio, dall’altra consente in una certa misura di pararsi da eventuali indagini, ma soprattutto apre la porta ad un metodo di comportamento che, ne sono sicuro, vedremo allargarsi a macchia d’olio, metodo che in un modo o nell’altro sancisce che non può esistere un vino fatto solo con un vitigno.
“Perché loro si e noi no? Anche noi vogliamo tutelarci da eventuali errori in vigna”. Chi sarà il prossimo? Si accettano scommesse.
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