E’ stata quasi liberatoria l’ascesa al vulcano. Dopo giorni di osservazione del gigante dai vigneti, passeggiando tra i filari ad alberello dei versanti est e nord, la voglia di salire cresceva quotidianamente. E mentre Roberto si apprestava a tornare a casa, riattraversando lo stretto, ma soprattutto sfidando l’assurdità della Salerno-Reggio Calabria, il gruppetto di produttori e giornalisti rimasti in terra etnea (giunti a Milo per il convegno all’interno della manifestazione ViniMilo) si è concesso una gita ai 3000 mt, prima di ripartire in serata. Se i giorni trascorsi tra alberi di castagno e vigneti ad alberello, tra i 600 ed 1000 mt (e più) mi avevano immerso in un’atmosfera unica, calcare il suolo lunare e marziano delle cime dell’Etna mi ha catapultato nella sfera dell’ingnoto. Sole accecante, vento gelido, suolo tiepido. Il desiderio di ritornarci stampato nel cervello: per raggiungere la cima o addirittura per sciare d’inverno con alle spalle il cono fumante e davanti il mare.
PS: per un mezzo trentino, innamorato perso delle Dolomiti, sentirsi dire da una guida locale: “Avete qualcosa per coprirvi? Vestiti così non vi porto!” confesso che è stata un’umiliazione. D’altronde non aveva tutti i torti. Anzi. La situazione è stata occasione per arricchire la collezione di indumenti inutili che ingolfano la mia cassettiera e che ad ogni cambio di stagione sono indeciso se buttare o meno. Una felpa con cappuccio con scritta Etna modello Lapo Elkann. Acquisto poi rivelatosi vitale per non surgelare in cima e che ha riscosso l’invidia di Juan-Pablo di Gangi che invece, non osando, si era rifugiato, nello stesso negozio ai piedi del Rifugio Sapienza, in un pile istituzionale e serioso, ma dalla carica elettrostatica fulminante.
E bravo Ale….
bellissime foto!!
E’ una delle mie mete montanare che prima o poi farò. Così come il Kilimangiaro.
Belle foto Ale!!!
soccia che foto!